autoconsulenza finanziaria

Come guadagnavo il 70% quando gli altri perdevano il 50%

Martedì, Aprile 20th, 2010

Patrizio Messina Lo scorso anno abbiamo assistito ad un vero e proprio crollo delle Borse, che ha portato il principale indice azionario del mondo (il Dow Jones) a passare nell’arco di soli 18 mesi da 14.000 a meno di 7.000 punti.

In pratica, in questi 18 mesi gli investitori di Borsa più sprovveduti hanno perso mediamente oltre il 50% del capitale. Nello stesso identico periodo sono riuscito a guadagnare il 70% (del capitale investito in azioni) grazie ad una “facile” grande teoria: l’analisi ciclica.

La strategia che ho applicato è appunto molto semplice: ho dapprima individuato il momento in cui il mercato ha cambiato definitivamente trend passando a ribassista (nel periodo iniziale della crisi), poi, ho individuato il momento in cui il mercato ha risvoltato iniziando il nuovo periodo rialzista (inizio della ripresa) e ho quindi fatto le operazioni necessarie per sfruttare tali informazioni.

Per reperire le informazioni corrette, ho praticamente utilizzato i 3 indicatori fondamentali dell’analisi ciclica, il più importante dei quali è la Media Mobile. Grazie alla media mobile e a un ETF short sul Dow Jones leva a 2 (un fondo azionario che replica l’indice DJ permettendo di investire sul ribasso con effetto leva a due), ho sfruttato tutto il ribasso moltiplicando per due l’escursione.

Con la media mobile ho individuato il punto di inizio effettivo del ribasso quando l’indice quotava 13.000 punti circa (3 mesi dopo l’inizio reale del ribasso), investendovi 10.000 €, successivamente ho chiuso la posizione in due tempi: la prima in concomitanza del minimo teorico del ciclo di Borsa, il secondo sfruttando nuovamente la media mobile.

Per la teoria dei cicl, esistono alcuni cicli molto forti dal punto di vista delle tempistiche e questi sono il ciclo a 54 mesi, quello a 36 anni e quello a 72 anni e nel marzo del 2009 tutti e tre questi cicli dovevano creare teoricamente un minimo. Visto che concordavano tutte e tre i cicli forti ho deciso di prendere un rischio e ho disinvestito metà delle quote ETF comprate a gennaio 2008 cercando di “indovinare” il minimo assoluto e non riuscendoci per soli 4 giorni…

In pratica, ho disinvestito le quote comprate con i primi 5.000 € e li ho rivendute a 9.500 € circa con un ricavo di 4.500 € (lordi). La parte rimanente delle quote le ho vendute quando la media mobile mi ha indicato che stava iniziando il nuovo periodo rialzista (circa 5 mesi dopo) quando l’indice era risalito a 9.300 punti a poco meno 8.000 € con altri 3.000 € di ricavo. Totale un ricavo di circa 7.000 € su 10.000 € investiti che fanno appunto il 70%.

Quando ho chiuso l’investimento ribassista (con la vendita delle ultime quote a 9.300 punti), ho investito nel stesso tipo di fondo ma di tipo long (rialzista) ed adesso è a circa 11.000 punti e quindi sono in attivo del 40% (sempre per l’effetto leva a 2). Negli stessi mesi ho effettuato anche gli investimenti sfruttando il ciclo trimestrale sempre sfruttando la teoria dell’analisi ciclica, ma questa è un altra storia…

Per concludere l’articolo, vi posso dire che ho sfruttato l’analisi ciclica anche nel mio fondo pensione (come spiegato anche nel libro “Autoconsulenza Finanziaria”) tramutando le quote azionarie del fondo in obbligazionarie nel febbraio 2008 e riportandole tutte in azionario nel settembre 2009, riuscendo quasi a raddoppiare il controvalore del piano pensione in circa un anno e mezzo.

