motivazione

3 Trucchi per essere al Top

Sabato, Novembre 26th, 2011

Mirco Alessandro MigliettaOgnuno di noi vive la propria vita secondo un ritmo e delle abitudini che nel tempo diventano atteggiamenti, carattere ed in fine identità. Arrivato a quel punto quelli che una volta erano semplicemente dei comportamenti ora diventano le parole con le quali ti descrivi. “Io sono così…”

Ora, se la tua vita si è trasformata in ciò che una volta erano i tuoi sogni, molto probabilmente non avrai molto bisogno di questi trucchi per essere al Top. Se invece ti sei accorto che è passato il tempo ma sei ancora ben lontano dalla tua vita da sogno, forse è arrivato il momento di fare qualcosa di diverso.

Ma cosa centra tutto questo con il benessere naturale, ti starai chiedendo? Centra, centra, e molto anche! Come puoi pensare di realizzare la vita che dei tuoi sogni se non sei al massimo della tua forma? E per forma non intendo certo solo quella fisica che ti fa apparire, ma anche e soprattutto quella interiore fatta di buon umore, energia e voglia di fare.
Forse ancora non lo sai ma ad ogni organo del tuo corpo è legata un’emozione. Il tuo stato psicoemotivo, dunque, dipende dalla tua condizione di benessere interiore. Se stai bene a livello organico lo sei anche a livello emotivo. E se ti senti forte, motivato, energico, entusiasta non c’è niente che può fermarti. Sarai capace di coinvolgere chi ti è intorno ed ottenere dalla vita ciò che vuoi. Ora ti accennerò a tre trucchi che puoi utilizzare per iniziare a realizzare la vita che desideri.

1) Diventa consapevole di ciò che sei partendo da ciò che fai ogni giorno.
Se ad esempio ti senti stanco, pesante, demotivato forse ti nutri in modo poco salutare. In questo caso scrivi ciò che mangi abitualmente su un foglio e l’orario. Se ti parli in modo poco motivante e magari ti critichi più di quanto ti fai i complimenti, inizia a fermarti ogni qualvolta ti senti giù e ascolta ciò che ti stai dicendo.

2) Inizia con dei piccoli cambiamenti.
Quando vuoi ottenere qualcosa di diverso da ciò che hai sempre ottenuto, hai bisogno di cambiare qualcosa. Parti da piccole cose. Ad esempio inizia a modificare il tuo modo di nutrirti e di parlarti per come ti suggerisco nell’ebookBenessere al Naturale“.

3) Persevera per almeno tre settimane.
21 giorni è il tempo minimo utile affinchè un’azione diventi un abitudine. Una volta trasformata in abitudine diventerà con il tempo un atteggiamento, poi carattere, ed in fine identità. A quel punto sarai cambiato e con te anche la tua vita.

Ti auguro il meglio.

A cura di Mirco Alessandro Miglietta

Come e perchè esprimere feedback postivi

Domenica, Ottobre 9th, 2011

Comunicazione AssertivaL’assertività è una modalità di relazione interpersonale che chiunque può apprendere, purché sia disponibile a mettersi in discussione e cambiare il proprio atteggiamento. Prendiamo, ad esempio, lo scambio di feedback positivi, uno dei sette elementi che caratterizzano il comportamento assertivo. In genere molte persone si stupiscono che questo tratto dell’assertività possa essere difficile da praticare.

Ma chiedetevi: “quando è stata l’ultima volta che ho detto ad alta voce che ciò che mia madre-padre-moglie-marito- aveva cucinato era davvero buono?”. Oppure “quando mi è capitato ultimamente di rilevare in modo esplicito un lavoro ben fatto di un collaboratore e/o di un collega?”. E, se lo avete fatto di recente, quante volte al giorno vi capita di esprimere e di ricevere apprezzamenti sia nella vita privata, sia in quella professionale?

Di solito, a questo punto, emerge in tutti la consapevolezza che le occasioni in cui diamo per scontato ciò che viene “ben fatto”, sono molto più numerose di quelle che ci strappano un plauso. Come si spiega questa avarizia di sinceri complimenti?

Il quesito può trovare risposta in una sorta di “non curanza relazionale” che riserviamo soprattutto alle persone che ci sono più vicine: è talmente ovvio che li amiamo ed apprezziamo che non c’è nessun bisogno di continuare a dirlo loro! Così come,  in ambito lavorativo, spesso nutriamo il convincimento che un lavoro debba essere commentato solo se “c’è qualcosa che non va”.

Sbagliato in entrambi i casi. Ogni persona ha un profondo bisogno di sperimentare il consenso degli altri, ovviamente purché sia sincero, perché ciò permette il miglior dispiegamento della nostra personalità che, nel rapporto sociale, trae rafforzamento dell’ autostima e stimoli a progredire.

