economia

Come essere efficaci con gli esempi

Giovedì, Novembre 10th, 2011

Roberto SaffirioTrovare l’esempio giusto per un ragionamento è come cercare un ago in un pagliaio. Non sembrerebbe essere così difficile, eppure una volta trovati, gli esempi non soddisfano mai come quelli sentiti dagli altri. Forse perchè l’erba del vicino è sempre più verde. O forse è solo una questione di punti di vista. Anche il gatto Garfield dice spesso: “Non è vero che sono grasso; sono sotto la mia altezza forma”. E’ proprio vero che tutto è relativo, che il soffitto di un uomo è il pavimento di un altro uomo.

Questo breve incipit a base di citazioni vuole introdurre un tema molto caro a chi deve parlare in pubblico: l’arte di individuare gli esempi giusti. L’esempio rinforza, soddisfa, gratifica, aiuta, ma per fare tutto questo deve essere mirato.

Esistono raccolte di aforismi, detti popolari, proverbi, metafore e similitudini ottime per cercare quella che più si addice a mettere a fuoco l’argomento trattato. E non è in alcun modo detto che gli esempi migliori per parlare di amministrazione si trovino in un libro di economia o che quelli più adatti a parlare di azienda siano scritti in un manuale di organizzazione.

Severino Salvemini un giorno ha detto: Gestire un cambiamento è come ballare una samba; due passi avanti, uno di fianco ed uno indietro”. D’altro canto il cambiamento è come l’età: varia tutti i giorni. Di sicuro per fare ottimi esempi serve un’ottima immaginazione. O quantomeno una buona creatività. Ma può essere sufficiente anche la sana curiosità unita a un po’ di buona volontà.

Sono stati i filosofi a introdurre per primi la metafora sia come abbellimento linguistico, sia come strumento di costruzione della conoscenza. In genere essa si basa su un rapporto di somiglianza tra il termine di partenza ed il termine di arrivo; e il potere evocativo della metafora risulta tanto maggiore quanto più è ampia, ma coerente, la distanza semantica tra i due termini usati. La metafora si può considerare a pieno titolo come la principale funzione letteraria del linguaggio, come se il suo impiego fosse in grado di far sentire le idee nuove meno sole.

Louis Armstrong diceva: “Se devi chiedere che cos’è il jazz non lo saprai mai”. Gli faceva eco Hermann Hesse asserendo che la fiducia è come l’amore. Entrambi non passano attraverso la ragione. A me piace sempre chiosare con la più famosa frase di Forrest Gump: “La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ci trovi dentro”.

L’esempio è un rinforzo di tipo teorico, verbale, spesso emotivo, che nelle teorie sull’apprendimento trova la sua miglior collocazione nei sistemi semi-evoluti, quelli dei giovani. Tuttavia l’esempio ha tempi rapidi, non può e non deve essere una semplice replica della spiegazione appena fatta. L’esempio suona come un colpo di frusta, il tocco finale a suggello della trattazione di un’idea.

E per tutti coloro che pensano di mancare del talento della battuta pronta, della velocità di pensiero, giunge in soccorso il metodo. Ricerca, ricerca ed ancora ricerca delle fonti migliori. Perché trovare l’esempio giusto può essere una grande impresa. E per fare una grande impresa occorre la stessa calma che ci vuole per andare in treno: che sia tu ad andare a cento chilometri all’ora o che sia il treno a farlo, tu te ne stai sempre seduto.

Qualora esempi, aforismi, proverbi e detti non siano sufficienti a trovare una frase azzeccata per l’occasione, barzellette e piccole storielle possono svolgere altrettanto bene la stessa funzione. A proposito… lo sapevate che: il signor buone intenzioni” ha un amico che si chiama “Non ho fatto”? Questi due amici vivono insieme nella casa dove non c’è successo. Corre voce che questa casa sia frequentata solo da un fantasma. Quello dell’ “Avrei Potuto Essere”.

A cura di Roberto Saffirio

Non è crisi per tutti se si va in Oriente

Martedì, Febbraio 1st, 2011

Un gruppo italiano, leader nella moda a livello mondiale, ha archiviato i primi nove mesi del 2010 con risultati in forte crescita: il fatturato ha raggiunto 1,38 miliardi di euro, aumento del 31% e utile netto pari a 156 milioni di euro (pari all’11% delle vendite). L’EBITDA ha raggiunto il valore di 330 milioni di euro.

