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Effetti della stampa incondizionata di banconote (parte 7/10)

Bruno Editore

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Qualche anno più tardi la cosa si è ripetuta in Francia durante la rivoluzione quando, per  pagare l’esercito in modo che difendesse il territorio da una possibile invasione del nemico filo-monarchico, si decise di coniare una nuova moneta in doppia circolazione (usando però sempre il vecchio quantitativo di oro sottostante) chiamata “assegnato”. Con questa moneta ci dovevano pure pagare il pane da distribuire al popolo francese in rivolta e finanziare le opere pubbliche promesse.Via via che si stampavano questi “assegnati” essi perdevano irrimediabilmente valore tanto che nel 1795 (cioè solo 5 anni dopo la loro istituzione), a fronte di 33 miliardi di assegnati il loro valore era sceso a 1/600 di quello nominale. A questo punto se ne creò un altro chiamato il “mandato” che equivaleva a 30 assegnati. La spinta inflazionistica riparti più di prima facendone crollare il valore di oltre il 3% in pochi mesi. Infine, con l’arrivo al potere di Napoleone Bonaparte, si reintrodusse il sistema monetario classico mettendo un fine a questa escalation inflazionistica.

Si ritorna negli USA per finanziare un’altra guerra (quella civile) ed il Presidente A. Lincoln decise di creare il “greenbacks”. Bisogna sapere che dopo il grosso problema inflazionistico causato dai continental, appena gli USA ebbero l’indipendenza, decisero di far gestire le banconote da un ente privato (nella fattispecie la Federal Reserve) in modo tale che i politici non potessero più inguaiare il popolo per le loro gestioni spavalde dell’economia. Durante la guerra civile, il partito di Lincoln chiedeva a gran voce il diritto dello stato di poter ristampare i soldi come stato sovrano (cosa che ritornò alla ribalta molto tempo dopo anche con J.F. Kennedy).

Il greenbacks doveva avere parità con il dollaro metallico ma, come accaduto con i continental, la circolazione di moneta non regolata portò queste nuove “carte” ad inflazionarsi rapidamente costringendo all’emissione di altre per coprire i debiti crescenti fin quando, alla fine della guerra, il loro valore era inferiore al 39% dei dollari “veri”.

Visto che il problema di emissione incontrollata di denaro aveva creato problemi in tutte le nazioni, chi prima chi dopo, tutte le nazioni (non dittatoriali) passarono via via ad un emissione controllata da una banca privata, detta anche Banca Centrale.
Per tornare al caso americano (prima grande nazione che passò il testimonial del conio ad un ente privato), si stabilì che ogni oncia d’oro equivalesse a 20 dollari mentre ogni oncia d’argento fosse pari ad 1 dollaro. Così facendo si potevano stampare tanti dollari quanto oro o argento vi fosse nelle riserve.

A Cura di Patrizio Messina,
Autore di “Autoconsulenza Finanziaria”

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Giacomo Bruno

Giacomo Bruno, nato a Roma, classe 1977, ingegnere elettronico, è stato nominato dalla stampa "il papà degli ebook" per aver portato gli ebook in Italia nel 2002 con la Bruno Editore, 9 anni prima di Amazon e degli altri editori. È Autore di 37 Bestseller sulla crescita personale e Editore di oltre 1.300 libri sui temi dello sviluppo personale e professionale, che hanno aiutato oltre 3.000.000 di italiani. Bruno Editore è l'unico editore in Italia che garantisce contrattualmente l'arrivo del libro al Bestseller Amazon, e ha portato in Italia la versione ebook di autori internazionali come Tony Robbins, Jack Canfield, John Gray e Ivan Misner. È considerato il più esperto di Intelligenza Artificiale applicata all'Editoria ed è stato nominato "l'editore n.1 al mondo per produzione di libri" grazie alla startup ViviBook, la prima AI al mondo che crea libri di narrativa con 1 click. È seguito dalle TV, dai TG e dalla stampa nazionale. Aiuta Imprenditori e Professionisti a costruire il proprio Personal Brand per aumentare Autorevolezza, Visibilità e Fatturato scrivendo un Libro con la propria Storia Professionale. Info su: https://www.brunoeditore.it

20 commenti

  1. Bravo Patrizio.

    Ottima esemplificazione storica degli effetti, relativi alla creazione e circolazione di strumenti monetari.
    L’articolo, a mio avviso, spiega anche molto bene come si sia arrivati alla costituzione di banche centrali ed alla gesione dellla politica monetaria.

    Ancora una volta, peraltro, guerre e rivoluzioni si rivelano cause fondamentali di fenomeni economici e sociali, come già successo in precedenza, e come anche la storia futura dimostrerà sino ai nostri giorni.

  2. Ciao Patrizio,

    Interessantissimo anche questo articolo. Su alcuni argomenti mi rendo conto di essere proprio ignorante, ma grazie ai vari articoli messi qui… 😉

  3. peccato che con l’accordo Nixon di Bretton Wood, si decise di sganciare il valore della moneta dall’ORO. Da quel momento ( 1972 se ricordo bene ) la moneta cesso’ d’esser tale per diventare Valuta. La valuta è carta straccia: ossia un qualcosa cui si attribuisce valore a seconda delle esigenze del momento. Non un qualcosa che mantiene stabilmente il proprio valore in quanto agganciata ad un parametro reale.
    Gli amricani sono sempre stati furbi e decisamente poco intelligenti. Quello che li salva è che hanno ogni tipo di ricchezza nel sottosuolo.
    La crisi che stanno attraversando era l’unica logica conseguenza di una gestione economica e finanziaria allegra, ossia basata non su riforme strutturali, serie e concrete, ma su soluzioni tampone, rapide, sbrigative e che non sono non potevano incidere sulla soluzione dei loro problemi, ma che anzi, li avrebbero aggravati. E sapevano che sarebbe successo.
    La loro sconsiderata miopia, li porterà ( appena l’Europa si degna di comportarsi come una vera ed unica nazione ) ad avere problemi ancora piu’ grossi. Ad esempio prima o poi, i paesi arabi potrebbero decidere di prendere come moneta di riferimento l’euro, abandonando il dollaro visto il suo lento ma inesorabile declino. Per ora gli USA sono sostenuti dai cinesi i quali sono detentori di 3/4 del debito pubblico americano e ovviamente non son disposti a vedere il loro immenso investimento, sciogliersi come neve al sole. Ma la situazione non potrà rimanere cosi a lungo

  4. Ciao Patrizio. Ottimo articolo…… E devo dire anche che quello che ha detto Manuel fa riflettere……

    La cosa che più mi inquieta è che come si può lasciare il controllo della sovranità monetaria ad una banca PRIVATA e non di proprietà pubblica cioè dello Stato cioè dei contribuenti.

    Mi piacerebbe proprio sapere chi sono gli azionisti della Fed o della BCE e quali sono i loro interessi…..

  5. Ciao Roberto.

    Potrai trovare alcune risposte alle tue domande ad un link…

    L’ho indicato in un precedente commento, finito in moderazione.
    Comunque potrai leggere un dibattito intercorso con un commentatore del blog…
    Spero possa essere di tuo interesse.

