Cause ed effetto della crisi economica (parte 1)



Buongiorno a tutti gli utenti del blog, mi trovo a Reykjavík in Islanda dove sono venuto a trovare mio fratello che lavora in questa stupenda e serafica capitale del Nord Europa. “Fortuna” (si fa per dire) ha voluto che dopo essermi scontrato con il forte della crisi di ottobre mentre ero nel cuore della City, adesso mi ritrovo faccia a faccia con l’economia di un paese sull’orlo nel baratro.

Scherzi a parte (almeno ridiamo per tirarci su il morale) volevo analizzare con voi le cause e gli effetti di questa crisi economia internazionale che sta colpendo soprattutto i piccoli risparmiatori.

Voglio procedere con l’analisi della crisi economica paragonandola a quella islandese in quanto essa non è altro che la crisi mondiale amplificata all’ennesima potenza per via della loro particolare situazione geografico-economica. In pratica, ciò che sta accadendo qui in Islanda potrebbe essere quello che accadrà anche a tutto il resto delle economie se si persevererà sulla strada sbagliata che noi tutti abbiamo intrapreso in passato.

Chi ha letto il mio libro “Autoconsulenza Finanziaria” sa che dedico un intero capitolo (il quinto) alla risoluzione dei debiti derivante dall’uso smodato di carte di credito revolving e prestiti. Alcuni mi hanno riferito che sono stato troppo duro su questo argomento in quanto avevo definito come “Catastrofe dilagante” questa moda di indebitarsi facile che sta colpendo tutto il mondo.

Nel libro parlo pure del perché è meglio non acquistare immobili senza una adeguata pianificazione in quanto esso ci espone ad un grosso prestito di denaro per comprare una casa che spesso non è calibrata su reali esigenze ma dettata solo dall’istinto o da sogni del momento che possono diventare un boomerang negativo in futuro. Se ci fate caso, la crisi attuale è definita anche la “Crisi dei Mutui!!!” come mai?

Il tutto è iniziato negli USA a metà degli anni ‘90 quando si è avviato una politica di welfare molto marcata. Questa comprendeva, tra l’altro, tanti aiuti che hanno spinto l’economia americana e che hanno favorito le classi meno abbienti.

Tuttavia uno di questi aiuti meno positivo dal punto di vista economico ma molto demagogico e specificatamente rivolto alle classi povere (per lo più neri ed ispanici) consisteva nel facilitare la stipula di mutui atti a fargli acquistare le case. Dal punto di vista di chi ha proposto gli aiuti, questi dovevano permettere di dare un benessere economico a queste persone ed inoltre avrebbe riavviato il settore edilizio.

Allora qualcuno si domanderà: “Ma qual è il problema se sembra tutto positivo?”
In pratica per applicare questi aiuti si sono fatte pressioni sui gruppi bancari per allentare le maglie dei prestiti in modo che anche persone con redditi instabili, bassi o comunque a rischio potessero accedervi.

Il problema è che se le banche non davano credito a queste persone è evidente che per delle statistiche in possesso dalle stesse, essi sono a rischio di non poter restituire i capitali.

In concomitanza di questi mutui facili si è avviato un altro processo pericoloso, quello dei tassi variabili che hanno aggirato una vecchia legge creata dal Presidente Roosevelt sotto consiglio dell’allora Presidente della Bank of America Gianninni.

La legge prevedeva che non si potessero accendere mutui che avessero una rata superiore al 30% del proprio reddito lordo (circa 40 o 45% sul netto) in modo che fosse possibile pagarla senza rendere problematica la questione al beneficiario.

Visto che all’epoca non esistevano i tassi variabili si prendeva come riferimento le rate del primo anno, ma con l’avvento dei tassi variabili e della moda del tasso contenuto al primo anno (tipo tasso al 1% al primo poi variabile) si sono potuti avviare così mutui con rata molto superiore al limite di legge previsto dall’accordo del ‘32.

Questi mutui “facili” hanno innescato l’acquisto frenetico di immobili facendo aumentare parecchio la domanda rispetto all’offerta, di conseguenza i prezzi si sono a poco a poco lievitati. Inizialmente il fenomeno fu mitigato dalla discesa dei tassi di interesse lungo tutti gli anni ’90, ma nel nuovo millennio si incominciò a verificare l’aumento dei tassi di interesse, il continuo aumento dei prezzi degli immobili ed infine  il sempre maggior numero di cittadini che vogliono accedere al prestito.
Sulla base di queste informazioni i vertici delle banche hanno pensato di spalmare questi mutui (ed i possibili rischi insolvenza) su delle obbligazioni da piazzare ai risparmiatori.

