responsabilità

Come assumersi responsabilità e affrontare i rischi in modo assertivo

Martedì, Giugno 8th, 2010

Bruna FerrareseSbagliare non è altro che ottenere risultati insoddisfacenti. Perciò non esistono sbagli, soltanto risultati”. Lo dice John Evans Jones nel suo libro “Powerfax Personal Development System”.

A mio parere, questo sintetizza in modo molto efficace il principio che ispira una persona che utilizza lo stile assertivo quando si trova di fronte alla necessità di scegliere ed è consapevole dell’implicita assunzione di una conseguenza negativa.

Scegliere, infatti, rappresenta un rischio ma assumersi la responsabilità delle proprie scelte significa prendere in mano le proprie sorti evitando di attribuire continuamente a eventi esterni – la fortuna, gli amici influenti, le coincidenze – l’esito della propria vita.

Solo prendendo iniziative le persone possono risolvere i loro problemi, dare risposta alle loro aspettative, costruirsi uno stile di vita più soddisfacente.

Al contrario, l’eccessiva cautela diventa l’alibi della persona insicura che ragiona da “io non sono Ok-tu sei Ok” e che, in questo modo, non procede e preferisce permanere anche in una condizione spiacevole pur di non affrontare niente di nuovo e ignoto. “Le promozioni vanno solo ai miei colleghi, nessuno vede le mie qualità”, afferma il collega scontento… ma ha mai chiesto un colloquio al suo capo per parlare della situazione ed avanzare le sue richieste?

Elaborare un piano, prendere una decisione, richiamare all’ordine, affermare le proprie opinioni e diritti, assegnare incarichi: tutte queste situazioni contengono il rischio di non ottenere l’esito positivo sperato, ovvero di generare “risultati insoddisfacenti” ma pur sempre risultati. Ad esempio, avanzare richieste è una delle situazioni più ricorrenti nella quale occorre assumersi la responsabilità di agire e di gestire il possibile rifiuto dell’interlocutore.

In questi casi, la persona assertiva sa chiedere in modo diretto e non “per allusioni”, esplicitando in modo chiaro le sue aspettative e desideri circostanziando in termini esatti la richiesta. Il linguaggio utilizzato sarà molto concreto, conterrà numeri (quantità, frequenze, date, orari, tempi, metri …) e il tono sarà tranquillo ma fermo.

Una voce incerta, una postura contratta, lo sguardo basso dimostreranno al vostro interlocutore che non siete sicuri di “meritare” quanto state chiedendo (io non sono Ok, tu sei Ok). Al contrario un atteggiamento aggressivo espresso con tono di voce imperativo ed una postura minacciante (io sono Ok, tu non sei Ok) porterà inevitabilmente il colloquio sul piano del conflitto io vinco-tu perdi innescando una reazione di rigida difesa da parte dell’interlocutore.

Preparate i termini della vostra richiesta, immaginate cosa fare nel caso vi venga opposto un primo rifiuto, elaborate una richiesta alternativa che vi permetta di negoziare. Naturalmente non sarà sempre possibile ottenere ciò che si desidera ma l’importante è affrontare la situazione in modo corretto, convinti di aver fatto tutto il possibile.

La persona assertiva sa che l’aspetto più frustrante è assistere impotenti all’evolversi delle situazioni senza esserne protagonisti ed è cosciente che, in ogni caso, far conoscere le proprie necessità contribuisce a ridurre insoddisfazione e stress.

A cura di Bruna Ferrarese
Autrice di Comunicazione Assertiva

Come essere flessibili con il proprio comportamento e modificarlo fino al raggiungimento dell’obiettivo.

Lunedì, Febbraio 1st, 2010

Oggi trattiamo il punto d) della “Buona formazione degli obiettivi” della guida “Creare oggetti di design” dove prendo in considerazione l’ “Essere flessibili con il proprio comportamento e modificarlo fino al raggiungimento dell’obiettivo”

Trattiamo i 6 punti che compongono questo tema:

1) Essere consapevoli dell’errore: Significa avere individuato che si è verificata una situazione critica che non ha funzionato; individuare le possibili cause, conoscere gli attori della “scena” e metterli a conoscenza dell’errore che si tenterà di correggere, condividendo i metodi che si adotteranno.

2) Decidere chi ha la responsabilità dell’errore: Comunicare in modo scorretto un errore, da chi non lo sa fare, lede l’autostima e attiva meccanismi vendicativi. Un individuo accusato ingiustamente come prima azione inizia a rubare risme di carta, poi cancelleria, soldi, rivela segreti aziendali, distrugge documenti.