Anche se il bilancio ufficiale di questa societa’ si chiude il 31 gennaio di ogni anno, e’ stato gia’ annunciato un dividendo “robusto” di 31 milioni di euro, per la gioia degli azionisti. Questi risultati sono stati trainati dalle ottime vendite in Asia (+ 51%), negli USA (+27%) ed Europa (+20%). Proprio a Pechino, nel cuore del mercato asiatico, la griffe mette in scena il 22 gennaio un fashion show con le collezioni primavera-estate 2011 e con la presentazione di alcuni capi inediti creati esclusivamente per l’evento orientale.

L’aspetto patrimoniale del gruppo e’ abbastanza tranquillo, con un concorso del 49% di mezzi propri a supporto del capitale investito (totale attivita’ al 31/01/2010). Un rapido esame del rendiconto finanziario ci fornisce alcuni utili elementi per arrivare alle successive conclusioni.

(Dati al 31/01/2010)

Cash-flow della gestione operativa: +280 milioni di euro

Cash-flow assorbito dalla gestione investimenti: -142 milioni di euro

Cash-flow assorbito dalle attivita’ di finanziamento (dividendi erogati, accensione finanziamenti, rimborso finanziamenti): -125 milioni di euro

Cash-flow totale pari a:+13 milioni di euro

La maison di moda produce quindi cassa (cash-flow) per 280 milioni di euro,  che viene bruciata (assorbita) dagli investimenti per investire in nuove location (circa 20 negozi all’anno in gestione diretta) e per pagare le rate dei prestiti in scadenza, avanzando quindi cassa per appena 13 milioni di euro destinati a ridurre la posizione finanziaria netta.

Quest’ultima quindi rappresenta il vero tallone di Achille, o meglio, l’aspetto da migliorare con una certa urgenza, ovvero i circa 570 milioni di euro di debiti bancari (bilancio ufficiale al 31/01/2010). Per risolvere questo dilemma il gruppo approdera’ nel primo semestre del 2011 alla borsa di Hong Kong per una probabile quotazione, al fine di reperire mezzi finanziari freschi per sostenere la sua grande corsa ad oriente, area in grande crescita e di forti potenzialita’ e per migliorare la sua posizione finanziaria, costituita da esposizioni creditizie piu’ volte rinegoziate e in scadenza a meta’ 2013.

Questa carrellata di dati economici e finanziari serve solo a stuzzicare la curiosita’ del navigatore alla ricerca di un linguaggio semplice e diretto per la comprensione dei bilanci di un’azienda, grande come la maison trattata (a proposito: avete capito di chi si tratta?) o piccola come l’impresa della porta accanto che vorremmo analizzare per capire qualcosa in piu’, anche se non abbiamo le competenze di base necessarie. Mi entusiasma avvicinare tanta gente al fantastico mondo dell’analisi di bilancio, apparentemente enigmatico e per soli addetti ai lavori, ma in realta’ molto semplice, con un po’ di impegno. Benvenuti!

A cura di Stefano Martemucci
Autore di Analisi di Bilancio Semplice

Come capire l’importanza del Bilancio nelle aziende

Lunedì, Settembre 27th, 2010

Roberto CiompiPer capire come sta andando la tua Azienda, non bastano le sensazioni occorre che tu faccia uno sforzo ed analizzi il tuo Bilancio, magari l’ultimo chiuso che, se coincide con l’anno solare, sarà quello relativo all’anno 2009. Leggendolo ed analizzandolo potrai iniziare ad avere una serie di informazioni che saranno di fondamentale importanza per la tua attività.

Ti dico questo perché mi capita molto spesso, attraverso il lavoro che svolgo, di parlare con imprenditori che non sanno niente o molto poco del bilancio della loro azienda e di fronte a domande banali, come ad esempio quale è stato il fatturato della sua azienda nell’anno 2008, rispondono che per avere certi dati occorre rivolgersi al loro professionista.

Praticamente è come se a uno che sta guidando una macchina, gli chiedi a che velocità sta andando e lui ti risponde che per saperlo devi rivolgerti al passeggero seduto sul sedile posteriore!

Per capire e migliorare la tua azienda, a mio giudizio è importante imparare a capire un bilancio e come è strutturato.

I principali documenti di cui si compone il bilancio sono:
Lo Stato Patrimoniale
Il Conto Economico
Il rendiconto finanziario (ad oggi si ritrova solo in poche aziende sotto forma di società di capitali quali S.r.l., S.p.A.)

