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Ma quale Steve Jobs! E’ Fantozzi il vero mito degli italiani. Ahinoi, la vera “follia” e “fame” è quella di un posto sicuro

Lunedì, Ottobre 17th, 2011

Salvatore GazianoSi è molto scritto in questi giorni sulla morte di Steve Jobs e sullo spazio che i giornali e i siti di tutto il mondo hanno dato a questo avvenimento, contribuendo quasi a una “beatificazione” di questo geniale imprenditore che era ed è stato un grande imprenditore. E che ha avuto inevitabilmente come conseguenza la diffusione di una “setta” uguale e contraria che considera Steve Jobs un “prodotto” del nostro tempo, quasi una persona fortunata di essersi “solo” trovato al momento giusto al posto giusto, non avendo “rivoluzionato” alcunché e a ben guardare nemmeno inventato nulla che non fosse stato inventato da qualcun altro.
Non è questo certo il mio pensiero come ho precisato nel mio blog MoneyReport.it in un articolo intitolato “Onore a Steve Jobs. Il più grande imprenditore dopo il Big Bang”.

Peraltro al geniale fondatore della Apple ho dedicato una biografia insieme a quella di altri 10 “special one” per un ebook appena pubblicato dal titolo “SUPER MILIARDARI. Da Steve Jobs a Mark Zuckerberg. Vita, Morte, Miracoli, Storie e Segreti degli Uomini più Ricchi del Mondo”.

MEGLIO FONDARE UN’ IMPRESA IN GARAGE O UN POSTO SICURO ALLA REGIONE SICILIANA O ALLA PROVINCIA DI TRIESTE?

Comprendo però alcune delle critiche più intelligenti alla “santificazione” di Steve Jobs come quella formulata da Antonio Socci su Libero (dal titolo “Ora basta! Jobs non era il Messia!”) che giustamente fra le altre cose ha messo in evidenza come molti quotidiani italiani come il Corriere della Sera hanno dedicato 8 pagine (!) alla morte di Steve Jobs. Un furore mediatico quasi assurdo considerato che normalmente in Italia i quotidiani italiani non dedicano tutte queste pagine nemmeno in un anno a temi come l’imprenditorialità! E che in Italia oramai si fa di tutto (basta vedere quello che hanno fatto gli ultimi governi compreso l’ultimo condotto peraltro da un imprenditore al “servizio del Paese”) per far passare la voglia (a giovani e meno giovani) di mettersi in proprio tanto che secondo le ultime ricerche (si veda per esempio questo illuminante articolo in seguito a una ricerca condotta da Adecco, la più grande agenzia per il lavoro in Italia) il sogno reale delle generazioni non solo più giovani non è diventare come Steve Jobs ma avere un bel posto fisso e sicuro, contributi, ferie e malattie pagate.

Si celebra Steve Jobs ma poi il mito resta avere un impiego alla Fantozzi. Magari maltrattati, offesi, sottopagati, umiliati ma avversi al rischio. Questa è l’amara realtà.
Spesso ci si riempe la bocca di citazioni alla Jobs del tipo “Siate affamati, siate folli” ma fra una carriera incerta come imprenditore, commerciante, libero professionista o artigiano e un posto alla Regione Siciliana, un impiego come vigile urbano o un impiego da travet si preferiscono questi tipi di lavoro. “Tengo famiglia” aveva scritto tempo fa Ennio Flaiano. Doveva essere il motto da mettere magari all’interno del tricolore dal momento che la sua intuizione è sempre più drammaticamente vera.

UN LENTO MA INESORABILE DECLINO QUELLO ITALIANO. NON SIAMO AFFAMATI, NON SIAMO FOLLI!