Se stai lavorando in proprio con o senza soci sei sicuro che l’errore l’hai commesso tu. Se hai la sensazione che l’abbia commesso un altro valuta sempre se la responsabilità iniziale è comunque tua, anche se lontana nel tempo.

La cosa più difficile nell’individuare un errore, oltre a quella di stabilire connessioni di causa-effetto, è accettare che la causa possa essere molto antica.

“I ragazzi di oggi non hanno valori!” Difficile che abbiano valori se non glieli abbiamo trasmessi noi in una società piena di ingiustizie che loro, proprio perché senza esperienza, non sanno ancora gestire.

3) Individuare i fattori che hanno causato l’errore. Gli errori possono essere causati da:

mancanza di competenze specifiche rispetto al compito;

mancanza di comunicazione tra individui di un team;

anomalie comportamentali degli individui;

mancanza di obiettivi;

mancanza di risorse;

assenza di integrità di chi dirige e non che genera ingiustizie, azioni poco etiche, confusione, ansia, depressione.

4) Pianificazione della correzione dell’errore con strumenti adatti: Ogni errore commesso necessità di strumenti dedicati gestiti da professionisti. Una “bella sgridata” non risolve mai la situazione.

Possiamo distinguere gli errori di chi comanda e di chi esegue. Errori di competenze da entrambe le parti, andranno risolti con formazione così come gli errori relativi alla comunicazione. Errori relativi a obiettivi e risorse dovranno essere risolti a monte da chi dirige. Errori per mancanza d’integrità/etica riguarderanno il singolo individuo che, una volta che gli venga comunicato l’errore, potrà scegliere di prendersene la responsabilità e di correggerlo.

5) Definizione del nuovo obiettivo: per terminare il processo di eliminazione dell’errore e per dare nuova energia al team è necessario definire un obiettivo condiviso insieme alla programmazione delle risorse, sia umane che economiche, con un’attenta definizione dei compiti e delle responsabilità.

6) Accettare di pagare un prezzo adeguato sia economico che psicologico per l’errore commesso: ogni errore ha un prezzo che può essere di tipo: economico (una sanzione), lavorativo (retrocessi dalla posizione, licenziamento), interpersonale (venire abbandonati da un collega, da un amico, dal partner, dai figli, dalla società). Ogni errore però merita che qualcuno si occupi di aiutare chi l’ha commesso. L’isolamento è il peggiore dei rimedi: genera disadattati e ha conseguenze “boomerang” anche verso chi ha isolato l’individuo che sbaglia. Chi accetta di pagare il giusto prezzo per l’errore commesso si risolleva.

Lasciatemi infine raccontare una breve storia.

Camminando per la strada con un mio amico incontrammo un barbone ubriaco che faceva l’elemosina. Il mio amico gli diede dieci euro con un’affettuosa pacca sulla spalla e sorridendogli. Un po’ sorpresi ma contenti, sia io che il barbone. Gli domandai il motivo di quel gesto. Mi rispose: “Vedi io per ora non posso fare altro che dargli dei soldi, però so che quel barbone è una scheggia impazzita che noi, che crediamo di essere dalla parte giusta, abbiamo scagliato nell’universo a causa dei nostri errori e quindi ne siamo responsabili”.

Un errore ha tante facce e spesso, anche se ce l’abbiamo di fronte, non lo riconosciamo.

Buon lavoro a tutti!

A cura di Francesco Filippi

Autore di “Creare Oggetti di Design”

Come osservare il risultato delle proprie azioni: Cosa funziona/ cosa non funziona. (Articolo 4)

Venerdì, Ottobre 30th, 2009

Eccoci arrivati al quarto articolo della guida “Creare oggetti di design” in cui prendo in considerazione il punto c) della “Buona formazione degli obiettivi”. L’argomento è l’osservazione del risultato delle proprie azioni nel conseguimento di un obiettivo, cercando di individuare cosa funziona e cosa non funziona.
Ricordiamone i quattro punti:

a) Conoscere il proprio obiettivo; (Articolo 2)

b) Avere un piano/strategia per raggiungerlo; (Articolo 3)

c) Osservare il risultato delle proprie azioni - cosa
funziona/cosa non funziona; (Articolo di oggi)

d) Essere flessibili con il proprio comportamento e
modificarlo fino al raggiungimento dell’obiettivo.