  6. Dimenticavo:
    si tratta della quarta parte dell’articolo di Patrizio, pubblicata il 5 Aprile.
    Quindi, se vuoi andaarci prima che pubblichino il mio intervento con il link, basta cliccare, nellambito dell’archivio articoli, a destra di questa pagina, su quelli di Aprile.

  7. Nelle ultime 3 parti dell’articolo verrà spiegato il xkè delle cose. In ongi caso i soci della BCE o di Bankitalia li trovi nei rispettivi siti delle due agenzie.

  8. Perfettamente d’accordo con Manuel Frinconi.

    Purtroppo Lincoln si fece ingannare quando avallò la soluzione di far gestire l’emissione del dollaro alla banca privata Federal Reserve, quando si accorse dell’errore e volle tornare indietro non era più una strada percorribile.
    Quando la stessa idea venne a Kennedy….. beh, conosciamo tutti la fine che ha fatto.

    Le partecipazioni nelle banche centrali detenute da aziende private consentono a quest’ultime e quindi ai relativi proprietari di tenere in scacco le sorti degli stati in un’epoca come questa dove tutto si muove secondo i ritmi dettati dall’economia.

  9. Ho letto tutto l’articolo, nelle sue varie parti, e molti dei commenti. Vorrei innanzittutto segnalare che il più volte citato Giacinto Auriti (defunto nel 2006) non era un pingo pallino qualunque ma è stato Ordinario di Teoria Generale del Diritto all’Università di Teramo, allievo del Bettiol (uno dei più grandi giuristi del XX secolo) nonché co-autore del codice di diritto della navigazione della Repubblica Greca (Auriti era, infatti, anche avvocato esperto di diritto della navigazione nonché titolare, presso la suddetta università, anche della cattedra di diritto della navigazione). Dico questo non solo per ricordare un grande giurista ma anche per rendergli ragione a fronte dell’uso alquanto dilettantistico delle sue teorie monetarie che ho visto qui fare da diversi commentatori con il solo risultato di essere presi in giro dall’autore dell’articolo, e da altri, per via delle evidenti loro “incompetenze” bancarie ed economiche. Ora, il punto di partenza delle tesi del citato professore è quello per il quale la moneta è prima di tutto una fattispecie giuridica (il che implica poi anche una valutazione morale) e solo secondariamente anche una fattispecie economica. Non è qui possibile spiegare in ogni suo dettaglio la teoria auritiana, ma voglio solo ricordare ch effettivamente la moneta cartacea, un tempo a copertura aurea, nasce giuridicamente come una cambiale (sulla lira faceva bella mostra la scritta “pagabili a vista al portatore”; oggi sull’euro compare la firma del governatore della BCE come fosse una girata cambiaria). Questo perché, in teoria, la moneta, un tempo, era convertibile nella quantità d’oro corrispondente al suo valore nominale. Dal momento che la carta moneta è stata resa non più convertibile in oro (da Nixon per sfuggire alla richiesta francese di conversione dell’ingente quantità di dollari, posseduti dalla Banca Centrale di Parigi, stampati dagli USA in maniera più che proprozionale rispetto al limite all’epoca imposto dal golden standard degli accordi di Bretton Woods) si è fatto palese quale sia la vera base del suo valore: non è affatto vero, come sostiene l’attuale teoria materialistica ed obbligazionaria alla quale fa riferimento l’autore dell’articolo, che essa moneta trova la propria garanzia nella “produzione nazionale” (ossia il complesso di beni e servizi che una nazione è capace di produrre) oppure nell’esposizione statale in termini di obbligazione generatrice di debito pubblico (sicché come contropartita dell’emissione, da parte della Banca Centrale, della moneta, lo Stato, o l’Unione di Stati, deve emettere come sottostante titoli di debito pubblico). Questa visione delle cose risente del riflesso storicamente condizionato dell’epoca nella quale – ad iniziare dalla fondazione nel 1694 della Bancha d’Inghilterra, prima banca centrale al mondo – la moneta -cambiale era emessa come titolo di credito e quindi come moneta-debito. Auriti, sulla base di una analisi dei giudizi di valore molto interessante (il valore non è un attributo della materia, neanche dell’oro, ma il risultato di un giudizio sulle fasi di tempo: dico che una penna è utile ed ha valore perché prevedo lo scrivere), sostiene che dichiarata la non convertibilità della moneta in oro si è reso evidente che il valore alla moneta, ossia al simbolo monetario, (come del resto a qualsiasi bene della vita sociale) glielo diamo noi, il pubblico. In altri termini la carta moneta ha valore solo perché, per consuetudine storicamente formatasi, il pubblico l’accetta come mezzo di pagamento. Questo significa che è l’accettazione da parte del pubblico che crea il valore monetario, il “potere d’acquisto”, come “valore indotto” nel simbolo cartaceo. Il che significa, ancora, che questo “vaore monetario indotto”, ovvero lo stesso potere d’acquisto incorporato nel simbolo cartaceo, è un bene giuridico di quelli cosiddetti “immateriali” ma come tale suscettibile di proprietà. E proprietario, pro quota, del valore monetario indotto non può che essere chi lo crea con l’accettazione ossia il pubblico e nessun altro. Ciò comporta che tutore, regolatore e gestore di questo bene sociale creato dall’accettazione monetaria non può che essere la Comunità Politica (Stato o Unione di Stati) sicché la banca centrale altro non dovrebbe essere che l’organo tecnico del Tesoro. L’emissione perciò è di competenza, per diritto naturale, dello Stato il quale naturalmente – e qui gioca il suo ruolo normale l’organo tecnico – deve usare questo potere di emissione (che è un attributo, insieme alla spada ed alla toga, essenziale della Sovranità statuale o della Confederazione di Stati) secondo regole che evitino un uso inflattivo o deflattivo dello strumento monetario. La privatizzazione del potere di emissione monetaria è un arbitrio perpetrato, con la scusa della incompetenza dei politici eletti, contro la democrazia in favore del dominio di un potere tecnocratico, bancocratico, di per sé, come ogni potere tecnico indipendente dal Politico, antidemocratico. Verso chi risponde un governatore di una qualsiasi banca centrale per la decisione di aumentare il tasso di sconto, ossia il costo del denaro, con la conseguenza di aumentare gli interessi e di mettere in difficoltà imprese e famiglie? Manca nel sistema ogni responsabilità di tipo politico e quindi verso il corpo elettorale. Bisogna tornare al sistema, vigente in Italia fino a Guido Carli, del tandem tra Tesoro, ossia il Ministro in carica eletto dal popolo, e Governatore della Banca Centrale: il primo responsabile verso il Parlamento delle scelte di politica monetaria ed il secondo apportatore di competenza tecnica. Tornando, infine, alla tesi di Auriti: la dimostrazione più evidente che il valore della moneta non è nella copertura (aurea, produttiva o obbligazionaria) ma nell’accettazione da parte del pubblico è data dall’esempio del governatore di una banca d’emissione che venga messo a stampare ed emettere carta moneta su un isola piena di ogni ben di Dio in termini di beni e serivi ma assolutamente deserta ossia senza il pubblico. Quel governatore potrà stampare ed emettere tutta la moneta cartacea che vuole ma le merci resteranno tutte invendute per il semplice fatto che, in assenza del pubblico accettante il simbolo monetario cartaceo, non si crea alcun valore monetario, non si crea alcun potere d’acquisto, e tutta la moneta stampata ed emessa resterebbe solo carta straccia. Ora è evidente che la tesi di Auriti sconvolge dalle fondamenta l’attuale sistema monetario internazionale fondato sulla moneta-debito e che sta portando gli Stati e l’economia intera al default mondiale. Si tratta, infatti, di ragionare sui principi primi dello stesso fenomeno monetario e della creazione di moneta. Un ragionare che va fatto a più livelli: sia a livello economico, sia a livello storico, sia a livello giuridico, sia a livello filosofico, sia a livello anche teologico (perché la moneta fa riferimento, da sempre, persino alla metafisica ed il Vangelo è pieno di questi riferimenti per un uso etico della moneta). Ogni riduzionismo, ossia ogni tentativo di spiegare il problema in senso unilaterale, si risolve sempre nell’incomprensione della natura della moneta e degli effetti del suo uso e sovente in catastrofi storiche ed economiche.
    Saluti cordiali.

