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Mantenere la produttività nei periodi di crisi

Aziende

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159Ho partecipato, in questi giorni, ad un Forum di discussione tra specialisti di Risorse Umane, registrati sul sito della Video; il Forum è stato aperto da Fabrizio Cotza con un intervento intitolato “Creatori e Dissipatori di valore”.

Le osservazioni di Fabrizio partivano dalla constatazione che, anche in un periodo di crisi così profondo come l’attuale, esistono aziende che, pur appartenendo a settori in sofferenza, continuano a fornire risultati positivi. Riporto per intero i concetti espressi da Fabrizio, a cui non voglio togliere la paternità di questa interessante teoria:
“ C’è la crisi, e questo è fin troppo evidente. Eppure a parità di mercato, settore merceologico e zona geografica si riscontrano sempre più frequentemente due opposte categorie: molti stanno andando male e alcuni stanno andando meglio di prima.

Il dato è talmente evidente e interessante che è stato oggetto di studi per comprendere quali fossero i fattori che portano a questa apparentemente inspiegabile diversità di risultati.
La prima, e più significativa differenza, si è scoperto che non era data dai prodotti o dai servizi offerti, bensì dalla “qualità” delle persone che lavoravano all’interno della struttura.


Solitamente in un luogo di lavoro troviamo due diverse tipologie di persone: i creatori di valore e i dissipatori di valore. I creatori di valore sono sostanzialmente tutti coloro che fanno percepire al cliente una sorta di valore aggiunto, in termini di “esperienze emozionale”. I dissipatori, al contrario, sminuiscono o tolgono valore a causa di atteggiamenti negativi o indisponenti.

I creatori di valore hanno caratteristiche ben definite: sono generalmente allegri e sorridenti, con un approccio positivo alla vita e al lavoro. Se c’è un problema sono abili a trovare spontaneamente una soluzione e comunque non drammatizzano la situazione. Sono persone molto attente ai particolari, affidabili, responsabili. Non c’è bisogno di correggerle continuamente perché tendono ad auto-correggersi o a non fare più lo stesso errore. Sono persone generose ed altruiste, che aiutano i colleghi in difficoltà e si prodigano per il bene del gruppo e non solo per il loro interesse particolare. Con i clienti riescono ad instaurare un rapporto di grande affinità. Hanno la capacità di fare quei piccoli gesti o di avere quelle piccole attenzioni che fanno sentire importanti le altre persone, gratificandone più che altro l’aspetto psicologico.

Al contrario chi è il dissipatore di valore? E’ quello sempre imbronciato, poco portato al sorriso, perennemente con problemi di natura personale, pessimista per natura e piuttosto negativo su tutto!
E’ quello che bisogna riprendere costantemente, a cui non va mai bene nulla, che si lamenta di tutto e di tutti ma che raramente si mette a sua volta in discussione.

Tende a fare le cose a metà o comunque senza attenzione ai particolari. I clienti hanno la percezione di sentirsi “dei pesi” ed i colleghi evitano di chiedere la loro collaborazione perché già sanno che la risposta sarebbe una smorfia o una lamentela.

Mi pare ovvio che per entrambi i casi stiamo descrivendo degli estremi, raramente riconducibili alla realtà, ma serve per dare l’idea della diversità tra le due tipologie di persone.


Avere nel proprio staff creatori di valore piuttosto che dissipatori è il primo dei fattori che distingue le aziende che stanno andando bene da quelle che invece stanno soffrendo. Perché i prodotti ormai si trovano ovunque, mentre le persone gentili e disponibili sono una rarità e sempre più faranno la differenza.”

Il mio contributo alla discussione è stato quello di far notare a Fabrizio che queste differenze non possono essere considerate casuali  ma presuppongono un sinergismo tra due fattori; da un lato l’esistenza di imprenditori capaci di creare delle organizzazioni motivanti e dall’altro gruppi di dipendenti che rispondono a quelle politiche, adottando comportamenti che creano valore.
Ho chiarito sul mio Ebook “ Capi non si nasce “ cosa si deve intendere per organizzazione motivante: un’organizzazione motivante è quella che, nel rispetto di rigorosi e solidi obiettivi di business, riesce a mettere in atto politiche retributive che riconoscano ruoli e meriti dei dipendenti, processi di sviluppo che favoriscano la crescita professionale e processi di gestione delle prestazioni, basati sulla leadership autorevole.