E se si guardano le statistiche la situazione è desolante e tutti i dati confermano che nel nostro Belpaese nell’Unione europea siamo indicati fra le nazioni dove è più difficile intraprendere un’attività imprenditoriale e siamo anche in fondo alle classifiche dei Paesi che attraggono gli investimenti stranieri mentre il Pil pro-capite è tornato ai livelli del 1999. Un calo continuo e pericoloso. Se all’inizio degli anni ‘90 un italiano medio guadagnava un 6% in più rispetto alla media dei suoi “fratelli” europei oggi si trova nella situazione opposta e guadagna il 93% della media UE.
Qualche anno fa prendevamo in giro i polacchi e li raccontavamo come “lavavetri”: ebbene oggi a giudicare il prezzo dei credit default swap (l’assicurazione che copre il rischio emittente ovvero la possibilità che una società o uno Stato possa fallire) la Polonia viene giudicato nettamente più solida, affidabile e con prospettive più sicure dell’Italia.
E c’è da stupirsi se gli ultimi dati della Confindustria e dei centri studi dicono che l’Italia in termini di competitività ha perso 33 punti in 15 anni rispetto alla Germania e se la nostra produzione industriale in questi anni è calata rispetto ai massimi del 17 per cento, contro l’1 della Germania, il 9,8 della Francia, l’8,9 del Regno Unito?
“Siate affamati, siate folli”: ad applicare questo credo se si leggono le statistiche delle nuove imprese sono soprattutto gli extracomunitari: un imprenditore su 10 è nato all’estero. Loro sono sempre più i veri seguaci di Steve Jobs: hanno la “fame” di emergere e la “follia” dell’intraprendenza.
Sempre meno italiani “doc” invece si mettono in proprio per quanto questo dato è spesso falsato dalle finte “vocazioni” di chi nasconde dietro la partita iva un rapporto di lavoro spesso subordinato e precario frutto anche di una legislazione (e fiscalità) sul lavoro dipendente assurda e punitiva che scontenta tutte le parti.

MA NEMMENO “GRANDE STAMPA” E GHOTA DELL’IMPRENDITORIA ITALIANA SONO SPESSO DI GRANDE ESEMPIO, ANZI.

Ci sarebbe poi da tentare una sorta di analisi sulle ragioni profonde che hanno portato a questa celebrazione perfino esagerata (e lo dico da fan come imprenditore di Steve Jobs e non certo da critico distruggi-tutto) della figura del fondatore di Apple. Una sorta di rito liberatorio di buona parte dei giornalisti italiani liberi forse finalmente di scrivere senza gabbie di un vero grande imprenditore. E pazienza se in diversi casi si è perfino esagerato come sostengono i critici: se fra qualche settimana, mese, anno o decennio ci sarà qualcuno che deciderà di mettersi in proprio magari perché “ispirato” dalla storia di Steve Jobs ci sarà solo da rallegrarsene e gioirne (come spiegherò magari in un altro articolo).
Cosa leggiamo, alla fine dei conti, sui quotidiani italiani nelle pagine economiche-finanziarie?
Tranne rare eccezioni e poche penne di pregio in circolazione la “sbobba” che ci viene rifilata sono soprattutto notizie di agenzie che troverete poi quasi tutte uguali su tutti i quotidiani (e questo non vale solo per le pagine economiche, naturalmente), comunicati stampa “abbelliti” (dove le notizie vengono di fatto scritte dalle agenzie di pubbliche relazioni per incensare i loro clienti) e articoli di “riguardo” quando si parla dei propri grandi azionisti e inserzionisti e lenzuolate poi di listini di Borsa. Oggi sono un po‚ esagerato e cattivo lo ammetto ma spesso purtroppo è questa l’impressione che ho della stampa economico-finanziaria italiana e non solo come lettore, avendo in tasca dal 21 febbraio 1995 pure il tesserino da giornalista professionista. “Carta straccia” come bene ha scritto il grande e coraggioso Giampaolo Pansa nel suo amaro ma sincero penultimo libro.