    Luigi Copertino

    PS = a proposito, poi, dell’inflazione creata dall’emissione statuale della moneta, non sembra che, nel 2008, per salvare la banche americane insolventi, per la crisi dei sub prime, la Federal Reserve abbia esitato a stampare ed emettere fiumi di dollari. Quando, dunque, stampa ed emette moneta lo Stato questo creerebbe inflazione, quando lo fa la Banca Centrale no?! La regola dei due pesi e due misure non è mai una buona regola per comprendere le questioni. Del resto, non mi sembra che l’autore abbia messo in evidenza, a proposito della riserva frazionaria, che è lo stesso sistema bancario, ogni volta che accedendo un prestito crea moneta scritturale, a contribuire fortemente all’aumento dell’inflazione. Dunque non si capisce perché mai questo “peccato” è mortale quando lo compie lo Stato ed invece è assolvibile quando lo compie il sistema bancario. Il fatto – e qui si palesa il livello teologico della questione – è che la “creatio ex nihilo”, il potere di creare dal nulla, è solo prerogativa divina e quando l’uomo tenta illusoriamente di appropriarsene, perché vuol essere come Dio, la libido dominandi esplode nella sempre più tendenziale divaricazione tra economia reale ed economia virtuale/finanziaria che conduce direttamente all’autorefenzialità della finanza, che così diventa speculativa e da mezzo a servizio del bene sociale si trasforma, con la creazione delle bolle speculative, in artefice della distruzione del tessuto economico sottostante. Vero e proprio nichilismo finanziario. LC

  10. Per il sig. Copertino:
    lei mi pare giudicare sulla base dell’autorità di Auriti.
    Ma credo che non si possa giudicare sulla base di tale principio.
    Ad esempio, chi è più autorevole, tra un Auriti e la corte di cassazione o quella costituzionale?
    Infatti, tali organi hanno smentito le tesi auritiane.

    Gli assunti di Auriti sono smentiti, appunto, dalla normativa in materia.
    Quanto all’auspicio di adottare sistemi ispirati a tali idee, come lei saprà, ce ne sono stati, ma basati su sistemi economici locali, in quanto una moneta accettata in ambito locale, appunto, non è ideonea ad un’accettazione nel contesto di un’economia con scambi aperti, in quanto soggetti terzi, rispetto al contesto territoriale di riferimento, per riconoscere validità negli scambi, richiedono che quella moneta esprima un valore:
    Quale?

    Certo, non quello consensualmente attribuito dagli utenti locali, ma vincolato a parametri oggettivi, quali potrebbero essere PIL, piuttosto che emissioni obbligazionarie, e questo, appunto contribuisce a smentire tutte le tesi auritiane.

  11. Una dimenticanza: anche dentro una comunità la teoria auritiana presenta tutti i suoi limiti.
    Infatti, all’inizio, possiamo convenzionalmente dare un valore noi, come membri della comunità, alla moneta, ma attenzione.
    Se, alla fine, la moneta ha un valore in se stessa, e non riconducibile al valore dei prodotti/servizi da scambiare, perchè, poi, lavorare per produrre prodotti/servizi da acquistare?
    Basterbbe stampare la carta moneta, appunto, con la conseguenza ovvia che, alla fine, nessuno più produrrebbe nulla e non ci sarebbe nulla da acquistare, e quindi il valore di quella carta moneta sarebbe pari a zero.
    Si potrebbe obiettare che, a regolare l’emissione di carta moneta, sarebbe un ente apposito, ma questo contraddice la teoria.
    Infatti, se alla fine, in quella comnità, per qualsiasi motivo, la produzione calasse, e non ci fossero comunque beni o servizi acquistabili, uno cosa se ne farebbe di quella carta moneta?
    Proprio niente.

    E questo dimostra come non sia un valore convenzionale quello attribuito alla moneta, in forma cartaea o metallica, ma un valore che dipende da altre variabili.

  12. 1) “E questo dimostra come non sia un valore convenzionale quello attribuito alla moneta, in forma cartaea o metallica, ma un valore che dipende da altre variabili.”

    Davvero? Questo non spiega però che valore avrebbe carta moneta emessa in assenza del pubblico accettante. Il valore è un rapporto tra fasi del tempo: la previsione e l’utilizzazione di un bene. Dal momento che prevedo (o ho bisogno) di scrivere (o di viaggiare) attribuisco utilità, e dunque valore, alla penna (o all’automobile). Dunque sono indotto a costruire penne (o automobili). Dal momento che prevedo (o ho bisogno) di comprare i beni sul mercato, attribuisco utilità, e dunque valore, in tal modo creandolo, al mezzo di pagamento. Siccome questo sottendere il rapporto tra le fasi di tempo della previsione e dell’utilizzazione è comune a tutti, da un lato ne viene la necessità della produzione di beni e servizi e dall’altro quella della creazione di potere d’acquisto ossia di valore monetario incorporato in simboli cartacei ( o d’altra natura). Avere solo a disposizione la moneta, mediante la sua stampa, non soddisferebbe la previsione (o il bisogno) degli altri beni. Quindi si continuerebbe a produrli.

    2) “Ad esempio, chi è più autorevole, tra un Auriti e la corte di cassazione o quella costituzionale? Infatti, tali organi hanno smentito le tesi auritiane. Gli assunti di Auriti sono smentiti, appunto, dalla normativa in materia.”

    L’affermazione è gius-positivista mentre il mio ragionamento era di tipo gius-naturalista. Che alla luce del vigente sitema positivo di regole giuridiche, ossia “de iure condito”, le tesi di Auriti sono giurisdizionalmente infondate è ovvio. Ciò non significa che esse siano infondate dal punto di vista gius-naturale, o se si vuole “de iure condendo”. Le pronunce della magistratura cui si fa riferimento sono state espresse – ne poteva essere altrimenti – “de iure condito” ma esse non sono affatto entrate nel merito della validità scientifica delle tesi auritiane. Oltretutto quando l’Auriti ha denunciato la Banca d’Italia per truffa la sentenza si è limitata a dire che il denunciante aveva certamente dimostrato l’elemento materiale del reato (ossia che il sistema central-bancario di emissione monetaria è materialmente una truffa perpetrata contro la buona fede del pubblico) ma non anche l’elemento psicologico (ossia il dolo) in quanto chi opera in detto sistema bancario lo fa per pressi secolare seguita per convincimento coltivato culturalmente. Il che mi pare, comunque, significativo perché la magistratura ha comunque ammesso che materialmente una truffa viene perpetrata.