Le dinamiche economiche che hanno caratterizzato la gestione delle imprese in questi anni, gli effetti della globalizzazione e di scelte politiche a livello nazionale, hanno provocato, purtroppo, delle distorsioni nei rapporti tra datori e prestatori di lavoro; la così detta riforma Biagi, contrariamente a quanto si auspicava, ha avuto e sta avendo delle applicazioni puramente economiche e non di modernizzazione della contrattualistica del lavoro.

Si sta assistendo, dagli inizi degli anni 2000, ad un crescendo di comportamenti che fanno intuire l’esistenza di un’imprenditoria esclusivamente concentrata sulla riduzione del costo del lavoro; questi imprenditori non considerano la risorsa umana come un fattore di vantaggio competitivo e, pertanto, non sono in grado di creare i presupposti, per poter pretendere da essa  prestazioni che siano nelle aspettative aziendali.
Ecco spiegato il perché quelle aziende che, per contro, hanno saputo sviluppare nei dipendenti comportamenti creativi, riescono ad avere risultati positivi anche in periodi di crisi; la risorsa umana è il loro grande vantaggio competitivo.

A Cura di Pier Paolo Sposato,
Autore di “Capi non si Nasce”

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Giacomo Bruno

Giacomo Bruno, nato a Roma, classe 1977, ingegnere elettronico, è stato nominato dalla stampa "il papà degli ebook" per aver portato gli ebook in Italia nel 2002 con la Bruno Editore, 9 anni prima di Amazon e degli altri editori. È Autore di 37 Bestseller sulla crescita personale e Editore di oltre 1.300 libri sui temi dello sviluppo personale e professionale, che hanno aiutato oltre 3.000.000 di italiani. Bruno Editore è l'unico editore in Italia che garantisce contrattualmente l'arrivo del libro al Bestseller Amazon, e ha portato in Italia la versione ebook di autori internazionali come Tony Robbins, Jack Canfield, John Gray e Ivan Misner. È considerato il più esperto di Intelligenza Artificiale applicata all'Editoria ed è stato nominato "l'editore n.1 al mondo per produzione di libri" grazie alla startup ViviBook, la prima AI al mondo che crea libri di narrativa con 1 click. È seguito dalle TV, dai TG e dalla stampa nazionale. Aiuta Imprenditori e Professionisti a costruire il proprio Personal Brand per aumentare Autorevolezza, Visibilità e Fatturato scrivendo un Libro con la propria Storia Professionale. Info su: https://www.brunoeditore.it

11 commenti

  1. il Trait d’union è sempre il rapporto datore di lavoro – dipendente…. se il rapporto fosse compromesso in un momento sfavorevole come quello della crisi porta ad un solo punto : la cassintegrazione . Lo so sempra fantaeconomia ma è cosi’ …. Bravo Pier Paolo ottimo articolo .

  2. Condivido pienamente quanto affermato da Pier Paolo Sposato sull’importanza delle persone nelle organizzazioni. Esse sono la risorsa più importante di un’azienda. Ma sono le persone giuste che fanno veramente la differenza e che creano valore. Purtroppo, come dice Pier Paolo Sposato, oggi, ci sono delle realtà in cui l’obietivo principale è diminuire i costi e questo viene fatto senza nessuna strategia, senza tener conto che i costi possono essre ridotti in altri modi, con altri interventi. Esempio recuperare le perdite. E’ chiaro che in una simile realtà le persone non saranno mai veramente motivate a fare la differenza. Viceversa, le organizzazioni che hanno incluso nella loro strategia di sviluppo la gestione delle risorse umane e hanno messo in atto le azioni necessarie per motivare le persone, hanno un vantaggio competitivo nei confronti dei loro concorrenti. Di conseguenza il loro business cresce anche in una situazione di mercato negativa.

  3. Condivido pienamente il contenuto dell’articolo, relativo ad un fattore, la creazione di valore, con un impatto fondamentale anche sul vantaggio competitivo d’impresa.

    La creazione o dissipazione di valore costituisce un processo, implicante i diversi settori aziendali, che è stato rivalutato anche dalle più moderne teorie sulla determinazione del valore d’impresain termini anche economico-finanziari.