Nel caso di società di capitali, gli allegati che si trovano ai documenti sopra esposti sono:
La nota integrativa
La relazione degli amministratori sulla gestione
La relazione del collegio dei Sindaci revisori (se sono presenti in azienda).

Ognuno di questi documenti ha un significato ben preciso, per capire il bilancio nel suo insieme occorre conoscere sia il significato dei documenti sopra citati sia l’aiuto che la lettura e studio di tali documenti può darti per capire meglio la tua azienda.

Conoscere il significato di questi documenti ti consentirà di capire dove ogni fatto aziendale che si verifica nella normale attività giornaliera, andrà a incidere, se riguarderà voci dello stato patrimoniale oppure se andrà ad interessare voci del conto economico.

Ti garantisco che pochi imprenditori conoscono bene questi documenti e l’importanza che essi hanno nella loro attività imprenditoriale, certo non serve che diventi un Commercialista, ma devi sforzarti di conoscere alcune informazioni di base che sono utilissime per gestire un’azienda.

A cura di Roberto Ciompi
Autore di Farsi finanziare dalle banche

Come investire in prodotti finanziari

Martedì, Luglio 6th, 2010

Fausto SaldiIn queste settimane stiamo vivendo un nuovo periodo di instabilità sui principali mercati finanziari, con le quotazioni in rapido peggioramento. Non è la prima volta che viviamo una situazione simile negli ultimi anni. Anzi, per un insieme di ragioni economiche generali la ‘telluricità’ dei corsi azionari, e non solo, sembra diventata la regola.

In realtà l’economia, inclusa la sua derivazione finanziaria, è instabile per definizione.

Nessuna impresa o attività economica va a gonfie vele eternamente, nessun settore è in perenne boom. Le svolte negative (o positive) sono sempre in agguato e spesso avvengono quando meno ce le si aspetta e magari quando la maggioranza degli esperti delle varie discipline economiche vaticina in direzione ad esse opposta.

Com’è possibile quindi per un normale risparmiatore orientare i propri investimenti finanziari in un quadro tanto aleatorio?
A mio avviso e sulla base della mia esperienza, le armi segrete con cui affrontare i mercati finanziari con maggiori possibilità di successo sono due.

La prima ‘arma segreta’ è costituita dal metodo.
‘Metodo’ significa acquistare un prodotto finanziario di una certa tipologia solo al verificarsi di determinate condizioni teoricamente favorevoli e preliminarmente stabilite come parti essenziali del metodo. Significa anche poi vendere quello stesso prodotto all’occorrenza di altre situazioni speculari prefissate.

Di strategie di posizionamento e uscita dai prodotti finanziari ne sono state nel tempo sviluppate in numero altissimo e ciascuna contiene punti di forza e di debolezza.

L’importante è che il metodo adottato sappia fornire nel tempo un maggior numero di operazioni con esito positivo (o di maggior valore positivo) rispetto a quelle con esito negativo.

Nessun ‘metodo’, per quanto ben studiato e congegnato, è infallibile. Sicuramente potranno crearsi situazioni in cui seguirlo causa comunque una perdita, sulla singola operazione o anche su più d’una.

Generalmente, un metodo di trading si basa sul principio di ‘tagliare le perdite e lasciar correre i profitti‘. Così detta, sembra la cosa più semplice del mondo, ma… c’è un ma!

Quel ‘ma’ siamo noi, o, per meglio dire, la nostra intrinseca incapacità di continuare a seguire e applicare il ‘metodo’ qualora si produca, o pare si stia per produrre, una perdita.

In tale evenienza, infatti, può ben avvenire di essere colti dal panico del ’si salvi chi può’ gettandosi dalla nave senza attendere che vengano calate le scialuppe.

Finanziariamente parlando, l’abbandono improvviso e casuale del ‘metodo’ può ben portare al rovesciamento del principio sopra espresso del ‘tagliare le perdite e lasciar correri i profitti’ tramutandolo a livello pratico in quello suicida di ‘tagliare i profitti e lasciar correre le perdite’.

Da questa considerazione si origina l’individuazione della seconda ‘arma segreta’ da utilizzare negli investimenti finanziari, ossia l’auto-disciplina (col suo corollario di ‘santa’ pazienza), intesa come nostra capacità di applicare veramente il ‘metodo’ senza cedere all’emotività psicologica: atteggiamento di coerenza certo non facile, ma sicuramente essenziale, se si desidera operare con maggiori chance di successo in ambito finanziario.