    3) “Quanto all’auspicio di adottare sistemi ispirati a tali idee, come lei saprà, ce ne sono stati, ma basati su sistemi economici locali, in quanto una moneta accettata in ambito locale, appunto, non è ideonea ad un’accettazione nel contesto di un’economia con scambi aperti, in quanto soggetti terzi, rispetto al contesto territoriale di riferimento, per riconoscere validità negli scambi, richiedono che quella moneta esprima un valore: Quale? Certo, non quello consensualmente attribuito dagli utenti locali, ma vincolato a parametri oggettivi, quali potrebbero essere PIL, piuttosto che emissioni obbligazionarie, e questo, appunto contribuisce a smentire tutte le tesi auritiane.”

    Anche qui il ragionamento è viziato dal non voler convenire sulla natura fiduciaria della creazione del valore monetario. Certamente uno straniero non accetterebbe di primo acchitto una eventuale moneta emessa localmente secondo le tesi auritiane. Ma questo è accaduto anche all’epoca della nascita della carta moneta non coperta o solo parzialmente coperta da riserva aurea. Il pubblico era diffidente. Nel XVIII secolo John Law cercò di introdurre in Francia la moneta cartacea (che secondo lui doveva avere a copertura la terra e non più l’oro) ed il tutto finì in una grande speculazione e nella fuga del suo ideatore. Tuttavia nel 1971 Nixon dichiarando non convertibile il dollaro ha realizzato l’auspicio del Law. Come è stato possibile? Per il consolidarsi secolare benché graduale della fiducia popolare nella moneta emessa dalle banche centrali (ad iniziare dal quella inglese del 1694) e per la garanzia “politica” da parte del Re e poi delle Repubblica ossia dello Stato che ha imposto il “corso forzoso” (tuttavia nei momenti di crisi, come ad esempio nel caso delle forti svalutazioni a causa di eventi eccezionali come le guerre – si pensi alle Am-lire durante l’occupazione americana nel 1943/45 – , anche il corso forzoso si è rilevato inefficace ha suscitare l’accettazione fiduciaria dei simboli monetari, innescando il fenomeno della borsa nera anche per le monete). Con questo si sta dicendo che il graduale e reciproco riconoscimento universale del valore fiduciario delle diverse monete statali, valore creato da chi le accetta e quindi anche da chi le accetta negli scambi internazionali e nel sistema di cambio – sicché, ad esempio, l’accettazione in Giappone dell’euro “fiduciario” avrebbe il reciproco nell’accettazione in Europa dello yen “fiduciario” – finirebbe alla lunga per superare il problema posto nelle relazioni tra gli Stati. I trattati internazionali (del resto lo stesso euro attuale si fonda su un trattato internazionale) servono anche a questo: a raggiungere un sistema reciproco di regole giuridiche valido il più possibile universalmente.

    Per chiudere: lo scrivente – a differenza degli “ortodossi” del sistema attuale convinti infallibilisti anche se poi la realtà va smentendo tale pretesa infallibilità – non sostiene l’infallibilità delle tesi auritiane ma la loro compatibilità con i sani principi del retto ragionare.

    In ultimissimo, vorrei ricordare che altri scienziati hanno sollevato forti e fondati critiche all’attuale sistema. Giusto per ricordarne uno: Maurice Allais, premio Nobel per l’economia nel 1988. Stando alla definizione usata per screditare gli oppositori dell’ortodossia anche questo Nobel sarebbe un “complottista”. Invito comunque a leggere attentamente il suo “La crisi mondiale dei giorni nostri” (reperibile su etienne.chouard.free.fr). Ecco, a titolo di esempio, cosa dice circa circa il reddito da creazione monetaria: “Oggi i redditi da signoraggio provenienti dalla creazione di moneta sono spartiti tra mani ignote, senza che nessuno possa realmente identificare chi è che ne trae profitto. Questi redditi non fanno che causare ingiustizia e instabilità e, favorendo investimenti non realmente redditizi per la collettività, non fanno che causare uno sperpero di capitale. Fondamentalmente la creazione di denaro dal nulla (ex nihilo) effettuata dal sistema bancario è identica, non esito mai a dirlo per far comprendere con che cosa si ha a che fare, alla creazione di denaro da parte dei falsari, per questo motivo giustamente condannati dalla legge. Nel concreto essa provoca gli stessi risultanti. La differenza è chi ne trae il profitto”.

    Detto questo, però, da parte mia quel che più è importante non è tanto il profitto da signoraggio quanto piuttosto due fenomeni altamente pericolosi comportati dalla creazione monetaria bancaria:
    – il secolare processo di astrazione e di dematerializzazione dell’economia che sta giungendo ad un punto di non ritorno con l’autoreferenziale finanziarizzazione a danno dell’economia reale (con tutti i disastri sociali connessi),
    – la spoliticizzazione ossia l’inversione dei ruoli tra politica ed economia con la subordinazione di qualsivoglia “bene comune”, ossia della “polis”, allo strapotere dell’economia finanziaria e speculativa.

    Il problema delle future generazioni sarà quello di come riportare l’economia “drogata” dalla finanza con i piedi per terra, come revincolare i valori astratti e fittizi prodotti dalla finanza ai beni reali ed all’economia reale: l’unica, questa, di cui vive la gente comune. Fino a quando non ci sarà questa consapevolezza culturale e politica il processo di nichilismo finanziario, ossia di annichilimento dell’economia reale (ed anche delle identità culturali), continuerà imperterrito, come un treno proiettato a tutta velocità verso il baratro del “nulla”.
    Cordiali saluti.