In particolare nel contesto lavorativo l’utilizzo del feedback positivo, ovvero il riconoscimento non sottinteso dei meriti, costituisce uno degli elementi più efficaci per motivare i collaboratori che così hanno modo di sapere, in concreto, come incide la loro competenza sui risultati complessivi e si sentono incoraggiati ad esercitarla ed accrescerla.

Ci  sono però delle “regole” per esprimere un feedback positivo in modo che non si trasformi in una smaccata adulazione, che non solo nessuno ama ma che genera in ognuno un sentimento di sospetto più che giustificato sui “secondi fini” del commento. Si tratta di considerare positivamente fatti ed azioni reali e di indicare con termini chiari e concreti che cosa apprezziamo.

Ad esempio se ad un collaboratore che consegna la relazione che gli era stata richiesta diciamo “bravo, lavoro ben fatto!” è una adulazione inconcludente e demotivante.

Al contrario se diremo “grazie, hai preparato una relazione completa di tutti i dati e le tue conclusioni sono innovative e fattibili”, produrremo un effetto completamente diverso perché è evidente che abbiamo riservato attenzione al lavoro svolto e ne stiamo riconoscendo il valore effettivo.

Semplice, no?

A cura di Bruna Ferrarese

Come dire addio al senso di colpa

Sabato, Ottobre 8th, 2011

Marco AntuziIl senso di colpa é spesso in grado di rendere difficile la nostra vita.
Non é facile liberarsi dal senso di colpa perchè ci viene tramesso sin da piccoli. Questo spesso va a braccetto con il senso di inadeguatezza.

Ora però é giunto il momento di cambiare.
Supponi per un momento di essere completamente libero dal senso di colpa, sarebbe bello vero?

Ecco tre semplici trucchi che possono aiutarti a raggiungere questo obiettivo.

1) Ricordarti che tu non sei i tuoi risultati ma i tuoi sforzi e il tuo impegno.
Puoi mettercela tutta per svolgere al meglio un compito o per non trasgredire mai le tue legge morali ma a volte degli imprevisti ti possono portare ad ottenere il contrario rispetto alle tue intenzioni.
Quando ti rendi conto che tu non sei i tuoi risultati (questi infatti non dipendono solo dalle tue intenzioni ma da una serie di variabili) potrai essere fiero di te per l’impegno profuso anche quando il risultato non sarà soddisfacente.

2) Tu non sei le tue azioni. Puoi fare cose sciocche ma ciò non significa che tu sia sciocco. Sei fallibile come ogni essere umano, concediti la possibilità di sbagliare.

3) Il passato non ritorna. Un fatto anche brutto accaduto nel passato non esiste più. Trai lezione dai tuoi errori smetti di rimuginare, questo non ti aiuta a migliorare.

A presto!
E ricorda: io Credo in te sono Contagioso!

Sinceramente,
Marco

A cura di Marco Antuzi

Come affrontare il giorno dopo le dimissioni

Martedì, Agosto 9th, 2011

Avete fatto il grande passo, rassegnato le dimissioni e lasciato il lavoro. Il peso di questa decisone si fa sentire qualche giorno dopo come un macigno sullo stomaco. Quando vi alzate la mattina non c’è più il vostro abituale posto di lavoro ad attendervi, ma una nuova vita tutta da creare da zero. Finalmente il vostro destino professionale è nelle vostre mani, non più in quelle dell’azienda: è una sensazione bellissima.

Passata l’euforia dei saluti e degli auguri da parte dei colleghi, arriva il momento più difficile. «Beato te che te ne sei andato» è la frase più ricorrente. Adesso tutti vi invidiano e vorrebbero avere il coraggio di lasciare l’azienda come avete fatto voi. In realtà nessuno dei colleghi ha mai fatto questo passo, eppure sono tutti prodighi di suggerimenti:

«Secondo me dovresti proprio fare così»
«Ti consiglio io: devi fare in questo modo»
«Bravo, hai fatto proprio bene. Lo farei anch’io, ma ho famiglia…».

Ma se sono così esperti e bravi a dare consigli, così invidiosi della vostra scelta di dare le dimissioni, perché non lo fanno anche loro? Se fosse facile lasciare il lavoro lo farebbero tutti!
Finalmente ve ne siete andati, non prima di aver detto tutto quello che pensate dell’azienda, dei colleghi e soprattutto dei capi. Avete liberato pensieri e critiche accumulate per anni, in un certo senso vi siete tolti un peso. Da dipendenti non potevate commentare liberamente persone e procedure, ora dall’esterno vedete tutto con serenità.