Negli ultimi anni tutte quelle persone che non avrebbero avuto possibilità di accedere al prestito in quanto deboli economicamente si sono ritrovate ad essere i primi a “saltare” innescando un fenomeno a catena.

Innanzitutto la gente ha cominciato a non pagare le rate, questo ha causato una perdita via via più consistente a chi aveva acquistato le obbligazioni a copertura dei mutui. Visto che alla gente non piace perdere soldi hanno liquidato gradualmente le obbligazioni mandando in crisi le banche emittenti che di conseguenza hanno ereditato delle voragini immense nei loro bilanci.

A Cura di Patrizio Messina,
Autore di “Autoconsulenza Finanziaria”





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commenti

19 Commenti

  • RECESSIONE E CRISI DEI SUBPRIME.

    Ciao, Patrizio.

    Ci avevi lasciato a Londra e ti ritroviamo addirittura in Islanda.
    Tu dici che qualcuno non ha condiviso certe tue analisi.
    PEsonalmente, invece, le ritengo quanto mai serie e fondate, e non a caso avevo, in precedenti articoli, anch’io sottolineato questi ed altri analoghi fattori, che potremmo definire come cause essenziali della crisi.

    La mia opinione è che, comunque, una fase recessiva dell’economia si sarebbe verificata ugualmente (anche se certe imprese, previdenti, senz’altro hanno saputo affrontarla meglio) e quindi la cosidetta crisi subprime è stata, per lo più, una sorta di variante sul tema.

    Il vero guaio, peraltro, è stato l’espandersi a macchia d’olio della crisi stessa, soprattuto a causa della proliferazione delle cartolarizzazioni dei mutui.

    Personalmente, non mi dimenticherò mai come, ben prima che la crisi si appalessasse in tutta la sua portata, ero rimasto particolarmente sorpreso, nell’esaminare taluni bilanci societari, con specifico riferimento alle banche statunitensi, segnatamente anche quello dell’ormai tristemente famosa Lehman Brothers, del considerevole livello di leva finanziaria ormai raggiunto.
    Certo, per le società finanziarie un certo livello di leva è nell’ordine delle cose, ma qui…..

    Anche per non ripetermi, volgendo invece il mio sguardo e la mia analisi al futuro, ritengo vi siano diversi motivi per essere ottimisti, dal punto di vista sia economico, sia finanziario.

  • Ciao Patrizio,

    mi trovo veramente d’accordo nella tua approfondita analisi ed in modo particolare su un aspetto che da anni cerco di far capire agli analisti finanziari con cui ho a che fare nella mia professione; il cambiamento delle abitudini sull’indebitamento.

    Io mi occupo di immobiliare e finanziario (mutui e crediti), ed ho seguito molto attentamente il cosidetto fenomeno delle CARTOLARIZZAZIONI ed era fin dal principio evidente come quel sistema di INGEGNERIA FINANZIARIA scaricasse la maggior parte dei rischi sui piccoli risparmiatori convinti magari di acquistare delle polizze vita a premio unico senza sapere che erano legate a delle obbligazioni ad alto rischio.

    Comunque come Gian Piero, che saluto, sono molto ottimista, in modo particolare sul sistema bancario italiano. Mi spiego meglio. In Italia, le nostre banche la regola del 30% l’hanno adottata fino a pochi anni fa. Ad un certo punto con l’ingresso di realtà straniere nel nostro paese che hanno cominciato ad alzare la soglia del 30 fino al 55%, ed ha finanziare fino al 100% del valore dell’immobile, le nostre banche per non perdere quote di mercato hanno dovuto adeguarsi.

    Però vi assicuro, stavolta in veste di consulente che il problema vero almeno da noi è una totale mancanza di CULTURA FINANZIARIA. Quando facevo rilevare ai miei clienti che per acquistare un immobile la regola del 30% era di fondamentale importanza, sorridevano.
    Ho visto comprare casa con tasso variabile puro ai minimi storici con reddito da lavoro dipendente a persone che non avevano nemmeno i soldi per l’anticipo.