    Luigi Copertino

  13. Per chi fosse interessato al tema (in quanto tra chi ne dibatte, comunque, ognuno permarrà della sua idea), osservo quanto segue, come risposta ai diversi punti sollevati da Coperitno:
    1) la moneta, appunto, non ha un valore intrinseco.
    In assenza di pubblico, non avrebbe sensola moneta, non perchè non ci siano dei soggetti che attribuiscono un determinato valore, ma perchè non ci sarebbe nessun acquisto, non essendovi acquirente alcuno.
    2)il diritto positivo è appunto il diritto vigente, mentre, che si tratti di autori come Grozio o altri, il cosiddetto giusnaturalismo è solo una forma di filosofia del diritto e, come sappiamo, quello applicato è appunto il diritto positivo, non la filosofia del diritto.
    Anche perchè, pur come espressione de jure condendo, e non de jure condito, ognuno potrebbe auspicare normative diverse e, necssariamente, solo una volta trasformatisi in jus conditum, i principi ispiratori sono cogenti, legalmente vincolanti.
    Quanto alle truffe, se proprio vogliamo mettere i puntini sulle i, di truffa legalizzata si tratterrebbe,quindi una contraddictio in terminis.
    Se, infatti, la banca centrale o altri istituti commettono una truffa, è ils istema giuridio che glielo consente e quindi, sempre alla luce del diritto, srebbe come un furto legalizzato.
    A ben vedere, però, non è neppure così, visto che la creazione d imoneta scritturale è giustificata, secondo diversi economisti, da diverse funzioni, e quindi la legittimità ha le sue motivazioni.
    3) I fatti storici dei secoli passati non rappresentano la realtà dei nostri giorni.
    Oggi quel che conta è il riferimento ai parametri, come PIL, o altri, per valutare solidità o meno di una valuta, nei rapporti internazionali.
    Anche perchè, anche in questo genere di rapporti, vale sempre il seguente ragionamento: se, alla fine, ci si basa solo su un rapproto convenzionale, allora basterebbe attribuire tale valore e, perchè no?, stampare moneta.
    Ma così facendo, alla fine tutti riterranno che non si deve lavorare, non si deve produrre nulla, proprio perchè non conta il riferimento al potere d’acquisto, ma la convezione tra utenti.
    In altri termini, se la moneta non rappresenta un valore legato ai beni ed ai servizi, si potrebbe anche acquisirne, relativamente ad uno stato che non detenesse alcun bene.
    Ipotizziamo lo stato x, che non detenga bene alcuno, ma si conviene di fissare un controvaloreo convenzionale, ad esempio con tot monete di quello stato acquisti tot beni di un certo tipo.
    Alla fine, se quello stato non possiede alcun bene, allora a cosa serve la moneta?
    Ad acquistare nulla, e quindi nulla varrebbe.

    Signoraggio e moneta scritturale sono serviti a diverse funzioni, diversamente non implementabili,mentre la osiddetta finanziarizzazione dell’economia passa piuttosto attraverso strumenti derivati, che non tramite la dematerializzazione della moneta.
    Comunque, anche il reddito da signoraggio va a ben precisi soggetti, prrvsti dal sistema.
    SI sottolinea come vi sia una retribuzione legata anche alla necessità di retribuire delicate funzioni, come il finanziamento sistematico, ed altre ancora…ma qui mi fermo, divenendo il discorso troppo complesso, a mio avviso, per essere trattato in un blog…..anche perchè, comunque, ripeto: forse potremmmo stare qui a discutere a lungo, ma poi credo che la cosa sarebbe fine a se stessa, mantenendo ognuno il proprio punto di vista.

  14. Gentile signor Rossato,

    1)“Per chi fosse interessato al tema (in quanto tra chi ne dibatte, comunque, ognuno permarrà della sua idea), osservo quanto segue, come risposta ai diversi punti sollevati da Copertino: la moneta, appunto, non ha un valore intrinseco. In assenza di pubblico, non avrebbe senso la moneta, non perchè non ci siano dei soggetti che attribuiscono un determinato valore, ma perchè non ci sarebbe nessun acquisto, non essendovi acquirente alcuno”.

    Si, fermiamoci qui! Almeno io mi fermo qui perché ho capito che mentre Lei – in difesa dell’ortodossia vigente – non si da pena di cercare di comprendere perché mai il sistema oggi non funziona più e di cercare di scovare quali siano le sue possibili pecche, lo scrivente tenta, invece, di comprendere le cause di quel che non va. Non pretendo di esservi riuscito. Del resto non sono nessuno. L’ho, però, invitata a leggere le opere di un Nobel per l’economia (di scuola – giusto per precisare – liberale, mica “sovietica” o “populista”!) che spiega molto bene ai “profani” quali guasti produce da due secoli il sistema finanziario fondato sugli attuali principi. Spero che accolga l’invito prima di tornare a riparlare della questione e di fare affermazioni come “vi (è) una retribuzione legata anche alla necessità di retribuire delicate funzioni, come il finanziamento sistematico” e “la creazione di moneta scritturale è giustificata, secondo diversi economisti, da diverse funzioni, e quindi la legittimità ha le sue motivazioni”. Infatti, proprio il suo rilievo, ossia che in assenza di pubblico sull’isola deserta non c’è “mercato”, oltre che mancanza di accettazione fiduciaria della moneta, attesta quanto sottolineato da Auriti ovvero che l’economia è cosa per gli uomini e non gli uomini per l’economia. Se laddove non c’è umanità non c’è neanche il mercato diventa ancora più evidente che la moneta è una “funzione in funzione” degli agenti che operano sul mercato, ossia gli uomini, il pubblico: a meno di non avere una concezione idolatrica del mercato e pensarlo come un sistema auto-genetico e auto-movente. Sono gli operatori economici che agiscono sul mercato ad “inventare” i mezzi di pagamento ed ad attribuire loro “valore”, “potere d’acquisto”. Non chi emette la moneta, banca o Stato.

    2) “il diritto positivo è appunto il diritto vigente, mentre, che si tratti di autori come Grozio o altri, il cosiddetto giusnaturalismo è solo una forma di filosofia del diritto e, come sappiamo, quello applicato è appunto il diritto positivo, non la filosofia del diritto”.

    Lei dimentica che anche la moneta, anche la finanza, sono innanzitutto filosofia. Sa quando è nata la “speculazione”? Esattamente nell’antica Grecia, con Talete, uno dei primi filosofi, il quale avendo previsto una ottima stagione ed un ottimo raccolto di olive, acquistò o affittò tutti i frantoi della regione diventando il monopolista del settore e ricavando ingenti somme.

    3) “Quanto alle truffe, se proprio vogliamo mettere i puntini sulle i, di truffa legalizzata si tratterrebbe, quindi una contraddictio in terminis. Se, infatti, la banca centrale o altri istituti commettono una truffa, è il sistema giuridico che glielo consente e quindi, sempre alla luce del diritto, sarebbe come un furto legalizzato”.

    Peccato però che questo non soddisfa l’innato senso di giustizia che c’è nel cuore dell’uomo: nella Germania hitleriana il diritto tedesco all’epoca vigente considerava cosa lecita, legittima, addirittura socialmente lodevole, sopprimere i disabili che, per le tesi, appunto filosofiche benché aberranti, che stavano dietro quel diritto positivo, rovinavano la purezza della razza. Sicché un magistrato tedesco degli anni ’30 che si fosse vista presentare una denuncia per l’omicidio di un demente avrebbe “serenamente” risposto che il “fatto non costituiva reato”. Ciò non avrebbe tolto che quel fatto restasse, moralmente, per diritto naturale, un crimine odioso. Il fatto che l’ordinamento giuridico vigente consente al sistema bancario di perpetrare truffe ai danni del pubblico (pre-giuridicamente giustificate, da economisti allievi della “scolastica” ortodossa che si insegna nelle università ed a volte anche “prezzolati” per carriera o per affari) non toglie che, moralmente, quelle restano truffe, “defraudazioni della mercede” agli onesti che “gridano vendetta al cospetto” di Qualcuno più Alto di noi.

    4) “Oggi quel che conta è il riferimento ai parametri, come PIL, o altri, per valutare solidità o meno di una valuta, nei rapporti internazionali. Anche perchè, anche in questo genere di rapporti, vale sempre il seguente ragionamento: se, alla fine, ci si basa solo su un rapporto convenzionale, allora basterebbe attribuire tale valore e, perchè no?, stampare moneta. Ma così facendo, alla fine tutti riterranno che non si deve lavorare, non si deve produrre nulla, proprio perchè non conta il riferimento al potere d’acquisto, ma la convezione tra utenti”.