A cura di Patrizio Messina
Autore di Guadagnare con i Cicli di Borsa e Autoconsulenza Finanziaria

Come sfruttare l’analisi ciclica

Sabato, Settembre 26th, 2009

Al bravo investitore non interessa se la Borsa sale o scende in picchiata perché costui guadagna in ogni caso. Come fa? Semplice! Investe al rialzo quando le quotazioni salgono e al ribasso quando scendono. Per guadagnare con i rialzi cerca di comprare le azioni vicino ai minimi per poi venderle nei dintorni dei massimi mentre se punta al ribasso le vende allo scoperto in prossimità dei massimi per poi chiudere la posizione riacquistandole quanto più vicino possibili alle quotazioni minime.

Semplice a dirlo ma difficile a farlo… Per attuare la strategia sopra citata occorre riuscire a individuare i punti di svolta del mercato cioè quei punti esatti in cui i titoli azionari passano da una fase rialzista al ribassista e viceversa. A tale scopo molti utilizzano l’analisi tecnica che consiste nell’interpretazioni di alcune figure che il tracciato grafico delle azioni disegna con il passare del tempo: al presentarsi di determinate figure si presenta una probabilità statistica che nell’immediato futuro avvenga un determinato evento. Ad esempio può presentarsi una figura di continuità, una di cambio di tendenza, una che indica la presenza di un trend laterale ecc.

Nel nostro paese l’analisi tecnica delle figure ha una folta schiera di seguaci per via del fatto che negli anni 90, quando è diventata nota alla grande massa, è risultata la prima vera tecnica che potesse interpretare con una discreta probabilità le figure del presente per “indovinare” i movimenti del futuro.

Proprio per il fatto che vanta migliaia di utilizzatori, questa tecnica è diventata un’arma a doppio taglio: gli investitori più “esperti” o gli scalper navigati che hanno a disposizione ingenti capitali per tradare possono ricreare di proposito alcune figure per trarre in inganno la massa e effettuare quindi delle vere e proprie “imboscate” ai vostri risparmi. Questo evento si verifica spesso nei mercati mobiliari a bassa capitalizzazione come quello italiano in particolar modo nei titoli di piccole aziende.

Per supplire a questo spiacevole inconveniente entra in campo un altro tipo di analisi: quella dei cicli. Questa tecnica non parte dal presupposto di interpretare il presente per prevedere il futuro ma di analizzare la storia recente per sapere se in quel dato momento siamo in una fase rialzista o ribassista. Uno dei vantaggi più immediati risiede nel fatto che ci indica se siamo in un preciso momento al rialzo o al ribasso con una probabilità statistica che supera tranquillamente il 90% contro il 60/70% dell’analisi tecnica (sempre che il grafico sia genuino).

Il secondo vantaggio consiste nel fatto che non è una tecnica pilotabile o truccabile. Infine il vantaggio maggiore e più importante consiste nella sua semplicità di utilizzo: basta un semplice foglio elettronico tipo Excel programmato a dovere per avere un sistema computerizzato che ci dice quando comprare e quando vendere sia che siamo in mercato toro (rialzista) sia in mercato orso (ribassista).

A questo punto ti starai chiedendo come mai un sistema più affidabile non è ancora utilizzato dai più come ausilio all’investimento. La risposta è semplice ed ha un connotato psicologico: alla gente solletica di più trovare i punti di massimo e minimo in anticipo invece che saperli qualche giorno dopo (in caso di investimenti di lungo periodo) ma sicuri. Questo aspetto fa sì che l’analisi ciclica venga utilizzata solamente da pochi investitori a cui interessa di più guadagnare in modo sicuro che fare “l’indovino” per vantarsi di aver centrato i punti di svolta.

A dimostrazione di quanto detto ho appreso questa tecnica leggendo i testi americani (dove va di moda da oltre vent’anni) in quanto in Italia non ho mai trovato un testo che ne parlasse unicamente bensì sempre inserita come approfondimento dell’analisi tecnica.

Nel libro “Guadagnare con i Cicli di Borsa” è presente, oltre al corso sul l’analisi ciclica trattato in modo da renderlo chiaro anche a chi non ha mai investito in Borsa, un mini corso in appendice per utilizzare e programmare il foglio di calcolo con il sistema adatto all’investimento azionario.

