Borsa

Come investire sfruttando le fasi psicologiche degli investitori

Lunedì, Novembre 28th, 2011

Luca Moro«I mercati “toro” nascono dal pessimismo, crescono con lo scetticismo, maturano nell’ottimismo e muoiono sull’euforia. Il periodo di massimo pessimismo è il migliore per comprare e il periodo di massimo ottimismo è il migliore per vendere»
Sir John Templeton

John Mark Templeton è nato nel 1912 a Winchester, Tennessee ed è scomparso nel 2008 alla veneranda età di novantacinque anni (a novembre di quell’anno ne avrebbe compiuti novantasei!). Si laureò con lode a Yale, vinse una borsa di studio a Oxford, e poi proseguì tutta la sua vita rendendo accessibili analisi e opportunità d’investimento a tutti gli investitori americani che lo ascoltavano.

Negli investimenti e nella vita privata Sir John Templeton non credeva nel seguire la massa. Era un pioniere con una concezione e una prospettiva uniche, il cui duro lavoro e la cui meticolosa ricerca costituivano le sue chiavi personali per il successo. Sir John può essere considerato il creatore dei moderni fondi comuni d’investimento tanto che lanciò il suo primo fondo globale, il Templeton Growth Fund, nel 1954, quando la concezione d’investimento della maggior parte della gente non andava oltre Wall Street, ossia all’infuori dei confini americani. Fu uno dei primi a proporre i titoli internazionali, sia come opportunità d’investimento che come strumento di diversificazione per i portafogli.

Ma vediamo in dettaglio le fasi psicologiche degli investitori che riflettono i concetti enunciati da Sir Templeton :
fase 1 (prima ondata rialzista): è caratterizzata dall’incredulità generale in quanto il mercato avanza di colpo dai minimi; la maggioranza degli investitori non partecipa a questa prima fase di rialzo sia perché non riesce a trovarne la causa sia perché i fondamentali economici non hanno ancora dato nessun segnale di miglioramento; iniziano a muoversi gli investitori istituzionali (le cosiddette “mani forti”) che fiutano l’opportunità;
fase 2 (correzione): è la reazione, spesso profonda, al primo rialzo; questa discesa solitamente inganna la maggior parte dei partecipanti che ritiene si tratti di una continuazione del downtrend precedente; gli istituzionali accumulano cominciando sempre più ad acquistare;
fase 3 (seconda ondata rialzista): è provocata da un miglioramento dei fondamentali dell’economia con il superamento dei massimi fatti registrare dalla prima onda; si verifica l’ingresso sul mercato della gran parte degli operatori; le “mani forti” ultimano gli acquisti, entrano anche i piccoli investitori;
fase 4 (correzione/andamento laterale): questa fase viene vista come un’opportunità di entrata sul mercato da parte degli investitori che non avevano partecipato ai precedenti rialzi; per questo motivo, più che vere e proprie correzioni, molto spesso si tratta di brevi movimenti orizzontali di tipo accumulativi.
fase 5 (terza ondata rialzista): è il rialzo finale ed è dominato dall’euforia generale e da una speculazione rampante; vengono toccati i massimi di mercato e tutti gli investitori, anche quelli più timorosi, entrano nel mercato azionario; le “mani forti” iniziano piano piano a liquidare le posizioni, mentre i piccoli investitori sono tutti dentro il mercato!
fase 6 (prima ondata ribassista): il mercato scende di colpo nonostante i fondamentali economici supportino una continuazione della fase rialzista; la quasi totalità degli operatori non riesce a spiegare l’inversione di tendenza mentre alcuni vedono in questa discesa una magnifica occasione d’acquisto; gli istituzionali sono quasi già tutti fuori dal mercato, mentre i piccoli investitori continuano a comprare.
fase 7 (rally): si tratta di una breve reazione al rialzo, che fa supporre (erroneamente) ad alcuni operatori che l’ascesa del trend è intatto.
fase 8 (seconda ondata ribassista): profonda discesa degli indici che non solo fa registrare pesanti perdite alla massa dei piccoli investitori, ma provoca la rottura di importanti supporti sancendo così l’inizio di un mercato “orso”; i fondamentali economici segnalano un rallentamento dell’economia contribuendo a diffondere il pessimismo fra i vari operatori; massimo livello di sentiment ribassista; al culmine del ribasso molti piccoli investitori chiudono le posizioni rialziste precedentemente aperte sopportando ingenti perdite. Non vorranno più sentir parlare di mercati azionari per anni, poi in futuro si comporteranno nuovamente nel modo descritto in precedenza ripetendo gli stessi errori.