Attenzione però a non abusare della libertà di parola che la vostra nuova condizione di dimissionari vi concede. Nel mondo del lavoro si incontrano spesso le stesse persone, soprattutto nel medesimo settore, pertanto conviene mantenere sempre buoni rapporti con tutti e mantenere, per così dire, “la porta aperta”. Lasciare un buon ricordo di sé non è mai sbagliato. Nessuno può sapere in anticipo cosa succederà in futuro. Potrebbe benissimo accadere che, da libero professionista, vi capiti di lavorare per la stessa azienda che vi ha visto dipendenti.

Avete preso la decisione finale e dato le dimissioni, non è stato poi così difficile. Avete lasciato l’azienda e vi dirigete in mare aperto. Guardare indietro, verso il vostro vecchio posto di lavoro è una sensazione incredibile. Vedete la vostra ex-azienda allontanarsi sempre più, come un’isoletta nel mare. Solo ora la percepite in tutta la sua piccolezza. Un nuovo mondo si apre davanti a voi, ricco di occasioni di crescita professionale e di possibilità commerciali.

Il dipendente che lascia il lavoro a favore della libera professione deve essere pronto a cambiare mentalità in maniera radicale. Ad esempio il dipendente esegue mansioni stabilite da altri, il professionista al contrario decide come agire al meglio per la soddisfazione del cliente.

La fiducia nelle proprie capacità professionali è fondamentale per il libero professionista. Credere nel proprio successo è la spinta che deve portare all’azione. Dovete essere estremamente motivati per muovervi nel vostro settore. Conoscenze e abilità tecniche si possono sempre acquisire, ma un’autentica passione per la vostra professione fa parte di voi, nessuno ve la può insegnare.

Avere una forte motivazione è fondamentale per riuscire nella libera professione. Essere scontenti del proprio posto di lavoro non basta, non è sufficiente. Se non siete pronti per lavorare in autonomia e se quello che cercate è solo un datore di lavoro diverso da quello attuale, allora tanto varrebbe rimanere in azienda!

Scegliere la libera professione non deve essere un ripiego, ma un’autentica scelta di vita!

A cura di Alessandro Muscinelli e Laura Tentolini
Autori di Da Dipendente a Professionista, Dalla Vetrina al Magazzino

Come allontanare i killer psicologici

Mercoledì, Luglio 20th, 2011

Motivazione, la Chiave per il SuccessoPer mantenere in ordine un giardino devi estirpare le erbacce. E’ una lotta continua, più erbacce estirpi, più ne crescono. Sbucano fuori dal nulla, bastano pochi giorni e eccole lì pronte ad aggredire le piante ornamentali e l’erbetta.

Come in un giardino, anche nella nostra mente nascono nuove erbacce, i cosiddetti pensieri limitanti, che inibiscono le nostre azioni e depotenziano la nostra motivazione. Nel mio ebooket “Motivazione, la chiave per il successo”, spiego come superare questi ostacoli autoimposti.

Ai nostri pensieri limitanti si aggiungono quelli che io chiamo i killer psicologici, persone che scavalcano lo steccato del nostro giardino e piantano i semi delle erbacce. Alcuni lo fanno senza esserne consapevoli, mentre altri sono dei killer patentati, dei veri cecchini armati di fucile di precisione e cannocchiale a infrarossi. Ogni giorno sono in azione per ammazzare speranze e desideri.

Il nostro vivere quotidiano è pieno di tentativi di assassinio psicologico, camuffati in buoni consigli di vita. Ti è mai capitato di essere euforico per una nuova storia d’amore? Quanti ti hanno dato la loro benedizione e quanti ti hanno consigliato di andarci piano? A me dissero: “Non vale la pena innamorarsi, guarda me, ho fatto tanti sacrifici per poi trovarmi qui solo e divorziato; goditi la vita finché puoi”. Per fortuna non ho dato seguito a quel consiglio, amare una persona penso sia la cosa più bella che possa capitare nella vita. La persona che mi disse quelle parole mi intenerì, nella sua vita aveva avuto un’esperienza negativa e a modo suo cercava di proteggermi da una futura delusione. Aveva creato una convinzione innamoramento=abbandono. Questa convinzione voleva inculcarla anche a me, voleva inconsciamente avvertirmi, ma a sua insaputa si era trasformato in un killer psicologico e mi aveva bombardato con le sue credenze.

Anche i nostri genitori, i nostri partners, i nostri insegnanti, i nostri amici, involontariamente si armano e sparano contro di noi i loro insuccessi.

Veniamo ora ai professionisti del settore, ai cecchini infallibili. A differenza delle persone che ci stanno vicini e che ci sono care, questi vanno individuati e allontanati il prima possibile. Se gli consenti di entrare nella tua vita, presto ti toglieranno la linfa vitale. Minano alla base la nostra autostima.