Per maggiori chiarimenti potete postare le domande qui sotto.

Ciao a tutti,

A Cura di Patrizio Messina,
Autore di “Autoconsulenza Finanziaria” e “Guadagnare con i Cicli di Borsa”

Come capire il Signoraggio Bancario (parte 10/10)

Giovedì, Agosto 27th, 2009

Veniamo alla teoria del signoraggio bancario che circola in rete:
Per questa teoria, la classe dei banchieri crea a piacimento banconote che poi presta allo stato facendosi pagare il valore nominale della banconota tramite obbligazioni governative. In pratica, se la BCE stampa una banconota da 100 €, gli stati facenti parte dell’euro devono dare a tale ente un obbligazione statale di pari valore, che però negli anni aumenta a causa dell’interesse creato dalla stessa obbligazione e di conseguenza tenendo tutto il mondo in una schiavitù economica (potete cercare su google la parola signoraggio e vi farete una cultura al riguardo).

Quindi, ricapitolando, se la BCE crea 100 € di carta (spendendo circa 30 centesimi per produrli) dovrebbe guadagnare dal nulla 99.70 euro mentre, se li produce virtualmente guadagnerebbe seduta stante tutto il valore. Addirittura tale teoria è stata usata per una contesa legale supportata da una associazione dei consumatori finendo in un nulla di fatto arrivati in cassazione.

In parole povere, secondo l’associazione dovrebbe tornare la sovranità di stampa delle banconote allo stato in modo da stampare per l’importo occorrente a pagare debiti e welfare. Ma abbiamo visto in precedenza cosa accade alle nazioni che si comportavano in tal modo…ma qui vorrei far notare un’altra cosa.

La BCE è un società privata posseduta in percentuale differenti dalle varie Banche Centrali dei singoli stati. Nel nostro caso, La nostra banca centrale possiede circa il 16% della BCE. Quindi qualunque profitto la BCE dovesse ricavare (a partire da quelle del signoraggio), il 16% arriverebbe nelle casse di Bankitalia s.p.a.
A sua volta Bankitalia è suddivisa azionariamente a diverse banche e società di assicurazioni italiane nonché dell’INPS in percentuali differenti. Ognuna di esse percepisce quindi (in quanto azionisti) la loro parte dei profitti (fra cui sempre il signoraggio).

I “signoraggisti” probabilmente non sanno (anche perché non sono notizie che si sentono comunemente in giro) che il 94% degli incassi che Bankitalia effettua vengono girati allo stato italiano (e così fanno tutte le altre nazioni in percentuali variabili a seconda dei casi).
Quindi, quando la BCE crea il denaro (facciamo quello virtuale per semplificare i conti), ogni 100 € di incassi che fa Bankitalia, 94 vanno alle casse dello stato dritti filati (senza passare dal via come si direbbe al monopoli).

< L’altro 6 % è il guadagno delle singole banche che in pratica organizzano tutto il “lavoro”. Tra l’altro di questi 6 €, bisogna considerare che le banche devono pagare le tasse sugli utili allo stato italiano.

Resta comunque da capire il perché lo stato dà delle obbligazioni governative in cambio dell’emissione della moneta. Allora, facciamo mente locale: se si crea denaro è perché qualcuno ha comprato dei beni e servizi facendo aumentare la ricchezza del paese (o meglio di tutta l’Europa visto che prendiamo in esempio la BCE).
Se si crea ricchezza, questi soldi da qualche parte debbono essere depositati, magari ci sono un sacco di persone che si indebitano per l’acquisto, ma sicuramente alla fine della catena a qualcuno avanzeranno come surplus.