Può sembrare scontato capire se un’azione ha funzionato o non: “Basta guardare il risultato!”, si potrebbe dire. Non è altrettanto facile capire quali, tra i parametri operativi scelti, hanno creato il risultato positivo e quali quello negativo o addirittura, capita ancora, che solo un certo mix di parametri da risultati mentre presi singolarmente non producono nessun risultato

Per chiarire questo argomento distinguiamo tra due grandi categorie di risultati:
1) risultati che dipendono dalle conoscenze tecniche/ operative;
2) risultati che dipendono dal comportamento dell’individuo.

Se parliamo di mettersi in proprio ci sarà l’imprenditore e gli eventuali soci che dovranno sorvegliare cosa funziona e cosa non.

E’ importante sottolineare che se sei in un’azienda, normalmente, è il responsabile del personale e, subito dopo, il responsabile della tua posizione che ti valuta suggerendoti cosa e come imparare, come gestire i nuovi incarichi e ti aiuta capire a che punto sei della tua preparazione, sia tecnica che comportamentale. Qui invece ci sei solo tu e la tua energia imprenditoriale. Le iniziative sono prese esclusivamente da te e dai soci, così come il giudizio che dai alle tue azioni.

a) Risultati che dipendono da conoscenze tecniche/ operative.
Se si è preparati tecnicamente lo si sa a priori con o senza laurea o esperienza sul campo. Per ovviare alla preparazione tecnica/ operativa bisogna ricorrere a un professionista, sia per il conto economico, che per il marketing, logistica, design, grafica e così via. Infine studiare accuratamente se si vogliono apprendere competenze diverse dalla propria.

b) Risultati che dipendono dal comportamento dell’individuo.
Questo punto è molto delicato da trattare perché riguarda la sfera personale e quello che ciascuno crede di sé stesso.
A questo proposito emergono subito due considerazioni importanti:

1) Decidere di essere responsabili al 100% per tutto ciò che accade.

2) Chiedersi cosa si può fare per correggere i propri errori.

Decidere di essere responsabili – A volte si crede che il fallimento sia responsabilità di altri; che in alcuni casi risieda nella sfortuna o nel caso ma sia sempre in minima parte propria.

E’ vero che le azioni degli altri possono modificare un risultato, noi non siamo certo onnipotenti, ma solo se si decide di prendersi la responsabilità del fallimento anche totale, pur virtualmente, allora si riesce a correggere un risultato verso il successo a patto che si decida di operare nel proprio dominio.

Osservate le trasmissioni in cui intervengono i politici: spesso gli atteggiamenti più utilizzati sono: screditare l’avversario, negargli i successi ottenuti, addebitargli i fallimenti dei governi passati, interpretazione discordante dei dati in loro possesso spesso opposti, offendere la persona.
Osserviamo in una sola trasmissione un campionario significativo dell’incapacità di essere responsabili e di non riuscire a capire cosa ha funzionato e cosa non, in modo da correggere i propri errori verso un interesse collettivo.
Chi osserva tali fenomeni a sua volta li critica disgustato, senza essere consapevole che anche lui ha avuto la responsabilità di delegare, a chi non conosceva, il compito di rappresentarlo, senza informarsi, senza partecipare, senza capire e di non averlo “delegittimato” al momento giusto.

La responsabilità personale e i domini in cui si opera, sono gli ingredienti forse più importanti della vita di una persona e nella società; fallimenti aziendali, fine di amicizie, separazioni tra partner, incomprensioni con i figli, litigiosità tra politici, tra Nazioni, fino alle guerre, dipendono sempre dalla mancata presa di responsabilità di entrambe le parti e dal dominio in cui ciascuno ha cercato di operare: definendo come dominio uno spazio personale sul cui confine, estendere la propria libertà verso l’esterno significa limitare la libertà dell’altro.

Responsabilità e domini sono temi trasversali alla vita dell’individuo e della società, molto vasti e complessi che cercherò di affrontare in un prossimo articolo insieme a quello di come correggere i propri errori attraverso strumenti specifici.

Attendo i vostri commenti, e buon lavoro a tutti!

A Cura di Francesco Filippi
Autore di Creare Oggetti di Design

Personal Coach: il concetto di responsabilità condivisa

Martedì, Dicembre 23rd, 2008

GIACOMO BRUNOCiao ragazzi, tutte le specializzazioni del coaching hanno come scopo comune il raggiungimento di qualche obiettivo in un settore della vita, ma perché ciò sia possibile la prima cosa di cui dovrai parlare ai tuoi clienti è il concetto di responsabilità.