    In altri termini, il valore non è solo un concetto generico ed onnicomprensivo, ma può essere concretamente determinato da anche da un punto di vista contabile.
    In tal senso, una delle principali formulazioni fa riferimento al margine operativo lordo, o EBITDA (secondo la terminologia anglosassone), da cui dev’essere sottratto il cosiddetto WACC, o costo medio ponderato del capitale.
    Al di là dele formulazioni finanziarie, occorre però chiedersi cosa porti, in un’impresa con margine positivo, alla creazione di valore aziendale, e simmetricamente cosa porti, in altre, ala sua distruzione.

    Indubbiamente sono vari i fattori che possono essere rilevanti , a tale riguardo.

    Ad integrazione di quanto indicato nel’articolo, su cui concordo pienamente, devo dire che, purtroppo, è talora anche una certa forma di imprenditoria italiana a non credere nella propria impresa.

    Cosa fanno diversi imprenditori?

    Invece di credere nella propria azienda, la considerano solo un’occasione da sfruttar, finchè non vada a rotoli.
    Non è un caso che, nell’ambito di alcune curatele fallimentari, il curatore che ispeziona i conti trova anche casi in cui l’mprenditore stesso ha sottratto denaro alla priopria azienda, o l’ha gestita in modo assolutamente dissennato, così da portarla alla bancarotta.

    Di qui, ovviamente, il conseguente procedimento penale per bancarotta semplice o fraudolenta.
    Tanzi, tanto per “non far nomi”, docet.

    Da tutto ciò si può trarre l’utile insegnamento che l’imprenditore dev’essere il primo a credere nella propria impresa.
    Diversamente, sarà ben difficile riuscire ad impostare un’organizzazione in grado di creare vero valore aziendale, e le disfunzioni continueranno a ripetersi, anche perchè i cosiddetti distruttori di valore non avranno alcun reale stimolo a cambiaae, in presenza di un’imprenditoria di un certo tipo.

    E’ infatti del tutto evidente che i dipendenti non avranno, in tal caso, un esempio positivo da seguire, ma solo un disvalore, che certo non aiuterà il necessario cambiamento.

  4. Bell’articolo Pier Paolo, lo condivo in pieno. La responsabilità naturalmente ricade sempre sull’imprenditore, guai a trovare giustificazioni.

    La realtà a volte è un po diversa. Vi siete mai chiesto, cosa deve fare un imprenditore quando, a fronte della velocissima globalizzazione, si è trovato istantaneamente a combattere una guerra dei prezzi impari.

    Come si può competere con paesi in via di sviluppo ove non esistono regole, certificazioni ed un prezzo della manodopera irrisorio? Non sono un protezionista dei mercati ma forse la globalizzazione ha colto tutti di sorpresa e troppo in fretta. Forse andava gestita più gradatamente.

    L’imprenditore a quel punto non può più tornare indietro, è costretto ad andare avanti accettando ordini ad un prezzo ribassato anche ed oltre il 20% con tutte le conseguenze che ne derivano, utilizzo di strumenti in maniera distorta con conseguente malumore dei dipendenti e demotivazione del titolare stesso. Premetto che ogni azienda ha la sua storia ed a farne soprattutto le spese sono state le piccole e medie imprese. Quelle che subiscono il mercato, salvo qualche eccezione.

    Voi cosa avreste fatto? L’alternativa era la chiusura immediata.

  5. PEr Dino:
    c’è situazione e situazione, e certo non tutto è spiegabile in termini di globlizzazione.
    Se l’imprenditore sottrae indebitamente denaro alla propria azienda, certo questo non riguarda la globalizzazione.
    E se all’estero la mano d’opera costa meno, ci sono anche quegli imprenditori che, partendo dalla domanda di mercato interna al loro paese, e da soddisfare in loco, tra cui l’Italia, hanno saputo costruire utili accordi e joint venture con le realtà imprenditoriali di quei paesi.

    Il tutto, senza peraltro dimenticarsi che spesso, più che il prezzo come tale, la vera differenza competitiva, in termini di posizionamento su un mercato, la fa il rapporto qualità /prezzo, sopratutto se si tratta di mercati dei paesi occidedentali.

    Quaasi sempre, con le opportune strategie di posizionamento, si è riusciti ad abbattere quella concorrenza, che faceva leva solo sul fattore prezzo.