Questo qualcuno, i soldi non se li può di certo inghiottire, ma andranno a finire in un conto corrente oppure investiti in azioni o in obbligazioni. Anche se li lascia nel conto corrente, la sua banca senza dirgli niente comunque li investirà a posto suo in azioni od obbligazioni.
Bisogna far trovare a queste persone dei prodotti su cui investire i surplus, altrimenti quei soldi non avranno più un sottostante (visto che non c’è più il gold standard) rischiando di innescare un’inflazione spaventosa. Cioè l’abbondanza di denaro che non può essere “parcheggiato” da nessuna parte lo porterebbe a svalutarsi per troppa abbondanza dello stesso in circolazione.

Lo stato quindi crea delle obbligazioni da dare alla BCE in modo da girarle a quei risparmiatori/investitori che, alla fine del ciclo, le utilizzeranno per parcheggiare il denaro (come via di sfogo in pratica) permettendo di tenere l’inflazione bassa. Ovviamente lo stato cede queste obbligazioni alla BC perché nessuno inserirebbe i propri soldi in un prodotto ad interesse “zero” e, d’altro canto, gli stati non possono emettere azioni statali ma solo obbligazioni.

Se lo stato non creasse le obbligazioni, tutta quella valuta prodotta si ripercuoterebbe nei mercati mobiliari (come via di sfogo) producendo delle bolle speculative colossali tali da far passare quelle del 2000 e del 1929 alla stregua di leggere correzioni.

Sono giunto alla fine di quest’excursus sulla storia dell’economia e spero che molti di voi abbiano chiarito alcuni dubbi. Se volete ulteriori chiarimenti su altri argomenti chiedete pure; li tratterò non appena possibile.

Un abbraccio!

A Cura di Patrizio Messina,
Autore di “Autoconsulenza Finanziaria”

Come utilizzare la riserva Frazionale (parte 9/10)

Mercoledì, Agosto 19th, 2009

Nella seconda metà del XX secolo, le banconote (stampate con sottostante) necessarie alla popolazione per effettuare gli scambi commerciali non erano più sufficienti (non vi era sufficiente oro nel mondo). Si cominciò a stamparne senza sottostante con l’ovvia esplosione dell’inflazione. A quel punto l’allora Presidente R. Nixon decise che gli Stati Uniti non riconoscessero più l’equiparazione dollaro/oro, uscendo in pratica dal Gold Standard. Tale decisione fu seguita a ruota dalla maggior parte degli stati.

Per l’annullamento del Gold Standard, si è fatto un ragionamento particolare: se ad una persona servono dei soldi, è evidente che con esso debba comprarci un bene od un servizio. La ricchezza totale di una nazione in realtà è formata dall’insieme dei beni e servizi “ubicati” sopra di essa. Quindi in definitiva, se si stampano tanti soldi quanta ricchezza c’è sopra uno stato, tale ricchezza è la garanzia stessa della banconota emessa (senza rischio di inflazione).

Per fare questo, quando un cittadino va a domandare un prestito per un acquisto in pratica crea una richiesta di denaro che, se la banca accetta (dopo aver accertato le basse probabilità di insolvenza del richiedente), faranno emettere i soldi istantaneamente alla Banca Centrale.

Come fanno a fare questo? Semplice! Con la riserva frazionale.
In pratica, ogni BC permette alle proprie banche controllate (quelle di cui tutti siamo clienti) di poter moltiplicare i soldi fisici detenuti in cassa per un certo coefficiente. La Banca d’Italia (prima che la BCE prendesse il suo posto con l’euro) permetteva di moltiplicare i soldi fisici in cassa (cioè le banconote di carta) per 50 volte come numero che appare “magicamente” in un computer.

In pratica, se una filiale aveva nelle casse 10 milioni di lire fisiche, potevano in quel dato momento prestare sotto forma di prestiti o mutui fino a 500 milioni. Ammettiamo che qualcuno (dopo superamento dell’istruttoria) chiedeva in prestito questi 500 milioni, nell’istante stesso che al richiedente gli si materializzassero nel conto corrente, anche il server della banca segnava quella presenza di nuovo denaro emesso. A catena quest’ultimo appariva anche nel server della Banca d’Italia. Per essere precisi il processo è inverso, quando si dà lo sta bene al richiedente, la BI crea la moneta virtuale che, a sua volta, arrivava fino al conto corrente del cliente finale.