    Quindi è vero tutto sul sistema che è collassato, ma cerchiamo le responsabilità non solo negli Alti Palazzi, ma in noi stessi, e torniamo alle vecchie abitutini sull’indebitamento.

  • Bravo Patrizio. La tua è un’analisi molto lucida, oggettiva e chiarificatrice. Sei un autore molto competente nel tuo campo. 😉

  • Ciao Patrizio,

    io credo che il fenomeno subprime, anzichè essere quello scatenante sia stato uno dei primi effetti della crisi.

    La causa della quale va ricercata nel falso mito della globalizzazione, il libero mercato ha spronato tutte le grande imprese a delocalizzare spostandosi verso paesi dove il costo del lavoro è molto minore come India e Cina.

    Questo ha determinato un’emorragia di posti di lavoro da “occidente” verso “oriente”; quest’ultimo produce gli stessi prodotti che producevamo noi occidentali a prezzi nettamente minori, ai quali le imprese rimaste in patria non riescono a fare adeguata concorrenza, risultato: emorragia di capitali nella stessa direzione. Diciamo che l’occidente si è messo da solo il cappio al collo.

    Quindi la situazione non è come vogliono farci credere che sono stati concessi mutui a chi non ne aveva minimamente i requisiti, ma bensì le persone si sono trovate in difficoltà perdendo il lavoro. Con il conseguente crollo del prezzo degli immobili si sono ritrovati un mutuo magari di 100 e la propria casa che valeva 70; allora la scelta è stata quella di lasciare l’immobile prendere una roulotte e rendersi irreperibili alla banca.

    Dal mio modesto punto di vista ciò che va rivista è l’intera organizzazione del sistema economico-finanziario.

  • Nell’associarmi anche io a chi ti ha già fatto i complimenti, Patrizio, aggiungo che hai una tecnica espositiva fatta di periodi brevi e staccati tra loro da spazi. Bravo, così si aumenta la leggibilità dei propri articoli.

    A proposito, GianPiero: sei molto più efficace quando limiti i tuoi interventi a pezzi brevi e concisi. Spesso risulti leggibile con fatica -anche se sei sempre chiaro e ricco di contenuto- per l’eccessiva lunghezza dei tuoi interventi.

    Comunque è sempre un piacere, quando trovo il tempo, leggere quanto scrivete su questo blog, perchè lasciate sempre qualcosa su cui riflettere e argomenti di pronto utilizzo.
    Saluti cordiali a tutti. Giancarlo

  • Caro Marco,
    quanto mi sono permesso di dire all’ottimo GianPiero ha a che fare con il tuo intervento: effettivamente, anche sul tuo sito, si prende atto di una esposizione chiara, sintetica, fatta di brevi periodi, che espone fatti e non impressioni. Veramente adatta a far riflettere in positivo.

    La conclusione del tuo pezzo è straordinariamente verosimile e fotografa a mio avviso la realtà nella quale viviamo. Un saluto cordiale anche a te. Giancarlo

  • Articolo molto interessante. Qualcuno sicuramente saprà, oltre a come sono andate le cose, come andranno, vero?

    Chi tra questi ce lo spiega in un articolo?

  • Nella quarta ed ultima parte dell’articolo vi è una mia previsione per il futuro.

    @ Marco: Quello che dici tu è anche vero, + che la globalizzazione ad essere il problema della perdita dei posti di lavoro è la deallocazione che porta i posti di lavoro verso i paesi dell’est.

  • Caro Patrizio e tutti voi che partecipate mantenendo alto il livello qualitativo delle nostre digressioni,

    qui si tratta di rieducare una massa che negli ultimi decenni è passata dall’essere rappresentativa di un popolo di risparmiatori all’essere l’immagine riflessa dell’americano spendaccione.

    Nel mio libro “Da grande sarò ricco” (che approfitto per pubblicizzare) cerco di fornire i mezzi per educare almeno i bambini e i giovani ai principi tanto chiaramente enunciati da Patrizio.

    La mia speranza è che il genitore, che decidesse di educare i propri figli verso una più sana gestione del denaro, riesca così, in modo indiretto e più o meno subliminale, a riprogrammare il suo inconscio verso un comportamento più responsabile verso se stesso dal punto di vista economico.

    Nei corsi che tengo a riguardo dico spesso che “la consapevolezza è il primo passo verso il miglioramento.

    Ma il successo è condizionato fondamentalmente dal nostro comportamento inconscio, costituito da quella serie interminabile di azioni che svolgiamo ogni giorno e che non riusciamo a governare.