A cura di Fausto Saldi
Autore di Fondi Comuni d’Investimento

Come comprendere crisi e fasi del ciclo economico

Martedì, Ottobre 6th, 2009

Si è molte volte parlato, anche su questo blog, di crisi economica, e si è identificata la sua causa essenziale nell’uso di una pericolosa finanza strutturata che, a partire dagli Usa, ha coinvolto prima il settore finanziario, banche Usa in testa, e poi la cosiddetta economia reale. Il mio punto di vista, peraltro espresso più volte anche in questo spazio, è un po’ diverso.

Per chi studia l’economia dei sistemi occidentali, è evidente che il ciclo economico attraversa fasi diverse, che si susseguono nel tempo. Come sui mercati finanziari (delle azioni, delle obbligazioni, delle materie prime, delle valute, e dei relativi derivati) è evidente un perenne alternarsi di rialzi, di fasi laterali e di ribassi, parimenti assistiamo ad un alternarsi di fasi espansive, di consolidamento e di recessione anche nell’economia. Queste fasi rappresentano l’espandersi o il contrarsi del P.I.L., o prodotto interno lordo, di singoli paesi, piuttosto che di intere aree geoeconomiche, ed hanno precise cause.
Proprio queste considerazioni ci devono avvertire che una crisi economica ci sarebbe comunque stata, mentre l’aspetto finanziaro della crisi è solo una sorta di variante sul tema, che ha aggravato la crisi stessa, ma l’eventuale assenza di tale elemento non l’avrebbe comunque evitata.

Ovviamente, trattandosi di un fenomeno sociale, possiamo dire che l’economia è fatta da tutti noi.
Per comprenderne gli intimi meccanismi si svolgono analisi anche molto sofisticate ma, semplificando un po’, possiamo considerare uno schema dell’alternarsi delle varie fasi. Al termine di una fase recessiva, i tassi, cioè il costo del denaro, è particolarmente basso, fattore che a un certo punto, unitamente ad altri elementi, può spingere le imprese ad investire ed a sviluppare nuovi programmi. Dopo un periodo più o meno lungo, le scorte di prodotti invenduti in magazzino diminuiscono sempre più e si pensa a fare qualche investimento ed acquisto. Il tutto può essere favorito da politiche statali di defiscalizzazione ed incentivi agli utili.

Dopo un certo periodo, anche i mercati di beni e di servizi si risvegliano e, quindi, l’insieme degli elementi precedentemente indicati costituisce la base per una ripartenza dell’economia. Alle fasi recessive, cioè di contrazione del P.I.L., può quindi seguire una stagnazione più o meno prolungata, cui segue una ripresa legata soprattutto ad una maggiorazione della domanda di mercato, legata ai dianzi indicati fattori, unitamente ad investimenti pubblici in infrastrutture e ad investimenti privati. Ben presto, si assiste ad un aumento degli ordinativi dell’industria, le scorte di magazzino diminuiscono e c’è la vera e propria ripresa. Tale fase, però, non è destinata a durare per sempre.

Dopo un po’, il costo del denaro, legato anche alla sempre sua maggior richiesta, per sostenere acquisti ed investimenti, tende ad aumentare, finchè si arriva ad un livello che diventa non conveniente o scarsamente conveniente, per l’impresa, unitamente ad un fenomeno di sostanziale saturazione di molti settori di mercato. Si crea quindi un consistente rallentamento, cioè il PIL aumenta ancora, ma con velocità decrescente. Quindi, può seguire al rallentamento una nuova ripresa, oppure una fase recessiva vera e propria, se il PIL diminuisce.

E la specifica situazione italiana? La vedremo la prossima volta.

A cura di Gian Piero Turletti
Autore di “Progetto azienda”

Come capire il Signoraggio Bancario (parte 10/10)

Giovedì, Agosto 27th, 2009

Veniamo alla teoria del signoraggio bancario che circola in rete:
Per questa teoria, la classe dei banchieri crea a piacimento banconote che poi presta allo stato facendosi pagare il valore nominale della banconota tramite obbligazioni governative. In pratica, se la BCE stampa una banconota da 100 €, gli stati facenti parte dell’euro devono dare a tale ente un obbligazione statale di pari valore, che però negli anni aumenta a causa dell’interesse creato dalla stessa obbligazione e di conseguenza tenendo tutto il mondo in una schiavitù economica (potete cercare su google la parola signoraggio e vi farete una cultura al riguardo).