Un fatto curioso che esula un po’ dal nostro argomento principale: avete mai fatto caso che quando portate dei soldi fisici in banca i cassieri sono sempre contenti e con sorriso smagliante mentre non appena dite che dovete prelevare una cifra  considerevole in contanti vi fanno sempre mille casini? Si deve rispettare le leggi antimafia, la Guardia di Finanza avvia un controllo su richiesta dell’ente, oppure ci si sente dire <<ma lei che ci deve fare con questo denaro?>>, <<non è meglio se gli fa un bonifico?>> etc… Ora sapete il perché! Ogniqualvolta esce una banconota la banca non può più emettere prestito sul frazionale di quella banconota stessa.

Per chiudere l’argomento sulla ricchezza di una nazione, vi mostro un piccola dimostrazione qui: Se noi andiamo a comprare un chilo di pane, lo pagheremo ad esempio 2 €. Il panettiere però produrrà questo pane mischiando nell’impasto mezzo chilo di farina e mezzo litro d’acqua. La farina avrà un costo si e no di 60 centesimi al chilo, mentre l’acqua possiamo approssimarla ad un costo nullo, quindi praticamente quel chilo di pane avrà avuto un costo di produzione di 30 centesimi al chilo. In realtà bisognerebbe conteggiare anche la spesa per l’elettricità, l’ammortamento dell’affitto etc che però non influenzano il ragionamento seguente.

Il panettiere producendo un chilo di pane ha creato una ricchezza di 1.70 € (2 € incassati a fronte di 30 centesimi investiti). A sua volta il frantoio ha creato la farina da vendere a 60 centesimi al chilo comprando il grano a 30 centesimi al chilo (approssimiamo a un chilo di grano per produrre un chilo di farina) e creando quindi una ricchezza di 15 centesimi per la farina impiegata nella produzione del chilo di pane alla fine della catena (portando la ricchezza complessivamente creata a 1.85 euro).

A sua volta il contadino ha prodotto questo mezzo chilo di grano seminando altro grano (per la precisione la raccolta di grano equivale a 16 volte circa il grano seminato n.d.a.),  quindi i 15 centesimi di grano derivano a loro volta da una creazione di ricchezza pari a circa 14 centesimi (1 centesimo è il costo dei sementi). La ricchezza prodotta è quindi arrivata a 1.99 euro, ma se consideriamo che le sementi a loro volta derivano da altri sementi e anch’essi derivano da altri sementi, potete facilmente intuire che la ricchezza prodotta alla fine è di 2 € (tutti i soldi pagati a valle del processo). Così avviene per tutto ciò che è commerciabile.

A Cura di Patrizio Messina,
Autore di “Autoconsulenza Finanziaria”

Il sistema Gold Standard (parte 6/10)

Mercoledì, Maggio 13th, 2009

Per eliminare il problema inflazione (e siamo già in pieno medioevo), le singole nazioni cominciarono a creare conio di piccola taglia solo se era presente nei forzieri dello stato dell’oro in garanzia. Questo sistema fu poi utilizzato come base da tutto il mondo creando il così detto sistema “Gold Standard”. Ovviamente per la perfetta riuscita del meccanismo, ogni stato doveva per forza creare moneta solo se aveva il sottostante (oro in cassa) e non doveva barare sulla composizione delle monete d’oro… cosa che non accadeva quasi mai (in modo da arricchirsi tramite il signoraggio) e, di fatto ogni stato subiva un inflazione (più o meno galoppante).

Dopo il medioevo nacquero le banconote. Visto che per loro natura sono formate da fogli di carta senza valore, è gioco forza il fatto che queste dovevano essere legate alle riserve aurifere dello stato (per avere un valore) altrimenti chiunque le avrebbe snobbate. Il sistema di tipo Gold Standard funziona in questo modo:
Ammettiamo che a posto dell’oro vi siano come sottostante dei terreni. Se un stato possiede 1 ettaro di terreno (cioè 10.000 metri quadri) e ad ogni banconota vuole legare un sottostante di un metro quadro, è evidente che potrà stampare soltanto 10.000 banconote (e con ognuna delle quali si può acquistare 1 metro quadro di terreno).