    … e causa di questi comportamenti sono anche le tante pulsioni cui siamo soggetti quotidianamente e che ci spingono a fare cose che a volte vanno ciò che è razionalmente conveniente. Le pulsioni più pericolose sono proprio quelle che ci spingono all’acquisto di cose che non ci potremmo permettere e che qualcuno ci convince ad acquistare.

    Ci vuole consapevolezza, motivazione ad acquisire il controllo della propria vita e strategie.

    E’ bello sapere che da queste parti ci sono persone preparate come voi che di strategie ne hanno da vendere… e che le vendono con successo.

    Un saluto a tutti e… se non ci sentiamo Buone Feste.

    Valter Romani

  • Cogliendo l’invito di Giancarlo ed, al tempo steso, di Gianluigi, in sintesi la mia visione sul futuro.

    Crisi dei mercati finanziari ormai sostanzialmente alle spalle.

    Economia: le imprese che hanno saputo “attrezzarsi” non hanno avuto particolari difficoltà, ed anzi hanno tratto diverse occasioni, dalla crisi.

    Le altre: qualcuna è stata e sarà assorbita.
    Altre, nonostante tutto, ce la stanno facendo e sopravviveranno.
    Solo le aziende peggio gestite, parlo dell’Italia, sono fallite o destinare a fallire.
    Ma anche queste lasciano uno spazio di opportunità, cher viene colto dalle altre imprese.

  • Grazie per la pronta risposta gian piero!

  • Caro Gian Piero,

    spero vivamente che la situazione sia come dici tu, cioè che il peggio è stato toccato.

    Io francamente vedendo i dati in mio possesso credo che il peggio sia di la da venire. Tieni conto che ancora in questi giorni vediamo gli effetti dei governi che ricapitalizzano banche ed industrie automobilistiche, quindi la situazione reale è falsata.

    Va anallizzato il fatto che gli Stati Uniti hanno indebitato i loro cittadini oltre il limite consentito, usando capitali provenienti da Cina ed India in massima parte e questo debito va ripagato. In quale modo? Non lo sanno neanche loro.

    La vera “stagione dei licenziamenti” sta inziando adesso con General Motor e Bank of America a dare il via. General Motors taglierà la produzione del 60% a partire da gennaio.

    In Europa, ancora abbiamo avuto poche o niente ripercussioni, eccezion fatta per l’Islanda e qualche istituto bancario inglese con gestione disinvolta.

    Sostanzialemente chi rimane con ottima capitalizzazione nell’Unione Europa? Francia e Germania e forse la Gran Bretagna, mentre i paesi oltre la soglia di rischio rimangono Grecia, Italia e Portogallo.

    Questi ultimi per far ripartire la propria economia e continuare a ridurre il debito pubblico, come previsto da Maastricht, dovranno necessariamente svalutare la propria moneta; ma l’euro è la moneta comune e non può essere svalutata se non a livello comunitario.
    E qui entra in gioco l’anomalia europea:

    – negli Stati Uniti d’America la Federal Reserve seppur banca privata risponde al Congresso del suo operato e il debito pubblico è centralizzato a livello federale;

    – in Europa invece abbiamo una banca centrale europea privata dotata di propria autonomia che non risponde ne al parlamento ne al consiglio d’Europa. Quindi la moneta viene emessa a livello centralizzato, mentre i certificati emessi a copertura della moneta circolante (bot e cct con cui si crea il debito pubblico) sono emessi dalle banche nazionali (tipo Banca d’Italia) e quindi, diversamente dagli Stati Uniti, la BCE emette la moneta a livello centralizzata e lascia il debito pubblico a livello locale, gravante sui singoli stati aderenti ad eurolandia.

    Ora le cose sono due:
    – Spagna, Italia, Grecia e Portogallo escono da Eurolandia, svalutano la propria moneta e fanno ripartire la propria economia;

    oppure

    – la BCE svaluta l’euro per andare incontro agli Stati più deboli, ma Francia E Germania a quel punto non sarebbero d’accordo a partecipare al pagamento del debito pubblico degli stati in difficoltà per pessima gestione e potrebbero minacciare l’uscita dall’UE.

    In sintesi, come dice Walter il sistema va riprogrammato sulla base del risparmio e non sulla base del consumo sfrenato per produrre sempre di più merci inutili, inoltre si riparte solo riappropriandosi della sovranità degli stati.