Quindi, ricapitolando, se la BCE crea 100 € di carta (spendendo circa 30 centesimi per produrli) dovrebbe guadagnare dal nulla 99.70 euro mentre, se li produce virtualmente guadagnerebbe seduta stante tutto il valore. Addirittura tale teoria è stata usata per una contesa legale supportata da una associazione dei consumatori finendo in un nulla di fatto arrivati in cassazione.

In parole povere, secondo l’associazione dovrebbe tornare la sovranità di stampa delle banconote allo stato in modo da stampare per l’importo occorrente a pagare debiti e welfare. Ma abbiamo visto in precedenza cosa accade alle nazioni che si comportavano in tal modo…ma qui vorrei far notare un’altra cosa.

La BCE è un società privata posseduta in percentuale differenti dalle varie Banche Centrali dei singoli stati. Nel nostro caso, La nostra banca centrale possiede circa il 16% della BCE. Quindi qualunque profitto la BCE dovesse ricavare (a partire da quelle del signoraggio), il 16% arriverebbe nelle casse di Bankitalia s.p.a.
A sua volta Bankitalia è suddivisa azionariamente a diverse banche e società di assicurazioni italiane nonché dell’INPS in percentuali differenti. Ognuna di esse percepisce quindi (in quanto azionisti) la loro parte dei profitti (fra cui sempre il signoraggio).

I “signoraggisti” probabilmente non sanno (anche perché non sono notizie che si sentono comunemente in giro) che il 94% degli incassi che Bankitalia effettua vengono girati allo stato italiano (e così fanno tutte le altre nazioni in percentuali variabili a seconda dei casi).
Quindi, quando la BCE crea il denaro (facciamo quello virtuale per semplificare i conti), ogni 100 € di incassi che fa Bankitalia, 94 vanno alle casse dello stato dritti filati (senza passare dal via come si direbbe al monopoli).

< L’altro 6 % è il guadagno delle singole banche che in pratica organizzano tutto il “lavoro”. Tra l’altro di questi 6 €, bisogna considerare che le banche devono pagare le tasse sugli utili allo stato italiano.

Resta comunque da capire il perché lo stato dà delle obbligazioni governative in cambio dell’emissione della moneta. Allora, facciamo mente locale: se si crea denaro è perché qualcuno ha comprato dei beni e servizi facendo aumentare la ricchezza del paese (o meglio di tutta l’Europa visto che prendiamo in esempio la BCE).
Se si crea ricchezza, questi soldi da qualche parte debbono essere depositati, magari ci sono un sacco di persone che si indebitano per l’acquisto, ma sicuramente alla fine della catena a qualcuno avanzeranno come surplus.

Questo qualcuno, i soldi non se li può di certo inghiottire, ma andranno a finire in un conto corrente oppure investiti in azioni o in obbligazioni. Anche se li lascia nel conto corrente, la sua banca senza dirgli niente comunque li investirà a posto suo in azioni od obbligazioni.
Bisogna far trovare a queste persone dei prodotti su cui investire i surplus, altrimenti quei soldi non avranno più un sottostante (visto che non c’è più il gold standard) rischiando di innescare un’inflazione spaventosa. Cioè l’abbondanza di denaro che non può essere “parcheggiato” da nessuna parte lo porterebbe a svalutarsi per troppa abbondanza dello stesso in circolazione.

Lo stato quindi crea delle obbligazioni da dare alla BCE in modo da girarle a quei risparmiatori/investitori che, alla fine del ciclo, le utilizzeranno per parcheggiare il denaro (come via di sfogo in pratica) permettendo di tenere l’inflazione bassa. Ovviamente lo stato cede queste obbligazioni alla BC perché nessuno inserirebbe i propri soldi in un prodotto ad interesse “zero” e, d’altro canto, gli stati non possono emettere azioni statali ma solo obbligazioni.

Se lo stato non creasse le obbligazioni, tutta quella valuta prodotta si ripercuoterebbe nei mercati mobiliari (come via di sfogo) producendo delle bolle speculative colossali tali da far passare quelle del 2000 e del 1929 alla stregua di leggere correzioni.

Sono giunto alla fine di quest’excursus sulla storia dell’economia e spero che molti di voi abbiano chiarito alcuni dubbi. Se volete ulteriori chiarimenti su altri argomenti chiedete pure; li tratterò non appena possibile.

Un abbraccio!

A Cura di Patrizio Messina,
Autore di “Autoconsulenza Finanziaria”