Se lo stato vuole stampare altre 10.000 banconote (senza fargli perdere valore) deve per forza procurarsi un altro ettaro di terreno. Se invece stampasse le nuove 10.000 banconote ma tenendo in “cassa” sempre il vecchio ettaro di terreno, è logico che ad ogni banconota non sarebbe più legato un metro quadro di terreno bensì mezzo metro causando di fatti un inflazione del 50%.

Nel Gold Standard vi è ovviamente un legame fra banconote create e once d’oro possedute nei forzieri dello stato. Se lo stato aumenta il numero di banconote in circolo senza aumentare l’oro in cassa, le banconote stesse verrebbero equiparate ad una quantità di oro inferiore a quella che normalmente avrebbe dovuto avere.

Purtroppo i regnanti di tutti gli stati hanno sempre problemi molto grossi da affrontare e la via più facile da intraprendere risulta, guarda caso, sempre quella di stampare banconote senza sottostante nella speranza che nessuno se ne accorga… cosa che però viene puntualmente a galla.

Le principali operazioni di produzione di banconote indiscriminato che mi vengono in mente sono le seguenti:

Nel 1775 il neo stato americano (USA) doveva trovare il modo di finanziare la guerra di indipendenza contro gli inglesi. Visto l’altissimo livello di tassazione già imposto dagli inglesi, aumentare la pressione fiscale (di nascosto) a tutti gli abitanti delle colonie (USA inglesi) era di fatto una via impraticabile. Si è quindi deciso di coniare una nuova banconota chiamata “Continental Dollar” per pagare le spese dell’esercito, dando garanzia che con questa moneta si sarebbe potuto pagare qualunque cosa in futuro, non appena scacciati via i britannici.

Quando la guerra finì (e anche nel frattempo se è per questo), i singoli stati dell’unione si rifiutarono di ritirare dal commercio quelle carte in quanto avrebbero dovuto tassare la gente per poterne dare ai detentori il valore nominale (d’altronde avevano fatto guerra per non pagare troppe tasse e quindi non aveva senso pagarle adesso) facendoli rimanere in circolazione. Ovviamente, visto che per finanziare la guerra ne venivano via via stampati sempre di nuovi, essi, per gli effetti che ho spiegato in precedenza, perdevano valore rispetto ai dollari a moneta (in metallo).

Il governo centrale prese vari provvedimenti come dichiarare nemico del paese coloro i quali si rifiutavano di accettarli in cambio di pagamento oppure applicassero sovrapprezzi in caso di utilizzo dei continental-dollar. Inoltre vennero istituiti dei calmieramenti dei prezzi ma tutto fu inutile.

Visto che non si potevano aumentare i prezzi (per via dell’inflazione) la gente pensò bene di non commercializzare più i beni che d’altra parte occorrevano per nutrire i soldati al fronte (pagati ovviamente in continental). Si istituì una legge che dava libertà ai soldati di requisire i beni di prima necessità alla popolazione lasciando in cambio questi pezzi di carta a garanzia.

L’inflazione provocata da questa continua emissioni di continental senza sottostante fece sì che, alla fine, essi non valevano praticamente nulla. Tutt’oggi, un modo di dire degli statunitensi per indicare un prodotto di scarso valore è  <<not worth a Continental>> (cioè non vale un continental).

A Cura di Patrizio Messina,
Autore di “Autoconsulenza Fnanziaria”

Dalla Moneta al Signoraggio (parte 5/10)

Martedì, Aprile 21st, 2009

Con il conio si è risolto il problema delle truffe sulle monete e si diede garanzia a tutti che la moneta aveva il valore dichiarato. Rimaneva però il problema del frazionamento che permettesse di comprare oggetti di poco valore.Dato che una moneta non poteva avere dimensioni microscopiche per poter formare dei “tagli” piccoli adatti al commercio comune, si è pensato di creare delle monete in materiale non nobile (il più usato dei quali fu il rame) che equivalesse a cifre piccole sottomultiple di una moneta d’oro o d’argento. I più evoluti da questo punto di vista (rispetto all’epoca) furono i Romani. Crearono monete di tutti i valori in grado di soddisfare qualunque esigenza.