La prima cosa da fare è chiarire sin da subito il proprio ruolo e le rispettive responsabilità dicendo: «Io sono l’allenatore e ti fornirò tutte le strategie migliori che conosco, integrate con la PNL; ti darò motivazione e tutto quello di cui hai bisogno, ti aiuterò a estrarre tutte le tue risorse. Però starà a te, come giocatore, scendere in campo e segnare il tuo goal

Coach 360

Coach 360

Questo che vuol dire? Che la responsabilità della buona riuscita del coaching è condivisa tra coach e cliente; non è il coach che fornisce una soluzione, che ti dice cosa fare. Il coach non fornisce soluzioni né dà consigli perché altrimenti sarebbe un consulente; invece aiuta il cliente a estrarre risorse già in suo possesso, facendo domande; queste, come vedrai, sono uno strumento importantissimo.

Questa è la sua responsabilità, mentre quella del cliente sarà di mettere in pratica le strategie indicate dal coach e segnare il suo goal.

Anthony Robbins

Anthony Robbins

Anthony Robbins che è un grandissimo formatore e uno dei coach più famosi a livello internazionale afferma che all’inizio della sua carriera seguiva la PNL nel dettaglio; aveva frequentato dei corsi tenuti dai due fondatori, Richard Bandler e John Grinder, e aveva cominciato a utilizzare la PNL nelle sue sessioni di coaching e nei suoi corsi.

Un giorno, però, proprio alla fine di un corso, arrivò un cliente che un paio di anni prima, a seguito di una sessione di coaching finalizzata a interrompere la dipendenza dal fumo, era effettivamente riuscito a smettere di fumare; in più c’è dà dire che era bastata una sola sessione di mezz’ora per raggiungere l’obiettivo. Malgrado ciò, quella persona giunse da Robbins e gli disse: «Anthony Robbins, tu hai fallito!» e con stupore di Robbins, seguitò: «Ricordi? Abbiamo fatto una sessione per smettere di fumare. Io ho smesso, però adesso ho ricominciato.»

Robbins, che voleva capire meglio come erano andate le cose, chiese: «Sì, ma quanto tempo è passato dal momento in cui hai smesso a quello in cui hai ricominciato?» E il cliente: «Sono stato due anni senza fumare; fumavo cento sigarette al giorno, tu mi hai aiutato a smettere, però adesso ho ricominciato. Ciò dimostra che hai fallito.»

E Robbins, che certo non è uno sprovveduto, sentendosi dare del “fallito” replicò: «No, aspetta un momento. Mi stai dicendo che fumavi cento sigarette al giorno, che grazie a me hai smesso di fumare per due anni, che solo ora hai ricominciato e IO avrei fallito?» «Sì», rispose il cliente, «hai fallito perché mi hai programmato male!»

Robbins capì, grazie a questa esperienza, che la metafora usata nella denominazione “Programmazione Neuro-Linguistica” poteva portare a fraintendimenti; l’utilizzo del termine “programmazione” era stato infatti deciso da Richard Bandler, appassionato di informatica, per paragonare il cervello umano a un computer. Con ciò voleva intendere che le abitudini, gli schemi che regolano i nostri comportamenti sono ripetitivi, cioè agiamo come se stessimo seguendo un programma, un software.

Quindi Robbins si rese conto che chi non conosceva il vero significato del termine “programmazione” poteva facilmente equivocare e pensare: «È il coach che mi programma ad abbandonare un’abitudine o a curare una fobia; io sto lì e aspetto che lui agisca», quasi che il coach dovesse compiere una sorta di magia. Questo è l’inconveniente cui si va incontro se non si capisce cos’è la PNL.

Per cui Robbins, sia per questo motivo sia per ragioni di marketing, cambiò il nome della PNL in NAC, Neuro-Associative Conditioning ovvero Condizionamento Neuro-Associativo. Se il cliente ha delle associazioni a livello neurologico per cui reagisce all’ansia fumando la sigaretta, il coach deve solo cambiare, rompere questa connessione neurologica e insegnare al cliente a condizionarsi nel tempo per mantenere il risultato raggiunto. Il coach fa la sessione di coaching, ma poi è il cliente che deve continuare e raggiungere il suo obiettivo.

Dietro questo aneddoto c’è, quindi, il senso di responsabilità e di condivisione tra coach e cliente, un concetto fondamentale. Il coach non “programma” ma fornisce gli strumenti che il cliente dovrà applicare con responsabilità per raggiungere i suoi obiettivi, guidato dai suoi valori.

E voi che ne pensate del concetto di Responsabilità nel coaching?
Rispondete nei commenti!

A cura di Giacomo Bruno
Autore di Coach 360