Successivamente si aprirà un altro ciclo economico (che dura mediamente cinque anni) e si ripartirà dalla fase 1.

A cura di Luca Moro

3 Trucchi per battere il mercato Forex

Giovedì, Ottobre 27th, 2011

Marco PuzzariniQuando si parla di mercato delle valute, meglio conosciuto come Forex, si ha spesso la convinzione di trattare un argomento estremamente complesso e riservato solo alle istituzioni finanziarie.

Lasciatemi dire che non c’e’ nulla di più falso! Il mercato Forex come qualsiasi altro mercato finanziario è oggi alla portata di tutti, si può iniziare con capitali anche poche centinaia di euro. L’unica cosa da considerare è che come ogni attività incorpora delle regole, regole che devono essere conosciute e rispettate con disciplina.
I mercati finanziari sono 70% psicologia e solo 30% tecnica. Quindi il vero lavoro va fatto su sé stessi una volta acquisite regole e strategie operative.

Quando parlo di mercati finanziari mi viene fatta spesso la stessa domanda, ovvero: “si può vivere di trading?”. La risposta è SI! Io lo faccio da anni come tanti altri professionisti, ma non ho la bacchetta magica e non sono neanche un genio della finanza. Ho imparato, le tecniche, commettendo errori, ho lavorato sulle mie emozioni e ho creato un piano d’azione strategico, un vero e proprio budget trattando il trading come un’azienda.

Le principali regole da rispettare per poter fare del trading una vera e propria professione, dal mio punto di vista, sono le seguenti:
- utilizzare una leva finanziaria bassa, non lasciandosi andare ai facili e rapidissimi guadagni;
- usare stop di protezione o coprirsi con valute correlate quando il mercato gira contro di noi e lasciar, invece, correre i profitti quando è possibile;
- avere un piano di trading dettagliato e rispettarlo fedelmente anche quando si accusano perdite successive.

Seguire tali regole proteggerà il tuo capitale monetario e psicologico e ti consentirà di guadagnare costantemente nel tempo.

A cura di Marco Puzzarini

Come gestire al meglio le proprie battaglie personali

Mercoledì, Ottobre 26th, 2011

Vitiana Paola Montana

Ognuno di noi sta rientrando, in questi giorni, nel proprio iter quotidiano, dopo la pausa estiva. La ripresa delle attività, molto spesso, coincide con il riaffiorare di problematiche, sfide oppure obiettivi lasciati a metà.

Ecco che allora, al rientro, si riaffacciano situazioni, non sempre esaltanti che ci obbligano a trovare  una veloce soluzione. Posto che il rimedio esiste sempre, in qualunque circostanza ci troviamo, la prima mossa da fare sarà quella di individuare l’ipotetico “nemico” da sconfiggere.

Che sia una situazione da modificare, una scelta da fare, un concorrente da placcare, sarà fondamentale determinare con precisione di cosa stiamo parlando. Si tratta di operare una scelta lavorativa? Oppure dobbiamo imparare a tenere sotto controllo un aspetto del nostro carattere che può danneggiarci? E ancora, abbiamo un teenager in casa che fa disperare?