Riguardo poi la gestione del risparmio qui il conflitto d’interesse con gli inserzionisti raggiunge spesso vette supreme ed è sempre più frequente vedere l’intervista “marchetta” a un gestore con la pagina pubblicitaria a fianco. Ma questo è un altro discorso (che ho in parte affrontato in un mio libro precedente dal titolo “Bella la Borsa, peccato quando scende” in un capitolo intitolato “Una vocina mi ha detto. Come difendersi da insider, Internet e giornali”).
Accade così che i grandi imprenditori che i lettori italiani si vedono proporre da anni come “campioni” siano (o sono stati) personaggi dall’ascesa o dalle capacità gestionali spesso discutibili e costellate di “file” non sempre proprio edificanti. Dagli Agnelli (procuratevi su Amazon.it il libretto allegato qualche mese fa sull’eredità contesa degli Agnelli “L’importanza di chiamarsi Agnelli” pubblicato da Milano Finanza se avete ancora un culto per la figura dell’Avvocato e della sua famiglia) a Carlo De Benedetti, da Salvatore Ligresti a Marco Tronchetti Provera et similia.
E non a caso tutti questi personaggi oltre a un’importante frequentazione con le stanze del potere politico italiano hanno tutti uno zampino nella grande editoria italiana, sedendo nei consigli di amministrazione delle case editrici più importanti come azionisti “no profit” a vedere il ritorno economico (totalmente negativo) di queste “diversificazioni” che in realtà tali non sono perché completamente funzionali al capitalismo di relazioni, “consorterie” (come gridava un personaggio interpretato da Sergio Castellito in “Caterina va in città”) e salotti che caratterizza il gotha dell’imprenditoria italiana.
E avrà fatto sorridere o arrabbiare (ma ha dato la “cifra” del gotha del capitalismo italiano)  il ricordo che Carlo De Benedetti ha fatto di Steve Jobs qualche tempo fa in una lunga intervista televisiva e che qualcuno si sarà magari ricordato in questi giorni: «Avevamo un laboratorio a Cupertino come Olivetti. Sono andato una sera a visitarlo in un garage. Se avessi messo allora 100 mila dollari, cifra che lui stava cercando, oggi sarei famoso per essere uno degli uomini più ricchi del mondo».
Corsi e ricorsi storici (o “sfiga”?) sulla lungimiranza di imprenditori, manager e banchieri italiani quando si parla di nuove tecnologie e finanziare giovani e start up se si ricordano anche i tre manager ex Omnitel (Francesco Caio, attualmente ad di Avio dopo aver fatto in questi anni il giro delle sette chiese, Emanuele Angelidis, ex amministratore delegato di Fastweb e a Barbara Poggiali, numero uno di Dada) che circa 5 anni fa uscirono da Twitter pagato  qualche decina di migliaia di dollari perché lo consideravano un “cattivo affare”. Una società che oggi viene valutata quasi 10 miliardi di dollari mentre Apple è la società con la capitalizzazione di Borsa più elevata al mondo: 266 milioni di euro. Quasi quanto valgono tutte le società quotate italiane..

Aver scritto e riscritto in questi mesi l’ebook “SUPER MILIARDARI. Da Steve Jobs a Mark Zuckerberg. Vita, Morte, Miracoli, Storie e Segreti degli Uomini più Ricchi del Mondo” mi è sembrato quindi quasi una boccata di aria pura in confronto, ripercorrendo le storie, i segreti e le lezioni di imprenditori (talvolta anche più  ”figli di buona donna” di alcuni imprenditori italiani, certamente) del calibro di Steve Jobs o Mark Zuckerberg (Facebook), lo scomparso Nicholas Hayek (Swatch), il discusso Roman Abramovich, il figlio di “papà” e velista Ernesto Bertarelli, il leader degli U2, Paul David Hewson (in arte Bono Vox), il ribelle Richard Branson, i maestri mondiali del “marketing” Ingvar Kamprad (Ikea) e Philip Knight (Nike), il funambolico fondatore del Cirque du Soleil, Guy Lalibertè o lo scalatore di Gucci, il francese venuto dal nulla, Francois Pinault.
Ma ce ne sarà modo per parlarne come degli imprenditori italiani (e fortunatamente nonostante tutto ce ne sono ancora, piccoli, medi, grandi e grandissimi) che meritano il nostro onore e rispetto perché hanno operato e operano (soprattutto oggi) in condizioni di mercato sempre più difficili. Come correre col vento contro!