    In realtà il “potere d’acquisto” conta, eccome! Soltanto che non si dice mai chi lo crea. I beni e servizi che esso consente di acquistare oppure l’accettazione dei simboli monetari da parte del pubblico? Accettazione che, storicamente, è maturata sulla base della fiducia che la garanzia della copertura aurea, originaria, assicurava al pubblico. Tolta tale garanzia, più o meno ad insaputa del pubblico, è rimasta, per consuetudine consolidata, la fiducia, nella carta moneta, sulla quale, e solo sulla quale, si basa ancor oggi l’accettazione dei simboli monetari. Fiducia poi avvallata dallo Stato con l’imposizione del corso forzoso. Ma come si è detto, corso forzoso o meno, quando per un qualsiasi motivo il pubblico perde fiducia in una carta moneta nulla potrà costringerlo ad accettarla come mezzo di pagamento. Fenomeno che è accaduto più volte nel corso della storia e che dimostra, “sperimentalmente”, che il potere d’acquisto è creato dall’accettazione fiduciaria dei simboli monetari, i quali perdono immediatamente ogni valore, ogni potere d’acquisto, riducendosi a carta straccia, quando viene meno la fiducia da parte del pubblico. Per quanto riguarda la necessità di lavorare, ripeto: l’emissione e l’accettazione fiduciaria di carta moneta non comporta automaticamente che, pur possedendo moneta, si acceda ad ogni ben di Dio, se tali beni non vengono prodotti. La necessità del lavoro rimane, anche perché è di natura. Quel che cambia è che – a differenza di quanto sotteso dalla sua prospettiva – non si lavora più per indebitarsi ossia per avere in contraccambio moneta bancaria, creata ex nihilo, e quindi carica di debito fondato sul “nulla” (la invito in proposito – ancora una volta – a leggere quanto spiega Maurice Allais circa il meccanismo “nichilista” della creazione monetaria bancaria), ma per avere in contraccambio moneta di proprietà del portatore/accettante. Per quanto, poi, riguarda il parametro del PIL come criterio di valutazione della solidità o meno di una valuta nei rapporti internazionali, spero che ci si renda conto delle tragiche conseguenze di tale parametrazione, che è attualmente normativa in ambito globale, fondata sulla sua stessa convinzione, molto purtroppo diffusa, per la quale il valore della moneta sarebbe dato dalla capacità produttiva di una nazione. Se si continua a far credere, come fece per primo Nixon dichiarando la non convertibilità del dollaro, che la base del valore della moneta sono i beni e servizi che con essa si possono acquistare e che una nazione è capace di produrre – ossia che la base del valore monetario è materiale e non previsionale – la crescita economica diventa non la strada per il miglioramento delle proprie condizioni, anche culturali, di vita, ossia per godere di una “buona vita”, ma un imperativo, un obbligo, per sostenere la moneta sulle piazze d’affari del mondo in modo da attrarre, concorrenzialmente, investitori nel debito pubblico nazionale pagato con quella moneta piuttosto che con un’altra. E’ il problema attuale dell’euro alle prese con la crisi greca. Ed è il nostro problema di Stato italiano troppo indebitato e senza crescita economica. Solo che crescere per “servire il debito pubblico” significa, in altri termini, lavorare per pagare gli interessi, salati, ai prestatori di capitale finanziario o compratori di titoli pubblici o investitori istituzionali (ma non sarebbe invece il caso di chiamarli – soprattutto se si tratta di hedge funds ed organismi simili – “strozzini”?) i quali vivendo degli interessi lucrati sul debito pubblico, da un lato, hanno interesse alla crescita economica di una nazione nella convinzione, appunto, che la valuta nella quale si aspettano il pagamento degli interessi sia tanto più apprezzata quanto più forte è quella nazione in termini di produttività e, dall’altro lato, hanno tutto l’interesse a che quel debito pubblico non venga mai definitivamente meno ma, mediante la costante necessità di finanziamento dello Stato, si perpetui all’infinito. I popoli, in questo sistema, lavorano non per crescere essi stessi, ed assicurare un futuro sereno ai propri figli, ma per foraggiare gli investitori istituzionali ossia i “mercati finanziari transnazionali” che sono, anche perché mediante le loro aperture di conto-prestito creano moneta ex nihilo traendovi interessi altissimi ed inflazionando di continuo il mercato monetario, gli “strozzini globali”. E’, questa, la “legge del pidocchio”: il parassita si nutre del sangue del parassitato ma non può permettere che quest’ultimo muoia e, benché denutrendolo, non può superare un certo limite di sfruttamento ma, anzi, deve mantenerlo in vita per continuare a parassitarlo. Ecco perché quando uno Stato, come oggi la Grecia, va verso il default ci si affanna, da parte dei “mercati” che premono sulla politica, a soccorrerlo. Una nazione che non vuole indebitarsi fa rabbia agli “investitori”: come fece a suo tempo rabbia l’Argentina quando ripudiò il suo debito pubblico, valutato in dollari, rigettando le ricette capestro che il FMI voleva imporle (le stesse che oggi esso, insieme all’UE, sta imponendo alla Grecia). L’Argentina è rinata ed ha ricominciato a crescere anche se oggi è isolata dal sistema finanziario mondiale (addirittura portata in giudizio davanti a Tribunali internazionali). Rinascita che non ci sarebbe stata se avesse abbassato il capo di fronte al FMI, il tutore dello strozzinaggio globale.

    5) “Signoraggio e moneta scritturale sono serviti a diverse funzioni, diversamente non implementabili, mentre la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia passa piuttosto attraverso strumenti derivati, che non tramite la dematerializzazione della moneta”.

    Invece la finanziarizzazione dell’economia, che è la progressiva separazione della finanza dall’economia reale attuata mediante il progressivo allontanamento dei “derivati” dai beni reali “sottostanti”, ha inizio esattamente con la moneta fiduciaria di emissione bancaria. Inizialmente coperta dall’oro, ossia da un bene reale sottostante, la moneta bancaria, prima mediante l’emissione in misura più che proporzionale rispetto alla riserva aurea e poi, infine, mediante la sua non convertibilità ad iniziare dal 1971, ha finito per allontanarsi e separarsi dal sottostante, in un processo di “smaterializzazione”, di “disincarnazione”, che presenta aspetti che – in ambito teologico/filosofico – si direbbero “gnostici”. Il trucchetto della progressiva diminuzione, fino a completa scomparsa, della garanzia costituita dal bene reale sottostante, una volta praticato con la moneta, è stato replicato con i titoli derivati. Questi per origine storica (risalgono alla borsa merci di Amsterdam del XVII secolo) sono “contratti di assicurazione” sulle merci o sui titoli, che ne dovrebbero rappresentare il “sottostante”, ma, giocati nella borsa planetaria di oggi – la quale, a detta di molti economisti anche ortodossi, assomiglia sempre più ad un gran casinò globale a rischio di default – hanno iniziato ad assumere un valore autoreferenziale sempre più autonomo dal sottostante. Così facendo, però, si è costruita una montagna di debiti, reciproci, fondati sul nulla: una economia di carta sempre pronta a collassare ogni qual volta una qualsiasi “bolla speculativa” esplode. La finanziarizzazione consente di nutrire il miraggio – questo sì va nel senso, che Lei critica, dell’utopia del “non lavoro” – di poter trarre denaro solo dal denaro senza alcun corrispettivo in termini concreti, ossia in beni o servizi, e, quindi, indipendentemente dal lavoro, attraverso la pura speculazione sulle indicizzazioni dei titoli. Questo, forse, spiega perché l’antica etica abramitica (sia cristiana, sia ebraica, sia islamica) diffidava della “fecondità del denaro” avulsa dal lavoro (san Tommaso d’Aquino, ad esempio, riteneva lecito il solo capitale impiegato nell’attività economica e non anche quello prestato; successivamente ci fu maggiore apertura verso l’idea che chi presta denaro lo fa perché sia usato in beneficio dell’economia e che quindi l’interesse sia la giusta remunerazione del “lucro cessante” sul denaro prestato: tuttavia, pur ammessa tale apertura, si cercò sempre un limite – il giusto prezzo – all’interesse, spesso concependolo, come nel caso dei Monti di Pietà inventati dai francescani a servizio degli operatori economici per sottrarli agli usurai, alla stregua del compenso e del rimborso per le spese del servizio di intermediazione del “monte”. Il credito, in quelle epoche, era ammesso, sotto il profilo morale, comunque solo se legato indissolubilmente all’economia reale ed al lavoro e giammai era ammesso se inteso come creazione ex nihilo di mezzi di pagamento e, quindi, come autorefenzialità della finanza a scapito della produttività del tessuto economico sottostante).