Qualunque cosa sia, osserviamola  con attenzione. Facciamone un quadro razionale e proviamo poi a suddividerlo in gruppi di idee collegate. Ad esempio :«La mia rabbia esce sempre all’improvviso e in modo incontrollato!» Procediamo a scomporre quest’affermazione, in gruppi di idee.

-Analizziamo l’origine della rabbia e le sue numerose manifestazioni  (mutismo, aggressività, isolamento).

-Studiamo l’influsso della nostra rabbia sul lavoro, nelle relazioni e con le amicizie.

-Proponiamo a noi stessi almeno tre soluzioni a questo problema, da applicare in modo determinato e immediato alla situazione.

Per esempio:

1) Bloccare subito la manifestazione della rabbia stessa.

2) Interrompere il mutismo ricercando il dialogo e la spiegazione.

3) Contrastare l’isolamento, reagendo al riflesso incondizionato che deriva dalla convinzione di essere nel giusto, rinunciando a chiuderci nella nostra “torre d’avorio”.

Anche questi sono stratagemmi utili ad aggirare un ostacolo così tenace come la rabbia, uno dei nostri nemici più agguerriti. Le strategie più valide, molto spesso, sono quelle che abbiamo imparato nell’applicarle a noi stessi. Testandole in prima persona, siamo certi di utilizzarle al meglio. Saremo certi, così, di uscire vittoriosi dalle nostre battaglie personali.

A cura di  Vitiana Paola Montana

Ma quale Steve Jobs! E’ Fantozzi il vero mito degli italiani. Ahinoi, la vera “follia” e “fame” è quella di un posto sicuro

Lunedì, Ottobre 17th, 2011

Salvatore GazianoSi è molto scritto in questi giorni sulla morte di Steve Jobs e sullo spazio che i giornali e i siti di tutto il mondo hanno dato a questo avvenimento, contribuendo quasi a una “beatificazione” di questo geniale imprenditore che era ed è stato un grande imprenditore. E che ha avuto inevitabilmente come conseguenza la diffusione di una “setta” uguale e contraria che considera Steve Jobs un “prodotto” del nostro tempo, quasi una persona fortunata di essersi “solo” trovato al momento giusto al posto giusto, non avendo “rivoluzionato” alcunché e a ben guardare nemmeno inventato nulla che non fosse stato inventato da qualcun altro.
Non è questo certo il mio pensiero come ho precisato nel mio blog MoneyReport.it in un articolo intitolato “Onore a Steve Jobs. Il più grande imprenditore dopo il Big Bang”.

Peraltro al geniale fondatore della Apple ho dedicato una biografia insieme a quella di altri 10 “special one” per un ebook appena pubblicato dal titolo “SUPER MILIARDARI. Da Steve Jobs a Mark Zuckerberg. Vita, Morte, Miracoli, Storie e Segreti degli Uomini più Ricchi del Mondo”.

MEGLIO FONDARE UN’ IMPRESA IN GARAGE O UN POSTO SICURO ALLA REGIONE SICILIANA O ALLA PROVINCIA DI TRIESTE?

Comprendo però alcune delle critiche più intelligenti alla “santificazione” di Steve Jobs come quella formulata da Antonio Socci su Libero (dal titolo “Ora basta! Jobs non era il Messia!”) che giustamente fra le altre cose ha messo in evidenza come molti quotidiani italiani come il Corriere della Sera hanno dedicato 8 pagine (!) alla morte di Steve Jobs. Un furore mediatico quasi assurdo considerato che normalmente in Italia i quotidiani italiani non dedicano tutte queste pagine nemmeno in un anno a temi come l’imprenditorialità! E che in Italia oramai si fa di tutto (basta vedere quello che hanno fatto gli ultimi governi compreso l’ultimo condotto peraltro da un imprenditore al “servizio del Paese”) per far passare la voglia (a giovani e meno giovani) di mettersi in proprio tanto che secondo le ultime ricerche (si veda per esempio questo illuminante articolo in seguito a una ricerca condotta da Adecco, la più grande agenzia per il lavoro in Italia) il sogno reale delle generazioni non solo più giovani non è diventare come Steve Jobs ma avere un bel posto fisso e sicuro, contributi, ferie e malattie pagate.