A cura di Salvatore Gaziano

Come capire che amici si nasce e non si diventa

Venerdì, Novembre 5th, 2010

Capita sempre più spesso di leggere notizie curiose che riguardano i social network e gli amici. Una, in particolare, sostiene che certe aziende, al momento di assumere, attribuiscano una particolare importanza a quanti “amici” o follower il candidato ha su Facebook, Twitter o Linkedin.

Praticamente, più “amici” si vantano nel proprio carnet virtuale, maggiore sarebbe la probabilità di aggiudicarsi un eventuale posto di lavoro vacante.

Risale infatti allo scorso aprile l’iniziativa di Casa.it, portale immobiliare con più di due milioni di utenti al mese, che per scovare un social media specialist, stabilì che tra gli “skills” fondamentali ci fosse anche un network di almeno 150 “amici” su Facebook, 100 contatti su Linkedin e 50 follower su Twitter, oltre agli immancabili “problem solving” e al “decision making”. Candidature ricevute: 300.

C’è anche chi, come Adobe, utilizza i social media come veri e propri bacini per entrare in contatto con i candidati più adeguati, valutando i profili più interessanti contenuti sul web.

Ericsson invece ha aperto dei canali sui social network, come quello su Twitter (http://twitter.com/EricssonCareers) in cui cerca di scovare nuovi talenti.

Sorge a questo proposito una domanda: ma l’amicizia non è un bene sacro? E i beni sacri, è risaputo, non si commerciano, né dovrebbero rappresentare una corsia preferenziale per aggiudicarci qualcosa a cui teniamo.

Qualcuno obietta che lo scandalo non esiste: da ragazzini chi aveva il numero maggiore di invitati alle feste? Il più brillante, il più istruito e il più intelligente, o quello che comunque poteva garantire la casa più grande, i genitori più assenti, lo stereo a più alto volume e la cantina più fornita.

Di conseguenza, l’amicizia di massa è soggetta alle regole della convenienza, e i social network starebbero soltanto togliendo il velo dell’ipocrisia.

In realtà quello su cui bisognerebbe intendersi è il significato della parola amicizia, di cui questi ultimi stanno facendo un uso spregiudicato.  Gli “amici” della Rete assomigliano a quelli che si incontrano alle feste dei giovani e nei salotti degli adulti: conoscenze occasionali e relazioni utili.

Gli amici senza virgolette sono pochi ma buoni, così si dice. Bisognerebbe aggiungere che, per essere buoni, devono necessariamente essere pochi, perché un rapporto coltivato in profondità ha bisogno di tempo e impegno, come il lavoro e il matrimonio, il fidanzamento e il gioco in Borsa.

L’amicizia, insomma, va imparata.

E per impararla occorre pazienza, visto che gli amici stanno agli “amici” come l’amore di una vita a un flirt estivo. Ma ormai è tale l’abuso che forse dovremmo cominciare a chiamare gli amici con un altro nome, considerando che quelli veri non si trovano con una semplice cliccata

A cura di Marina Roveda
Autore di Le Regole dell’Amicizia

Come mantenere ottimale la propria reputazione su internet

Martedì, Settembre 21st, 2010

Rocco PetriglianoOgni utente di internet che si rispetti ha frequentato, o pensato di frequentare, prima o poi, un social network.

MySpace, Facebook, Netlog, Twitter, Linkedin. Chi di voi non ha mai sentito nominare uno di questi social network? Tutti, prima o poi, abbiamo pensato a varcare le porte di questo o quel social network per scoprire, effettivamente, di cosa si tratta, cosa era possibile ottenere dalla propria iscrizione ecc…

Qualsiasi social network che si rispetti dovrebbe avere la connotazione, per quanto virtuale, di una pubblica piazza “reale”. Dove ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero e la propria opinione.