Come riconoscerli?
Innanzi tutto sono persone superficiali, parlano del più e del meno come se fossero i più grandi esperti del mondo! Sono dei veri scienziati della negazione. Utilizzano questo linguaggio: “Questo progetto è un’utopia”, “Non ce la farai mai”, “Con questa crisi vuoi aprirti un’attività tutta tua?” ecc.

Come allontanarli?
Il problema vero sta nel fatto che non sanno nemmeno ciò che dicono. Per smascherarli e allontanarli occorre utilizzare il modello della precisione. Dobbiamo essere specifici e andare in profondità. Poniamo loro domande specifiche e pretendiamo delle risposte valide, non vaghe, qualunquiste.

Ad esempio se mentre spieghiamo un nostro progetto un killer ci dice: “Non illuderti, se non hai i soldi non puoi fare nulla” ribattiamo: “Per chi è vera questa osservazione? Hai fatto degli studi in merito? Quali sono le fonti a cui fai riferimento?”

Ora vediamo le cose come stanno, andiamo a capire se chi ha realizzato i suoi progetti è sempre partito con i soldi. Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica, iniziò la sua attività come apprendista incisore in una fabbrica. Secondo la rivista Forbes è il secondo uomo più ricco d’Italia e nel mondo occupa la cinquantanovesima posizione. Quanta strada ha fatto quest’uomo dall’orfanotrofio Martinitt di Milano! Lui da piccolo non aveva soldi, nessuno gli ha regalato nulla!

Anche tu pensi che per fare strada occorra possedere tanti soldi?

Gli uomini più ricchi del mondo sono quasi tutti partiti dal nulla. Pensa a Bill Gates, fondatore della Microsoft, la cui sede iniziale fu il garage di casa sua; a Larry Ellison che non conobbe mai il  padre e ha fondato la Oracle; a Karl Albrecht, l’uomo più ricco della Germania, che era figlio di un minatore; ad Amancio Ortega Gaona che iniziò a lavorare a 14 anni prima di fondare la catena internazionale di negozi Zara.

Tutti grandi personaggi che sono accomunati da un’unica cosa: hanno sprigionato il loro talento e allontanato i killer psicologici!

A cura di Angelo Emidio Lupo
Autore di Motivazione, la Chiave per il Successo, Fare Carriera in 7 Giorni

Come migliorare l’efficienza dell’impresa tramite la motivazione

Sabato, Marzo 12th, 2011

Dare alle persone la possibilità di mettere in evidenza il lavoro che hanno svolto è sinonimo di impresa efficiente.

La presentazione del lavoro compiuto alla Direzione è un momento di crescita dei dipendenti, anche se inizialmente ci sono delle difficoltà per coloro che sono incaricati di effettuare la presentazione, in particolar modo nelle aziende dove non vi è l’abitudine di presentare in pubblico.

Ultimamente, in un’azienda in cui è stato applicato il metodo del “miglioramento continuo”, alla fine del primo periodo di attività si organizzò una presentazione alla Direzione Generale sull’avanzamento dei lavori: era talmente elevata la carica motivazionale delle persone che tutti volevano avere la possibilità di esporre i risultati. Il gruppo decise di estrarre a sorte l’incaricato per la presentazione.

Mi ricordo di un operaio che, incaricato di effettuare la presentazione alla Direzione, dopo averla esposta brillantemente e aver ricevuto insieme a tutto il gruppo una medaglia di partecipazione, la portò a casa e la mostrò con orgoglio alla famiglia.

Il giorno dopo mi venne a cercare e mi testimoniò, con commozione, la sua gratitudine per l’occasione che gli era stata concessa. Mi raccontò l’emozione che aveva provato quando aveva visto l’ammirazione che sprigionava dagli occhi dei suoi familiari, mentre raccontava il lavoro che aveva fatto insieme ai colleghi. In particolare, mi disse che non avrebbe mai dimenticato le parole del figliolo: “Papà, sono orgoglioso di te”.

Quanti di voi hanno una medaglia, ricevuta da ragazzi per attività sportive, e non vi separate da essa perché vi ricorda momenti lieti della vostra giovinezza? Ricordate come eravate felici per la gratificazione ricevuta?

La stessa emozione motivante la si ritrova nel lavoro: un simbolo di riconoscimento può diventare un forte stimolo al miglioramento personale e al rinnovamento della voglia di fare. Moltiplicate questo per ogni dipendente, e avrete come risultato un’impresa efficiente.

A cura di Chiarissimo Colacci
Autore di L’Impresa Efficiente, Il Team Vincente, Leader si Diventa