Si celebra Steve Jobs ma poi il mito resta avere un impiego alla Fantozzi. Magari maltrattati, offesi, sottopagati, umiliati ma avversi al rischio. Questa è l’amara realtà.
Spesso ci si riempe la bocca di citazioni alla Jobs del tipo “Siate affamati, siate folli” ma fra una carriera incerta come imprenditore, commerciante, libero professionista o artigiano e un posto alla Regione Siciliana, un impiego come vigile urbano o un impiego da travet si preferiscono questi tipi di lavoro. “Tengo famiglia” aveva scritto tempo fa Ennio Flaiano. Doveva essere il motto da mettere magari all’interno del tricolore dal momento che la sua intuizione è sempre più drammaticamente vera.

UN LENTO MA INESORABILE DECLINO QUELLO ITALIANO. NON SIAMO AFFAMATI, NON SIAMO FOLLI!

E se si guardano le statistiche la situazione è desolante e tutti i dati confermano che nel nostro Belpaese nell’Unione europea siamo indicati fra le nazioni dove è più difficile intraprendere un’attività imprenditoriale e siamo anche in fondo alle classifiche dei Paesi che attraggono gli investimenti stranieri mentre il Pil pro-capite è tornato ai livelli del 1999. Un calo continuo e pericoloso. Se all’inizio degli anni ‘90 un italiano medio guadagnava un 6% in più rispetto alla media dei suoi “fratelli” europei oggi si trova nella situazione opposta e guadagna il 93% della media UE.
Qualche anno fa prendevamo in giro i polacchi e li raccontavamo come “lavavetri”: ebbene oggi a giudicare il prezzo dei credit default swap (l’assicurazione che copre il rischio emittente ovvero la possibilità che una società o uno Stato possa fallire) la Polonia viene giudicato nettamente più solida, affidabile e con prospettive più sicure dell’Italia.
E c’è da stupirsi se gli ultimi dati della Confindustria e dei centri studi dicono che l’Italia in termini di competitività ha perso 33 punti in 15 anni rispetto alla Germania e se la nostra produzione industriale in questi anni è calata rispetto ai massimi del 17 per cento, contro l’1 della Germania, il 9,8 della Francia, l’8,9 del Regno Unito?
“Siate affamati, siate folli”: ad applicare questo credo se si leggono le statistiche delle nuove imprese sono soprattutto gli extracomunitari: un imprenditore su 10 è nato all’estero. Loro sono sempre più i veri seguaci di Steve Jobs: hanno la “fame” di emergere e la “follia” dell’intraprendenza.
Sempre meno italiani “doc” invece si mettono in proprio per quanto questo dato è spesso falsato dalle finte “vocazioni” di chi nasconde dietro la partita iva un rapporto di lavoro spesso subordinato e precario frutto anche di una legislazione (e fiscalità) sul lavoro dipendente assurda e punitiva che scontenta tutte le parti.

MA NEMMENO “GRANDE STAMPA” E GHOTA DELL’IMPRENDITORIA ITALIANA SONO SPESSO DI GRANDE ESEMPIO, ANZI.