Ebbene esistono tanti, troppi utenti che, tramite un utilizzo improprio di questo tipo di strumento rendono anche l’esperienza degli altri molto negativa. Se sei un utente di MySpace ti basta pensare a tutti quei gruppi musicali che, dopo aver accettato la loro richiesta di amicizia, ti intasano il profilo con i loro brani, i loro commenti e molto altro.

Onestamente, dopo che una determinata band ti ha intasato il proprio profilo per giorni e giorni, hai ancora voglia di ascoltarla?

Succede la stessa cosa per chi “spara” i propri link in giro per il web, siano essi da presunti web marketer o guru di qualsiasi genere.

Ebbene se vuoi che i tuoi link siano osservati e visitati la regola è molto semplice :
Pubblica solo nelle aree “comuni” e utilizza degli strumenti non invasivi.

Non invadere mai il profilo dei tuoi contatti, piuttosto pubblica i tuoi link nella home in modo che chi è interessato possa comunque visionarlo.

Anche sul web esistono regole di educazione che è bene seguire, se la tua intenzione è quella di lavorare su internet o semplicemente di trascorrere delle ore di relax.

Segui la Netiquette e la tua esperienza su internet ne uscirà notevolmente migliorata.

A cura di Rocco Petrigliano
Autore di I Segreti di MySpace

Come trovare argomenti efficaci da scrivere sul tuo blog: 7 tecniche infallibili

Lunedì, Aprile 19th, 2010

Emanuele PapaliaCosa vuol dire trovare argomenti efficaci su internet? Dal mio punto di vista un argomento è efficace su internet quando ha un mercato online, ossia è interessante, affascinante e ricercato dai navigatori di internet.

Ad esempio, vuoi creare un blog sull’allevamento dei cani, come fai a sapere se chi naviga su internet è interessato a quest’argomento?

Ecco le 7 tecniche “MUST” che devi applicare:

1. Vai su Google e scrivi “allevamento cani forum”: i forum sono l’espressione più importante dell’interesse dei navigatori per un determinato settore. Si creano grandi comunità e un gran seguito di persone che si aggregano iscrivendosi ai forum. La cosa più importante da notare in un forum è il numero d’iscritti e il numero di visite per ogni singolo post. Un numero più elevato indica un maggior interesse per l’argomento da parte degli utenti.

2. Fai la stessa cosa per i blog, quindi scrivi su Google “allevamento dei cani blog”. Trova i blog su quest’argomento e controlla il numero di commenti per ciascun articolo. Un altro strumento molto efficace sono le directory di blog. BlogItalia è la directory più popolata di blog italiani, vai sulla casella di ricerca presente sul sito e inserisci il tuo argomento.

3. Un’altra risorsa sono i gruppi di Google e, ultimamente, i gruppi su Facebook. Vai su Google e scrivi “allevamento dei cani gruppi”, controlla le discussioni e il numero di partecipanti.

4. Analizza gli articoli presenti nei siti di article marketing. Basta inserire “article marketing” su Google e troverai decine di questi siti. Vai sulle categorie e cerca il tuo argomento e i relativi articoli.

5. Vai su Youtube e studiati i video presenti per il tuo argomento. Scrivi “allevamento dei cani” su Youtube, controlla il numero di visualizzazioni, è molto importante. Il numero di visualizzazioni ti da un’idea dell’interesse dei navigatori per quell’argomento.

6. Scrivi su Google “allevamento di cani”, controlla la presenza degli annunci di Google. Più annunci sono visualizzati e più l’argomento non solo è ricercato, ma è anche profittevole. Ricorda più concorrenti più opportunità di guadagno. Questo è un aspetto importantissimo se vuoi imbastire sul tuo blog una vera attività economica, vendendo i tuoi prodotti/servizi.