    Scusate il lungo intervento, ma era indispensabile per un’analisi non scontata.

  • Marco, sono stato breve, nel mio precedente intervento, anche per rispondere ad un invito in tal senso.
    Solitamente mi dilungo anch’io in vari tipi di analisi.

    Ora, mi scuso con chi preferisce gli interventi brevi, che esprimono la conseguenza di certe motivazioni, non le motivazioni stesse, e passo al mio tipo d’intervento preferito, ma come si vede, questo è necesario a fronte di certi argomenti, abbastanza articolati.

    Comunque, cercando di sintetizzare ugualemente:
    la mia analisi si basa sopratutto su certe statistiche, che sembrano dare indicazioni più attendibili, rispetto ad altri tipi di analisi

    In tutte le crisi passate, dall’inizio degli anni ’70 ad oggi, periodo che abbraccia situazioni e crisi molto diverse, ogni volta che certi indici, sopratutto quello manifatturiero statunitense ha raggiunto certi livelli, l’economia si è ripresa.

    Situazione falsata da interventi govenativi: l’economia è fatta dalle persone, dai comportamenti delle persone e ne fanno parte, ovviamente, anche le politiche governative.
    Quella di Oama (a prescindere dalla sua condivisibilità ideologica e politica) certo non potrà far a meno di far sentire certi effetti, in senso neokeynesiano.

    Come affrontare l’indebitamento: sopratutto con l’autofinanziamento, cioè on i flussi finanziari prodotti dalla ripresa economica, che significa più soldi nelle casse dello stato e dei cittadini.
    Questo non significa che si risolverà tutto in un baleno, ma gradualmente, da alcuni studi sugli egffetti di certe politiche economiche, e certo parrebbe che la situazione sia destinata a migliorare.
    Del resto, non parlo di certezza, ma di probabilità.

    Quanto alla situazione europea e sopratutto italiana, direi che il tempo delle riprese, dovute alle svalutazioni valutarie, è ormai defitivamente tramontato e non solo.
    A mio avviso ( è una mia opinione, anche e sopratutto di politica economica) dovrebbe essere considerato superato anche il tempo delle riprese grazie alla creazione di debito pubblico, anche per i vincoli comunitari.
    Secondo me, la realtà è che non si è mai avuto il coraggio di realizzare una politica autenticamente monetarista, dovuta ad un vera scossa dell’economia, quantomeno in Italia.

    Ci ricrodiamo degli Stati Uniti di Jimmy Carter?
    E dell’opposta politica che seguì, con Reagan?

    Inutile nascondercelo, anche precisi studi in materia dimostrano che quel tipo di politica funziona solo a fronte di certe coraggiose scelte politiche, ma anche se nessuna delle dianzi indicate politiche è consentita, o realistica, rimane una realtà di fondo.

    Conosco l’importanza dei fattori da te individuati, e di altri, come da me indicati, ma…..l’economia sembra, in ogni caso, riprendersi, pur a fronte di situazioni molto diverse, riperto, ogni volta che ad esempio certi indici economici raggiungono certi livelli, come se fossimo in una situazione d’ipervenduto economico, se mi consenti l’espressionentratta dall’analisi tecnica ed, in ogni caso, la politica d’impronta neokeynesiana di Obama (lo dico io stesso che non sono assolutamente fautore di tali politiche) comunque non potrà non dispiegare i suoi effetti, e non solo a livello statunitense, il tutto prescindendo da svalutazioni valutarie o da altri fattori.

    Ho anche a disposizione, per l’italia, dati riservati di talune imprese, decisamente a sostegno di una visione positiva anche se, ovviamente, non posso divulgarli.

  • D’accordissimo con te, Marco, e ancora complimenti per le tue capacità di analisi fredde ma realistiche. Mi piace il positivismo di GianPiero ma non lo condivido. Hai sentito anche marchionne della Fiat? Il peggio deve ancora venire, ed è bene che i positivisti ad oltranza che ogni tanto scrivono quì su questo blog acquistino maggor realismo, non fosse altro che per risparmiarsi delusioni future.

    Non intendo proseguire su questo tema, se mai dire a tutti: ne vedremo ancora delle “belle”, e ne riparleremo in seguito.

    Dove il positivismo è indispensabile? In ciascuno di noi, per non lasciarsi andare alla negatività e agire concretamente, agganciando i nostri progetti e idee al futuro e lavorandoci come vedendoli realizzati. Questo alcuni di voi hanno scritto e questo bisogna fare.