    6) “Comunque, anche il reddito da signoraggio va a ben precisi soggetti, previsti dal sistema”.

    L’invito è, di nuovo, a leggere le opere di Maurice Allais che spiega come, al di là di quanto nelle sedi ufficiali è detto, in realtà non è affatto chiaro in quali meandri istituzionali e bancari finisca quel reddito. Voglio, comunque, precisare che Allais, e lo scrivente con lui, non pensa affatto che mediante quel reddito si possa istituire un “reddito di cittadinanza” che, secondo l’utopia di molti, affrancherebbe l’umanità dal bisogno di lavorare. Nient’affatto, Allais sa molto bene che il reddito da signoraggio è poca cosa rispetto alle necessità finanziarie di uno Stato moderno e che, per via della “curva di Laffer”, non è possibile, oltre un certo limite, emettere moneta per assicurarsi reddito da signoraggio, senza incorrere in una iperinflazione. Allais si limita a dire che l’attribuzione trasparente ed esplicita – cosa che attualmente non è affatto chiara come invece alcuni sono interessati a far credere – allo Stato del reddito da signoraggio consentirebbe soltanto di alleviare un poco il peso fiscale. Ma lo Stato avrebbe comunque bisogno, per quanto gli necessita in eccedenza al prelievo fiscale ed al misurato reddito da signoraggio, di ricorrere all’indebitamento mediante titoli del debito pubblico. Solo che nel sistema bancario riformato secondo le sue indicazioni – un sistema nel quale sarebbe impedita la creazione ex nihilo di denaro da parte delle banche mediante l’obbligo per esse di fare prestiti a medio e lungo termine solo mediante depositi di durata superiore o perlomeno eguale a quella dei prestiti – lo Stato, come del resto i privati, non si troverebbe a dover pagare interessi su moneta scritturale inesistente, ossia quella creata dall’attuale sistema della riserva frazionaria, aumentando esponenzialmente il proprio debito e rischiando – come sta avvenendo in questi giorni per la Grecia e l’Europa, come è avvenuto nel recente passato per le cosiddette “tigri asiatiche” e per l’Argentina – il default. Lo Stato ed i privati si troverebbero ad aver a che fare con un sistema bancario sano e non “usurocratico” ossia non produttore di scollamento tra sovrastruttura finanziaria e struttura economica reale: scollamento che, mediante una approfondita analisi delle crisi finanziarie del passato, ad iniziare da quella del 1929, Allais dimostra essere sempre la vera causa delle crisi come l’attuale, puntualmente seguite ad anni di “ruggente” aumento esponenziale, in un delirio di ottimismo illusorio ed irrealistico, della creazione ex nihilo di moneta bancaria o sottoforma di altri titoli (come i derivati, che sono essi stessi, nel casinò virtuale della borsa, mezzi di pagamento) senza più alcuna connessione con la crescita, molto più lenta e realistica, dell’economia reale sottostante. Fino a giungere al punto di rottura, all’esplodere della “bolla finanziaria” fondata sul nulla, e quindi alla crisi che si ripercuote sulle imprese e sui lavoratori.

    Per chiudere, perché la questione – ha ragione Lei – è troppo complessa per discuterne su un blog, faccio soltanto notare che Giacinto Auriti, Maurice Allais, Irving Fisher (che è stato il maestro di Allais) ed altri si pongono il problema di indagare – a fronte dell’evidente inefficienza del sistema monetario attuale, causa di default economici reali – sulle cause di tale inefficienza e propongono soluzioni. Certo tutto è maggiormente approfondibile e migliorabile. Quel che invece è assolutamente controproducente è, nonostante il rischio di collasso endemico oggi ormai palese a tutti, continuare a difendere l’ortodossia vigente, vivere senza porsi domande solo perché sgradite ai sacerdoti dell’ortodossia. Succedeva anche nell’Unione Sovietica nonostante che la gente si rendesse sempre più conto che il sistema non funzionava. La mancanza di critica portò, in tal caso, al disastro. Ma si trattava di un sistema totalitario. In una democrazia liberale non dovrebbe accadere. Invece succede che anche qui gli “eretici” vengano messi al bando. Non certamente inviandoli nel gulag ma semplicemente, come osservava a suo tempo Solgenicin nel suo famoso discorso di Harvard, togliendo loro il microfono oppure screditandoli con menzogne massmediaticamente diffuse. Però, quando il giorno nel quale la macchina non funzionerà più arriverà, allora non sarà più possibile ai custodi dell’ortodossia nascondersi e sottrarsi alle loro responsabilità storiche. Dovranno ammettere i loro errori e lasciare il proscenio.

    Cordiali saluti.
    Luigi Copertino

  15. Egr. sig. Copertino.

    mi pare, intanto, che ci sia una contraddizione di fondo, nelle sue dichiarazioni iniziali, quando dice di fermarci qui…..
    Meno male, altrimenti non so quanto avrebbe scritto…..

    Da parte mia, invece, intendo rispettare il proposito,e le comunico, quindi, solo quanto segue, come considerazione finale.
    Vede, lei commette un errore di fondo: mi invita a leggere certe opere di certi autori che, guarda caso, invece conosco alla perfezione.
    Un conto è non averli letti, altro conto è averli letti, meditati, e…contraddetti.
    Perchè le dicevo che il discorso sarebbe troppo lungo?
    NON volevo dirlo, ma visto che lei mi chiama in causa, come colui che non conoscerebbe certe opere, allora le dico solo quanto segue:
    il nome indicato sopra, che sarebbe il mio nome, è invece uno pseudonimo, che utlizzio, perchè sono contrario, da sempre, al principio d’autorità.