7. Ultimo ma non meno importante: analizza il traffico dei forum e dei blog che parlano del tuo argomento. Vai sul sito di Alexa Rank, digita l’indirizzo e ti sarà restituito un valore approssimativo. Più il valore sarà elevato, minor traffico riceverà il sito.

Orientativamente, se il valore è vicino o inferiore a 30.000, molto probabilmente quel forum o quel blog riceverà migliaia di visite giornaliere. Questo vuol dire che ci sono migliaia di persone che ogni giorno ricercano il tuo argomento su internet e soprattutto ne sono interessate e affascinate.

A cura di Emanuele Papalia
Autore di Blog Business

Come capire in che senso abbiamo tanti amici su facebook

Martedì, Febbraio 9th, 2010

Succede tutti i giorni. Accendiamo il computer, ci colleghiamo a Facebook, e scopriamo che Mario Rossi o Angela Bianchi ci hanno aggiunti come amici.

Si tratta spesso di relazioni annacquate, intrecciate con simpatizzanti, aspiranti corteggiatori, semplici conoscenti.

Persone che ci spingono a ridefinire il concetto di amicizia, che non è più un legame affettivo e leale tra affini che si frequentano nel quotidiano.

Sempre più spesso, ci troviamo invece davanti a un contatto collettivo labile, che fa condividere video di Obama, Lady Gaga e Luciana Littizzetto.

Non più incontri vis a vis costituiti da serate, discussioni, reciproche consolazioni. Casomai, un dialogo virtuale fatto di battute tra individui che, quando va bene, si sono visti un paio di volte, ai quali trasmettiamo aggiornamenti sulle nostre vite.

Alla fine però, in questa inflazione di facile cordialità, dove imperversano i BFF, Best Friends Forever, gli amici veri restano tesori anche in tempi di saldi web, proprio perché è la morfologia stessa del nostro cervello a impedirci di legare in profondità con troppe persone.

Secondo una ricerca compiuta da Robin Dunbar, antropologo a Oxford, sarebbero 148, arrotondato poi a 150, il numero massimo di relazioni che si possono ragionevolmente coltivare.

Ciò vuol dire che, nel caso di 50 friends, si familiarizzerà in maniera reciproca e sostenuta solo con 3 o 4 di loro. Nei gruppi di 150 si passerà a 5 o 7. Ma persino chi vanta un pallottoliere complessivo di 500 e oltre, alla fine avrà scambi con 10 o perlopiù 16.

Oltre, sarebbe un pasticcio, nonostante vi siano delle differenze “di genere”. Le donne, ad esempio, parlano di più e coltivano contatti regolari, mentre gli uomini rimandano a quando s’incontreranno al bar.

Viene allora spontaneo chiedersi: quando le amicizie sono ridotte alle dimensioni di un post in bacheca, conservano ancora qualche contenuto? Se abbiamo 700 “amici”, in che senso li abbiamo? Dopo che abbiamo rintracciato l’ex fidanzato, la compagna delle elementari o fatta “amicizia” con il cantante preferito, cosa resta di Facebook?

Poco, verrebbe da dire. O meglio: persone che non sentivi prima e che continui a non sentire dopo; presunti “amici” ai quali non hai mai mandato nemmeno un messaggio, ma che sono lì a mostrare a tutto il “Facebookmondo” che la tua rete sociale è ricchissima.

Il risultato è che sempre più utenti decidono di “suicidarsi”, come si dice in gergo, cancellando il proprio profilo dalla Rete. Altri, con migliaia di amici accettati e altrettanti in attesa di esserlo, sospendono l’attività.
Alla base c’è la convinzione di avere a che fare solo con una vetrina sociale di rapporti falsi, colpevole di far scomparire dalla nostra cultura l’immagine del vero amico, una sorta di anima gemella rara da trovare. In molti giudicano Facebook una fucina di tradimenti, divorzi e violenze, dove il furto di identità si sta diffondendo a una velocità preoccupante.