Ci sarebbe poi da tentare una sorta di analisi sulle ragioni profonde che hanno portato a questa celebrazione perfino esagerata (e lo dico da fan come imprenditore di Steve Jobs e non certo da critico distruggi-tutto) della figura del fondatore di Apple. Una sorta di rito liberatorio di buona parte dei giornalisti italiani liberi forse finalmente di scrivere senza gabbie di un vero grande imprenditore. E pazienza se in diversi casi si è perfino esagerato come sostengono i critici: se fra qualche settimana, mese, anno o decennio ci sarà qualcuno che deciderà di mettersi in proprio magari perché “ispirato” dalla storia di Steve Jobs ci sarà solo da rallegrarsene e gioirne (come spiegherò magari in un altro articolo).
Cosa leggiamo, alla fine dei conti, sui quotidiani italiani nelle pagine economiche-finanziarie?
Tranne rare eccezioni e poche penne di pregio in circolazione la “sbobba” che ci viene rifilata sono soprattutto notizie di agenzie che troverete poi quasi tutte uguali su tutti i quotidiani (e questo non vale solo per le pagine economiche, naturalmente), comunicati stampa “abbelliti” (dove le notizie vengono di fatto scritte dalle agenzie di pubbliche relazioni per incensare i loro clienti) e articoli di “riguardo” quando si parla dei propri grandi azionisti e inserzionisti e lenzuolate poi di listini di Borsa. Oggi sono un po‚ esagerato e cattivo lo ammetto ma spesso purtroppo è questa l’impressione che ho della stampa economico-finanziaria italiana e non solo come lettore, avendo in tasca dal 21 febbraio 1995 pure il tesserino da giornalista professionista. “Carta straccia” come bene ha scritto il grande e coraggioso Giampaolo Pansa nel suo amaro ma sincero penultimo libro.

Riguardo poi la gestione del risparmio qui il conflitto d’interesse con gli inserzionisti raggiunge spesso vette supreme ed è sempre più frequente vedere l’intervista “marchetta” a un gestore con la pagina pubblicitaria a fianco. Ma questo è un altro discorso (che ho in parte affrontato in un mio libro precedente dal titolo “Bella la Borsa, peccato quando scende” in un capitolo intitolato “Una vocina mi ha detto. Come difendersi da insider, Internet e giornali”).
Accade così che i grandi imprenditori che i lettori italiani si vedono proporre da anni come “campioni” siano (o sono stati) personaggi dall’ascesa o dalle capacità gestionali spesso discutibili e costellate di “file” non sempre proprio edificanti. Dagli Agnelli (procuratevi su Amazon.it il libretto allegato qualche mese fa sull’eredità contesa degli Agnelli “L’importanza di chiamarsi Agnelli” pubblicato da Milano Finanza se avete ancora un culto per la figura dell’Avvocato e della sua famiglia) a Carlo De Benedetti, da Salvatore Ligresti a Marco Tronchetti Provera et similia.
E non a caso tutti questi personaggi oltre a un’importante frequentazione con le stanze del potere politico italiano hanno tutti uno zampino nella grande editoria italiana, sedendo nei consigli di amministrazione delle case editrici più importanti come azionisti “no profit” a vedere il ritorno economico (totalmente negativo) di queste “diversificazioni” che in realtà tali non sono perché completamente funzionali al capitalismo di relazioni, “consorterie” (come gridava un personaggio interpretato da Sergio Castellito in “Caterina va in città”) e salotti che caratterizza il gotha dell’imprenditoria italiana.
E avrà fatto sorridere o arrabbiare (ma ha dato la “cifra” del gotha del capitalismo italiano)  il ricordo che Carlo De Benedetti ha fatto di Steve Jobs qualche tempo fa in una lunga intervista televisiva e che qualcuno si sarà magari ricordato in questi giorni: «Avevamo un laboratorio a Cupertino come Olivetti. Sono andato una sera a visitarlo in un garage. Se avessi messo allora 100 mila dollari, cifra che lui stava cercando, oggi sarei famoso per essere uno degli uomini più ricchi del mondo».
Corsi e ricorsi storici (o “sfiga”?) sulla lungimiranza di imprenditori, manager e banchieri italiani quando si parla di nuove tecnologie e finanziare giovani e start up se si ricordano anche i tre manager ex Omnitel (Francesco Caio, attualmente ad di Avio dopo aver fatto in questi anni il giro delle sette chiese, Emanuele Angelidis, ex amministratore delegato di Fastweb e a Barbara Poggiali, numero uno di Dada) che circa 5 anni fa uscirono da Twitter pagato  qualche decina di migliaia di dollari perché lo consideravano un “cattivo affare”. Una società che oggi viene valutata quasi 10 miliardi di dollari mentre Apple è la società con la capitalizzazione di Borsa più elevata al mondo: 266 milioni di euro. Quasi quanto valgono tutte le società quotate italiane..