    Ciao a tutti. Come dice Romani, il mio “Ingegnere di riferimento”, siete gente in gamba! Giancarlo

  • Certo, Giancarlo, questo è un dibattito sulle evoluzioni future della situazione, e come sepsso capita, anche ra analisiti ed economistim le opinioni sono spesso diverse, a seconda di ciò che si sottolinea, ma le analisi, alla fin fine, su cosa si basano?

    Su dati ed indicatori.
    Ognuno ha la sua esperienza, e la mia mi dice, certo in termini probabilistici, non assoluti, che le cose vanno in una certa direzione.
    Ripeto, certi dati sono anche quelli che stanno facendo decidere, in gran segreto, ad alcune imprese di investire…..e si tratta di imprese che, senza certe prosepttive, non investirebbero.

    Diciamolo chiaramente sulla Fiat:
    ha sempre amato una politica tutt’altro che liberista. Sintetizzando, la sua tipica politica è sempre stata quella di gridare alla miseria, per ottenere cassa integrazione, sussidi e quant’altro.

    Chi è appassionato della sua storia, si ricorderà senz’altro che spesso succedeva proprio questo: si gridava al disastro, lo stato interveniva e poi…ecco il miracolo Fiat, ad esempio il miracolo dei bilanci….

    Stessa cosa con Marchionne: grande manager?
    Può darsi, ma allora bisognerebbe anche vedere quanto sarebbero stati bravi manager di altre aziende, se avessero ottenuto gli stessi aiuti di stato che ha ottenuto in passao la Fiat.

    Non solo: come mai si grida sempre al tracollo, quando poi certi soliti noti fanno poi razzia di certe azioni, e poi quelle azioni sono andate, guard caso, quanto mai al rialzo?
    E se i manager interni pensano al tracollo, allora come mai si mettono ad acquistare le azioni delle loro imprese?
    Certo, che tutto questo esca sulla stampa italiana, come sappiamo decisamente condizionata…è raro, ma queste cose non le dico io, ma autorevoli giornali, in primis statunitensi.

    Attenzione, ecco il mio messaggio finale, a certe dichiarazioni tutt’altro che fini a se stesse…..

  • Attenzione quando parliamo di debito pubblico, a non generalizzare come fa sempre la stamèpa nazionale, infatti esso si divide in due parti:

    1) quello contratto con i propri cittadini (cioè soldi che lo stato deve dare ma che rimangono sul suolo nazionale e quindi non escono)

    2) quello contratto con enti o privati cittadini stranieri (che è il debito + pericoloso)

    L’Italia ha 85% del suo debito verso altri italiani e solo il 15% contratto con l’estero mentre altre nazioni tipo Spagna, Grecia e Portogallo hanno un debito contratto quasi interamente con l’estero.
    Francia e Germania hanno un rapporto debito quasi invertito rispetto al nostro ed anche se il debito sul pil è intorno al 60% contro il nostro 108% è per lo + verso l’estero parte del quale proprio verso l’Italia.

    Se proèrio ci dovesse essere un rischio tracollo è facile che sia proprio il nostro paese a passare indenne che non le “Forti” Francia e Germania.
    Non è un caso inoltre che in passato si è parlato di fondere insieme la Borsa di Londra con Milano ma e non Londra con Francoforte o Parigi (gli inglesi di capitalismo cmq se ne intendono e sanno che alla lunga noi diamo migliori garanzie)-

    A tutto questo dobbiamo aggiungere le riserve aurifere detenetu dagli stati che vede l’Italia al 3° posto mondiale e che sono una garanzia a copertura di eventuali crack economici. Noi abbiamo 1.850 tonnellate a fronte di un PIL di 2000 miliardi di dollari contro 2650 tonnellate della seconda classificata Germania ma con un PIL di oltre il doppio del nostro e 50 tonnellate + di Francia che ha anchessa un PIL superiore al nostro.

    Per quanto riguarda FIAT Gian Piero ha perfettamente ragione in quanto se la FIAT si fosse trovata in qualunque altra nazione capitalista l’avrebbero lasciata a se stessa. In Italia si è fatto il grande errore di vendere tutte le case nazionali agli Agnelli, marchi che tra loro erano accerrime nemiche (vedesi Lancia vs Alfa oppure Ferrari vs Maserati) creando per dedcenni un appiattimento totale della qualità produttiva e dell’innovazione tecnologica che ci ha fatto perdere il treno con le tedesche ed addirittura anche contro le francesi… fortunatamente a poco a poco ci stiamo riprendendo.