    Se avessi usato il mio vero nome e cognome (del resto anche la B. E. ha un suo ebook, che sostiene certe tesi, ed il cui autore si presenta con la maschera sul viso e con un nome inventato, mi pare il gigante o qualcosa del genere…) avrei, contro i miei principi, usato un principio d’autorità, perchè lei avrebbe potuto, anche solo tramite una ricerca su internet, vedere che chi le risponde è comunque persona che:
    ha tenuto seminari e corsi in diverse facoltà universitarie, non solo italiane,
    scitto sui tem,i che lei indic,a opere, perun complesso di aclune migliaia di pagine ma….
    NON E’ QUANTO PRECEDE QUELLO CHE CONTA.

    Quello che conta , appunto, non è il principio d’autorità, ma il merito, la motivazione a sostegno di una tesi e, se non sono d’acordo con certe tesi, è perchè vi sono precise ragioni.
    Quello che, nei commenti precedenti ho detto, come pure quanto da lei indicato, consideriamolo pure una minima percentuale di quello che si potrebbe dire su tali temi.
    Probabilmente, se le spiegassi il tutto, le dovrei chiarire un percorso che dura alcune migliaia di pagine, ma…..
    appunto, come lei intuisce, non posso farlo su questo blog.

    Anche per questo, se mi consente una battuta, sono stato un buon profeta: ognuno, infatti, è rimasto con le sue idee originarie.
    Concludo, ricambiando il suo invito a leggere (cosa che ho già esaustivamente fatto) con un altro invito: quello ad abbandonare il principio d’autorità.
    Come immagino lei sappia, tale principio equivale a fondare una tesi sull’autorità di una persona, ma….
    Questo principio, espresso con la formila Ipse dixit, direi che è finito molto tempo fa.
    In base al principio d’autorità, ad esempio, vennero condannate le tesi galileiane, che contraddicevano il sistema aristotelico-tolemaico, il quale riteneva che fosse ll Sole a ruotare intorno alla Terra, e non viceversa….
    Se lei condivide le tesi di certi autori, liberissimo di farlo, ma la invito a farlo, non perchè Tizio, piuttosto che Caio, hanno vinto un Nobel (lei sa, probabilmente, anche che l’assegnazione di questo premio è spesso politicamente condizionata, più che dovuta a meriti effettivi), e quindi, ripeto, la invito a condividere una tesi sulla base delle motivazioni, non di un sorpassato principio d’autorità.

    Detto questo, lei dovrei replicare nel merito ma, appunto, questo richiederebbe, se proprio vogliamo approfondire bene certi temi, di avere uno spazio ed un tempo che, sinceramente, non ho.
    Del resto, non credo sia giusto monopolizzare questo blog con….la nostra dialettica.
    Confidando che lei abbia inteso il senso di questo mio commento, la saluto cordialmente e, qualora invece lei decida di postare ulteriori commenti, mi scuso anticipatamente, se non avrà risposta da parte mia, ma credo di averle già risposto esaustivamente con quanto precede.

    Ultimissiamo nota: la inviterei anche a non considerare coloro che sostengono tesi diverse dalle sue delle specie di servitori di un regime, perchè magari sono persone che, come lei, hanno riflettuto su certi temi, e la pensano in un certo modo, a fronte di precise motivazioni.

    Cordiali saluti

  16. Egregio signor Rossato,
    è proprio perché non ho accettato l’ipse dixit attualmente egemone ed indiscutibile dell’ortodossia monetaria che ho cercato altrove. Lei mi critica per via del fatto che presento come biglietto da visita il Nobel di Allais (che so benissimo aver egli vinto per altre ricerche e non per quelle monetarie: per queste un certo estabilishment non glielo avrebbe mai concesso!). Ma guardi che non è per questo che cito Allais ma semplicemente perché dice cose molto più vere di quanto dica l’ortodossia monetaria. Il sito da me citato non riporta anche tutte le confutazioni, scientifiche, che Allais ha fatto ai suoi contestatori. Ecco perché bisogna risalire alle sue opere. Resta il fatto, forse a Lei non evidente, che chi attualmente si permette di contestare l’ipse dixit della dottrina monetaria vigente viene immediatamente denigrato, “scomunicato”, anche in sede universitaria. Con questo l’ortodossia ripete lo stesso errore di chi non prese in considerazione Galileo: ma almeno in tal caso vi erano delle ragioni costituite dal fatto che lo scienziato pisano pretendeva di imporre come certa una teoria della quale, all’epoca, non riusciva a fornire prove convincenti, le quali infatti vennero solo due secoli dopo. Fino a quando il pisano insegno il suo sistema come ipotesi nessuno ebbe nulla a ridire. Contro Auriti ed Allais, ed altri, invece la scure della denigrazione si è sollevata immediatamente, anche laddove si restava sul piano delle ipotesi, delle teorie, della ricerca del vero. Certa inquisizione di oggi, che si crede sempre e comunque nel giusto, sa essere molto più intollerante e dura di quelle del passato.
    Comunque sono d’accordo con Lei sul fatto che alla fine ognuno conserva le sue convinzioni e, pertanto, anch’io chiudo qui.
    Cordiali saluti.

    Luigi Copertino

  17. Mi spiace sopratutto di una cosa…,.in sostanza, lei bypassa un punto fondamentale di quello che le ho detto:
    al sottosritto, personalmente, NON importa se altri criciticano Allais, a prescindere dalle sue tesi..in quanto, personalmente, NON appartengo a tale categoria.
    Io critico Allais, con riferimento proprio al merito delle sue tesi, e non in quanto eterodosse, rispetto a quelle classiche, vorrei che questo fosse finalmente chiaro.

    Il discorso, nel merito, ripeto, richiederebbe un discorso molto lungo, che non ho tempo e modo di replicare su queste pagine, dovendo il sottoscritto trarlo da allcune sue opere, in cui certi temi vengono dibattuti per alcune migliaia di pagine.
    Ripeto: sono contrario a criticare le teorie di chiccessia, a prescindere dal merito.
    LE mie sono confutazioni di merito, e non legate al fatto che altri, per motivi politici o economici, confutino le sue teorie.

    Cordiali saluti anche a lei.

  18. Reitero il mio commento, in quanto nelpostarlo, prima, ho dimenticato di inserire una parte degli elementi richiesti per l’approvazione.

    Mi spiace sopratutto di una cosa…,.in sostanza, lei bypassa un punto fondamentale di quello che le ho detto:
    al sottoscritto, personalmente, NON importa se altri criticano Allais, a prescindere dalle sue tesi..in quanto, personalmente, NON appartengo a tale categoria.
    Io critico Allais, con riferimento proprio al merito delle sue tesi, e non in quanto eterodosse, rispetto a quelle classiche, vorrei che questo fosse finalmente chiaro.

    Il discorso, nel merito, ripeto, richiederebbe un discorso molto lungo, che non ho tempo e modo di replicare su queste pagine, dovendo il sottoscritto trarlo da allcune sue opere, in cui certi temi vengono dibattuti per alcune migliaia di pagine.
    Ripeto: sono contrario a criticare le teorie di chiccessia, a prescindere dal merito.
    Le mie sono confutazioni di merito, e non legate al fatto che altri, per motivi politici o economici, confutino le sue teorie.

    Cordiali saluti anche a lei.

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