Di conseguenza, non bisogna stupirsi se i rapporti solidi, sinceri, disinteressati appaiono sempre più in calo. Lo stesso Omero sosteneva che: “Non è tanto difficile morire per un amico, ma trovare un amico per cui valga la pena farlo”.

E voi, siete d’accordo?

A cura di Marina Roveda

Autrice di “Le Regole dell’Amicizia”

Come gestire l’amicizia su internet

Martedì, Gennaio 5th, 2010

Sempre più persone scelgono l’amicizia elettronica, aprendosi un profilo su Facebook, iscrivendosi a Friendfeed, oppure curando un blog in cui i lettori possono postare i loro commenti, scambiandosi informazioni o punti di vista su un determinato argomento.

Altri si affidano alle chat, entrandovi come farebbero in un bar: si accostano ai tavoli per capire di cosa si parla, poi scelgono a quale gruppo aggregarsi, iniziando a discutere di tutto in simultanea.
Questo perché, nell’epoca dell’usa e getta in cui viviamo, l’amicizia tradizionale richiede tempo, attenzione, affetto, favori da restituire, in quanto come tutte le relazioni che durano è fondata su uno scambio reciproco.

Ciò non accade con gli amici virtuali, con cui non c’è conflitto, non c’è vero confronto, né si dona per ricevere indietro qualcosa.
Se da un lato ciò tranquillizza, dall’altro non consente a chi li colleziona di maturare giorno dopo giorno, imparando a gestire un rapporto in carne e ossa, dove dare e ricevere risulta di fondamentale importanza.
Spesso chi privilegia l’amicizia in Rete fugge gli altri perché non è attraente, quindi teme di essere rifiutato.
Ma può anche trattarsi di un individuo gradevole, che però si nasconde dietro l’etichetta del “grande indipendente” che “non deve niente a nessuno”.

In realtà, questo gusto per l’autonomia e per gli amici di comodo, in molti casi rappresenta soltanto un pretesto per dissimulare la difficoltà a “fare legame” per paura delle emozioni che suscita: senso di soffocamento, abbandono, dipendenza…Infatti dietro questa scelta ci sono talvolta amicizie dolorose, che hanno lasciato un’impronta indelebile.

Per questo, evitare le relazioni nella vita quotidiana o viverle in maniera superficiale, dando invece più spazio a quelle in Rete, diventa un mezzo inconscio per proteggersi dalle ferite del passato.
E se in molti sostengono che Internet non modifica i rapporti ma li velocizza, portandoli dritti al sodo perché non c’è tempo per sfumature e inibizioni, è altrettanto vero che l’amico del cuore, oggi, si cerca in Rete, per poi mandargli magari un messaggio sul telefonino, moderna autostrada dove far viaggiare i sentimenti.
Ma come comportarsi correttamente nell’ambito dell’amicizia virtuale? Ecco una serie di suggerimenti:

* Lascia che questa si sviluppi poco a poco, centellinando pensieri o informazioni particolarmente intime e confidenziali. Per quelle c’è sempre tempo.

* Se il tuo problema è l’organizzazione, fissa un “planning relazionale”, stabilendo quante ore devi passare in Rete, e quante con le persone che ti circondano, stabilendo un giusto equilibrio fra quest’ultime e i tuoi interessi.

* Pesa sempre le parole, stando molto attento a scrivere qualunque cosa possa diffamare, calunniare o criticare qualcuno, nella sua persona o attività. In fondo non sai chi c’è realmente dall’altra parte né come potrebbe reagire.

Qualora decidessi di saltare il fosso e conoscere il tuo amico virtuale, fissa l’appuntamento in un luogo pubblico, e non rivelargli informazioni personali fino a quando non sei assolutamente sicuro di lui. Si tratta di norme di comune buon senso, certo, che però vale sempre la pena ricordare perché, si sa, la prudenza non è mai troppa.

A cura di Marina Roveda

Autore di “Le Regole dell’Amicizia”