Aver scritto e riscritto in questi mesi l’ebook “SUPER MILIARDARI. Da Steve Jobs a Mark Zuckerberg. Vita, Morte, Miracoli, Storie e Segreti degli Uomini più Ricchi del Mondo” mi è sembrato quindi quasi una boccata di aria pura in confronto, ripercorrendo le storie, i segreti e le lezioni di imprenditori (talvolta anche più  ”figli di buona donna” di alcuni imprenditori italiani, certamente) del calibro di Steve Jobs o Mark Zuckerberg (Facebook), lo scomparso Nicholas Hayek (Swatch), il discusso Roman Abramovich, il figlio di “papà” e velista Ernesto Bertarelli, il leader degli U2, Paul David Hewson (in arte Bono Vox), il ribelle Richard Branson, i maestri mondiali del “marketing” Ingvar Kamprad (Ikea) e Philip Knight (Nike), il funambolico fondatore del Cirque du Soleil, Guy Lalibertè o lo scalatore di Gucci, il francese venuto dal nulla, Francois Pinault.
Ma ce ne sarà modo per parlarne come degli imprenditori italiani (e fortunatamente nonostante tutto ce ne sono ancora, piccoli, medi, grandi e grandissimi) che meritano il nostro onore e rispetto perché hanno operato e operano (soprattutto oggi) in condizioni di mercato sempre più difficili. Come correre col vento contro!

A cura di Salvatore Gaziano

Come definire in finanza la propria propensione al rischio e la propria strategia di diversificazione/decorrelazione

Venerdì, Ottobre 14th, 2011

Luca MoroIl rischio è la probabilità che il valore di un investimento risulti differente dalle aspettative. Normalmente gli investimenti più redditizi, come quelli sul mercato azionario, sono anche i più rischiosi. Il maggiore rendimento, infatti, dovrebbe compensare il maggiore rischio sostenuto.

Attenzione: bisogna aver chiaro il fatto che non esistono investimenti completamente privi di rischio, perché questo è il prezzo da pagare se si vuole vedere crescere il valore del proprio capitale. Se è vero che non c’è rendimento senza rischio, è anche vero che ogni investitore è disposto ad accettarlo in misura diversa.

La propensione al rischio non è determinata solo da esigenze di tipo finanziario (obiettivi di breve termine contro obiettivi di lungo), ma anche da una predisposizione di tipo psicologico e caratteriale.
Non tutti, infatti, sanno mantenere i nervi saldi di fronte al “saliscendi” quotidiano dei mercati (e il 2011 ne è stato proprio un esempio lampante!) e al conseguente impatto di breve periodo sul valore del proprio capitale. La domanda da porsi quindi non è come evitare il rischio, bensì come riuscire a gestirlo individuando il giusto equilibrio che ci soddisfi in termini di rendimento atteso: in sostanza capire esattamente quale può essere la nostra reale tolleranza alla perdita.

Diversificare i propri investimenti è una vera e propria regola d’oro quando si costruisce un portafoglio. Concentrare tutto il patrimonio su un unico mercato o strumento finanziario, infatti, è rischioso nella misura in cui si rimane eccessivamente legati alle sorti di quest’ultimo. Con la bolla tecnologica del 2000 ci sono stati purtroppo tantissimi investitori (sicuramente anche perché malconsigliati) che hanno concentrato tutto il loro patrimonio sui famigerati titoli internet, con risultati disastrosi che si ricordano ancor oggi.