  • Patrizio, ovviamente condivido le tue valutazioni, basate peraltro anche sui dati del tuo nuovo intervento.
    Volevo quasi quasi indicarne di analoghi, ed altri che ispirano ottimismo, ma poi li ho tralasciati, anche per evitare un intervento eccessivamente lungo.

    Ancora su Marchionne e ..dintorni.
    Quelo che volevo dire è sopratutto che l’esperienza, almeno quella passata, dimostra anche che certi manager sono propensi non a rilasciare dichiarazioni basate su analisi oggetive, su quello che effettivamente essi pensano, basate su quanto comunque in possesso degli uffici studi di certe aziende, ma dichiarazioni finalizzate ai loro scopi, a prescindere dalla loro maggiore o minore corrispondenza alla situazione reale.

    Sulle eventuali svalutazioni aggiungo quanto segue: per ipotizzare anche solo che uno o più paesi europei svalutino, si deve ipotizzare uno sganciamento dall’euro, ma questo rimane non dico impossibile, ma decisamente improbabile, più per motivi politici, che economici.
    A parte la crisi finanziaria che incontrerebbe il paese che svaluti, sganciandosi peraltro dall’euro, tutte le componenti governative europee, siano esse di centro destra o di centro sinistra, sono proeuro.

    Sono presenti, sullo scenario politico europeo, solo alcune forze di cosiddetta sinistra radicale o di destra radicale, se mi si passa l’espressione (da non confondere con formazioni quali i radicali italiani ed europei, figli di formazioni liberali) che sostengono l’opportunità di sganciarsi dall’euro e di farla finita con trattati europei come quello di MAastricht.

    Ma tali forze in Italia non sono neppure presenti in parlamento, e comunque negli altri paesi europei non hanno certo saputo ottenere un consenso elettorale significativo, essendo quindi, anche qualora presenti, relegate ad un ruolo di pura testimonianza storica e di opposizione.
    inoltre, la mutata situazione economica rende quanto meno dubbio il ripetersi dell’efficacia di un’operazione di svalutazione valutaria, come invece abbiamo conosciuto con la lira.

    Ancora una volta, colgo l’occasione per sottolineare la brillantezza delle analisi di Patrizio, anche per quanto riguarda il cosiddetto debito pubblico.

    Anche a tale riguardo, non si può certo fare di ogni erba un fascio, ma termino qui, proprio perchè il discorso porterebbe lontano, se dovessimo addentrarci anche in questo tipo di analisi.

  • Ricevo una email di un mio conoscente, che mi chiede di elencare, anche senza entrare in dettagli esplicativi, un elenco dei fattori, che inducono ad un certo ottimismo.

    Eccoli, di seguito:
    – effetti della politica neokeynesiana negli Stati Uniti;
    – effetti della stessa politica nelle altre economie occidentali;
    – indicazioni provenienti da indicatori coincidenti o anticipatori, a segnalazione delle fini di fasi recessive economiche;
    – specificamente con riferimento all’Italia, diversa analisi del debito pubblico italiano, in alternativa all’utilizzo dei parametri di Maastricht, ad esempio considerando i soggetti detentori del medesimo, che ne sottolineano il miglior livello qualitativo, anche rispetto ad altri paesi europei, come Francia e Germania;
    – sempre per l’Italia, maggior solidità del nostro sistema imprenditoriale, incentrato su aziende sopratutto di piccole e medie dimensioni, dove il tradizionale limite dimensionale si rivela, in certe situazioni, sopratutto fattore di maggior flessibilità e resistenza alle crisi;
    – diversa politica del nostro sistema creditizio, solo marginalmente coinvolto in certi eccessi, tipiti di banche estere;
    – avvio di politiche d’investimento aziendale, da parte di talune imprese, politiche basate su precise analisi di uffici studi aziendali ed anticipatrici, quindi, di una fase di ripresa economica.

  • Salve mi interessa molto l’argomento della crisi infatti ho deciso qst anno di portarlo come tesina alla maturità …mi piacerebbe farla leggere a qualcuno che magari mi possa gentilmente dare una mano….X FAVORE !!!:(

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