    Faccio un esempio (senza far nomi) da un minicorso di prossima pubblicazione su questo blog.
    Gli antifurto costano tutti uguali?
    No.

    Ma il cliente desidera un antifurto, che solo lui può disattivare, o un sistema che ogni tanto, quando gli gira”, si disattiva da solo, così da non essere mai sicuri di trovarlo funzionante al proprio rientro?

  6. Complimenti per l’analisi che ha fatto, io nei dissipatori di valori ci metterei anche i politici di oggi, scusi se devio dall’argomento, ma perchè non manda qualche copia del suo e-book “Capi si nasce” a quella spiecie di amalgama informe che è la nostra classe politca attuale?

    PS. di ogni colore o partito, tanto non si distinguono.

  7. Per Gian Piero:
    giusta la tua osservazione ma non dimentichiamoci della stragrande maggioranza delle aziende che operano nel B2B, queste non hanno nessuna possibilità di riposizionamento. Subiscono solo il mercato.

    Cosa farebbe la Fiat senza il suo indotto che produce componenti su commissione? Non ci sono solo aziende che commercializzano i propri prodotti.

  8. Il mio intervento di sopra si riferisce sia ad imprese che si rivolgono al cosiddetto “largo consumo”, cioè al cliente finale, sia al cosiddetto settore del B2B, cioè aziende che vendono ad altre aziende, non escluso il settore automotive.

    Anche in tale ambito, ci sono imprese ed imprese…..

    In altri termini, quel che posso dire è che sono state studiate, in collaborazione con team di esperti e di consulenti, varie strategie, in questo ambito, che hanno consentito a certe imprese di certi settori, qualcosa di molto differente, rispetto alla rappresentazione che ne danno i mass-media, dall’ESTERNO, ed in chiave negativa.

    La conseguenza principale di queste iniziative è sopratutto il fatto di ottenere un vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza, ma non solo.
    In altri termini, spesso capita che con la pubblicazione dei conti trimestrali diverse aziende stupiscano le aspettaative (negative) degli analisti, e questo perchè, ovviamente, in quella guerra contro la concorrenza, che è il marketing, la cosa migliore da fare è realizzare, IN SEGRETEZZA, determinate strategie, e poi stupire, ma A COSE GIA’ FATTE.

    Da quanto precede, si comprende, peraltro, gli ovvi obblighi di riservatezza, non solo generici, o professionali, ma sopratutto ed in primo luogo legali, che riguardano coloro che sono a conoscenza di certe strategie, anche eventualmente per aver partecipato alla loro elaborazione.

    Sarebbe bello poter sempre comunicare tutto quel che si sa, ma non sempre è possibile, proprio per i motivi dianzi richiamati, con la comminatoria di varie sanzioni legali, in caso d’inadempienza.

    Ma non solo nel setotre dianzi indicato questo è possibile.
    Per fare un esempio, possiamo riferirci anche al recente rialzo, un po’ a sopresa, per molti, delle borse nella scorsa settimana.
    Ebbene, a prescindere da valutazioni di analisi tecnica,il catalizzatore di questo rialzo è stata la soprpresa in positivo, guarda caso, dei conti di una società, che invece, secondo gli analisti…..

    Da dove derivano queste sorprese?

    Appunto, dal fatto di predisporre ed implementare iniziative A SOPRPRESA, che poi il mercato conosce solo a posteriori.

    Del resto, avevo già anticipato simili fattori qualche tempo fa, ed ora le cose, appunto, stanno venendo alla luce……

  9. Dimenticavo:
    alcune tra le stretegie, cui ho fatto cenno nel mio commento di sopra, sono appunto finalizzate anche ad evitare, per imprese del settore B2B, di subire passivamente il mercato.

    Ovvia, peraltro, la riservatezza sui relativi contenuti, vista anche la rilevanza strategica di queste ultime in termini di vantaggio competitivo rispetto a realtà imprenditoriali concorrenti.

  10. Aggiungo un dato, di cui proprio oggi ho avuto conferma.

    In settori pure considerati in situazione critica, alcune imprese hanno in questo periodo incrementato i loro investimenti.
    Penso, quindi, che se la loro prospettiva fosse solo quella di subire il mercato, invece che di agire in modo attivo, certo non lo avrebbero fatto.

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