Diversificare non significa solamente acquistare titoli di società differenti, ma anche di diversi settori o aree geografiche; la diversificazione geografica riveste una particolare importanza: ne è un esempio proprio il 2010, che presentava i rendimenti dei maggiori indici borsistici pressappoco in questo modo:

mercato italiano: - 13%
mercato europeo: - 6%
mercato americano: + 13%
mercato paesi emergenti: + 16%

E’ intuitivo quindi capire chi nel 2010 ha ottenuto importanti risultati sui mercati azionari, a scapito magari di coloro che hanno il portafoglio imbottito quasi esclusivamente di titoli italiani.

Inoltre è buona cosa avere all’interno del proprio portafoglio strumenti decorrelati, ovvero titoli che si muovono in maniera opposta e hanno quindi una correlazione inversa tra loro: un esempio in questo senso, nella crisi del 2008 dei mutui subprime, è stato il gestore di un fondo bilanciato internazionale che ha utilizzato azioni aurifere e minerarie come componente di difesa (l’oro viene spesso considerato come bene rifugio in momenti di crisi), azioni che sono state le uniche a salire in mezzo alle discese repentine di tutti gli altri settori, dai bancari agli energetici.

Decorrelare significa quindi investire in modo che le tendenze negative di un’attività siano il più possibile compensate da quelle positive di un’altra.

A cura di Luca Moro

Come costruire un capitale ingente partendo da zero

Mercoledì, Settembre 21st, 2011

Guadagnare con le Small CapSe vuoi costruirti un capitale per una data futura predefinita, partendo da zero, calcoliamo quanto devi risparmiare ogni mese per mettere da parte un capitale determinato secondo un rendimento variabile.

Quanto dovresti risparmiare al mese per mettere da parte un capitale di un milione di euro con la durata del risparmio di 10 anni, una probabile inflazione del 2% e un rendimento del 25% dei propri risparmi? Ecco la risposta.

Per avere fra 10 anni un capitale di 1.218.994 • corrispondenti, tenuto conto di un‚inflazione del 2% all’anno, ad un potere di acquisto attuale di 1.000.000 • dovrai risparmiare 2.574 • al mese. La rendita si evolve insieme all’inflazione. L’ultimo mese dovrai risparmiare fino a 3.132 •.

Se invece la durata del risparmio fosse di 20 anni e il rendimento del 20%?

Per avere fra 20 anni un capitale di 1.485.947 • corrispondenti, tenuto conto di un‚inflazione del 2% all’anno, ad un potere di acquisto attuale di 1.000.000 •, dovrai risparmiare 1.003 • al mese. La rendita si evolve insieme all’inflazione. L’ultimo mese dovrai risparmiare fino a 1.488 •.

Per ottenere questi rendimenti si può investire nelle piccole società (small cap). Tra tutte le azioni presenti nel mercato perché dovremmo acquistare aziende di piccolo taglio?

La risposta è che queste azioni possono valere una fortuna. Immaginate di scoprire una società che costa solo 1 dollaro per azione e che dopo un mese quota 11 dollari. Un gain del 1000% un guadagno esplosivo.

Una piccola società può raddoppiare facilmente le proprie vendite in un anno rispetto a una società a grande capitalizzazione. Quindi la crescita è più rapida per le small cap. Le aziende piccole sono perle nascoste che molti investitori non vedono e sono più a buon mercato.

La maggior parte dei gestori vi consiglierà di investire sul sicuro con le obbligazioni, titoli di stato o azioni a grande capitalizzazione, ma per creare un vero capitale occorre rischiare acquistando società a bassa capitalizzazione. Sicuramente investendo in aziende con capitali inferiore ai 500 milioni di dollari sono investimenti a rischio, ma è proprio questo che determina il maggior guadagno.

A cura di Assunto D’addario