La monete di base era il Sesterzio. Seguendo un documentario in TV nel periodo in cui stava per entrare in circolazione l’euro (che disquisiva a riguardo del fatto che dopo 1500 anni ritornavamo ad avere una moneta unica in tutta Europa esattamente come al tempo dell’Impero Romano), valutavano un sesterzio pari a circa 2 € attuali (in base a ciò che con esso si poteva comprare nell’anno 1 D.C.).

Il sottomultiplo del sesterzio era l’Asso che valeva 1/4 di sesterzio (0,50 €); seguivano poi 1/2, 1/3, 1/4, 1/6 ed 1/12 di asso (a formare qualcosa come circa 4 centesimi di oggi). A salire c’erano i sesterzi di bassa taglia (fino a dieci) di rame e poi iniziavano quelli in argento ed infine in oro per grossi valori.

Visto che le monete di piccolo taglio erano di rame (che vale molto poco), automaticamente le monete non avevano più un valore intrinseco pari a quello coniato sopra di esso. Cioè sopra la moneta c’è scritto un sesterzio ma in realtà la moneta in se vale molto meno. Questa differenza (valore coniato meno il valore effettivo o intrinseco) si chiama signoraggio.

Lo stato emetteva queste monete come pagamento per i servizi resi dai cittadini diventando conseguentemente un mezzo per produrre ricchezza. Purtroppo fuori dall’impero le monete costruite con materiali non nobili non avevano alcun valore e, quindi, si commerciava con l’estero solo con monete d’oro e d’argento.

Visto che il signoraggio creava ricchezza nell’immediato, i vari regnanti pensarono bene di applicare tale misura anche alle monete d’oro miscelando quest’ultimo con argento o rame. In pratica, se una moneta doveva essere formata da 20 grammi d’oro, il regnante dava ordine di miscelare 5 grammi di rame insieme a 15 di oro e formare comunque una moneta da 20 grammi.

Il sistema era sicuramente geniale, se non fosse stato per il fatto che i commercianti delle altre nazioni non erano degli stupidi. Considerando che la moneta ha un valore intrinseco inferiore, sarebbero occorse più monete per comprare un determinato bene o servizio. Se prima insomma con una moneta d’oro si compravano 10 anfore d’olio, dopo aver mischiato un quarto di rame insieme all’oro, si sarebbero potute comprare solo 7,5 anfore d’olio con quella “nuova” moneta.

A questo punto 10 anfore d’olio costavano 1,33 “monete d’oro” anziché 1 sola moneta d’oro vero con un evidente ripercussione sul prezzo al dettaglio dell’olio stesso. Moltiplicando questo fatto con tutte le merci importate impose ai cittadini romani di aumentare i ricavi del loro lavoro in modo tale da far fronte all’aumento dei prezzi al consumo. In questo modo nacque la sempre attuale inflazione.

Nei circa 1000 anni di esistenza dell’Impero Romano, l’inflazione ha fatto aumentare il prezzo medio della vita di 25 volte. In realtà, oltre a miscelare l’oro con il rame, vi erano altri elementi che portavano i prezzi ad avere una spinta inflazionistica: il fatto che le monete non in oro erano scambiate all’interno dell’impero come dei loro sottomultipli (cioè se una moneta d’oro valeva 500 sesterzi, non si poteva impedire ad cittadino di andarli a scambiare i sesterzi in rame con quelli in oro) quindi la creazione di tutte quelle monete senza valore intrinseco ma con valore ufficiale contribuivano a far aumentare l’inflazione stessa.

A Cura di Patrizio Messina,
Autore di “Autoconsulenza Finanziaria”