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Quanto spendi se vai male a scuola?

Autostima

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Hai già provato a calcolare quanto ti costa andare male a scuola? In realtà, non è molto semplice; ci sono, infatti, dei costi evidenti, mentre altri sono più difficili da immaginare.

Cominciamo da quelli evidenti: un anno in più di scuola significa riacquistare libri, non tutti, probabilmente, anche se la cosa si complica ed i costi aumentano se si pensa di cambiare indirizzo; c’è un anno in più di tasse da pagare, e queste, come si sa, crescono in proporzione all’anno di corso. Per un anno in più, tutte le spese accessorie, dalle gite scolastiche alle visite obbligatorie ai musei ed ai centri di cultura, per non parlare delle uscite del sabato sera o della palestra, sono a carico dei genitori; quando un giovane lavora, con il suo stipendio provvede ai propri bisogni, mentre fino a che va a scuola è la famiglia che deve pensare a tutto o quasi.

Questi sono i costi semplici. Ma poi bisogna considerare ciò che può costare il non essere al posto giusto al momento giusto, mentre il compagno che non ha perso l’anno di scuola è già in grado di ottenere un posto soddisfacente che noi non possiamo ancora avere perché ci manca il diploma.
Naturalmente, lavorare un anno più tardi comporta un rallentamento generale in vista della pensione e uno svantaggio costante nei confronti di coloro che fanno le cose a tempo debito.

Andare bene a scuola non è difficilissimo; certo, si tratta di un atto della volontà.
Dopo le vacanze di Pasqua ci sono ancora circa quaranta giorni di scuola. Se da una parte sembrano pochi, dall’altra lasciano ancora spazio, a chi vuole, di mettersi in pari con il lavoro e di recuperare le lacune. Nel mio e-book “Promossi” ci sono alcuni trucchi per organizzarsi al meglio e cavarsi d’impiccio anche se non si ha troppo tempo a disposizione: basta volerlo e darsi da fare.
Forse, dopo aver riflettuto sugli svantaggi a catena causati da una bocciatura, molti studenti ci ripenseranno e correranno ai ripari.
Me lo auguro di cuore per tutti voi!

A Cura di Anna Boggero Prin,
Autrice di “Promossi”

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Giacomo bruno autore

Giacomo Bruno

Giacomo Bruno, nato a Roma, classe 1977, ingegnere elettronico, è stato nominato dalla stampa "il papà degli ebook" per aver portato gli ebook in Italia nel 2002 con la Bruno Editore, 9 anni prima di Amazon e degli altri editori. È Autore di 37 Bestseller sulla crescita personale e Editore di oltre 1.300 libri sui temi dello sviluppo personale e professionale, che hanno aiutato oltre 3.000.000 di italiani. Bruno Editore è l'unico editore in Italia che garantisce contrattualmente l'arrivo del libro al Bestseller Amazon, e ha portato in Italia la versione ebook di autori internazionali come Tony Robbins, Jack Canfield, John Gray e Ivan Misner. È considerato il più esperto di Intelligenza Artificiale applicata all'Editoria ed è stato nominato "l'editore n.1 al mondo per produzione di libri" grazie alla startup ViviBook, la prima AI al mondo che crea libri di narrativa con 1 click. È seguito dalle TV, dai TG e dalla stampa nazionale. Aiuta Imprenditori e Professionisti a costruire il proprio Personal Brand per aumentare Autorevolezza, Visibilità e Fatturato scrivendo un Libro con la propria Storia Professionale. Info su: https://www.brunoeditore.it

8 commenti

  1. Andare malenegli studi, essere in ritardo sulla preparazione richiesta dai programmi, può certo avere ripercussioni sulla carriera studentesca, anche se non necessariamente questo si riflette anche in conseguenze negative di un certo rilievo sotto il profilo lavorativo e professionale.

    Non a caso, per molti la scuola ha rappresentato, e continua a rappresentare, un parcheggio sociale, in cui si rimane, anche perchè è tuttt’altro che automatico il passaggio al mondo del lavoro.

    Questo fenomeno, in primis sociale, non è peraltro dovuto solo alla situazione economica, poichè ben sappiamo c he è tipico anche di fasi non recessive.

    La realtà, inutile negarcelo, è che spesso la scuola italiana non prepara adeguatamente per il mondo del lavoro, e sopratutto oggi le aziende non hanno voglia e tempo di investire nella formazione dei futuri lavoratori.
    Richiedono, invece, persone già esperte, che sappiano affrontare determinate problematiche e risolverle.

    Proprio in questi ultimi tempi, ho avuto modo di parlare con un imprenditore, che m comunicava la necessità, per la sua azienda, di ricorrere a determinate professionalità ma, pur non avedo escluso a priori chi proveniva direttamente dalla scuola, non aveva trovato nessuno, in questo ambito, che fosse all’altezza della situazione.
    Ha quindi dovuto rivolgersi a persone già dotate di una certa preparazione professionale.

    E, del resto, non dimentichiamoci di tutte quelle aziende, che hanno saputo conseguire risultati superiori alle altre, rinunciando ai classici sistemi di assunzione, in gran parte basati sugli studi dei candidati, per preferire le specifiche abilità dei singoli, a prescindere, appunto, dai percorsi di studi.

    In tal senso, non a caso, è stata proposta anche l’abolizione legale del titolo di studio……..

  2. Sul fatto che il passaggio al mondo del lavoro non sia automatico siamo tutti d’accordo. Ma penso che siamo anche tutti d’accordo sul fatto che senza un’adeguata base culturale nessuno è in grado di prendere decisioni responsabili e consapevoli oppure di gestire la propria esistenza al ritmo dei cambiamenti sociali che sono costantemente in atto.

    La scuola, piaccia o no, con tutti i suoi limiti ed i suoi difetti, è ancora l’unico luogo dove questo può avvenire in modo globale e ben spaziato sui diversi ambiti del sapere, soprattutto nell’età della formazione dell’individuo come persona e come cittadino responsabile.

    Più avanti negli anni, se la base culturale è sufficientemente ampia, la persona è in grado di continuare ad imparare anche da sola, e quando parlo di “inmparare” non mi riferisco alle pure nozioni (necessarie in caso di aggiornamento professionale o quando si voglia apprndere altro, come una ulteriore lingua straniera o una materia mai affrontata prima o da approfondire), ma mi riferisco anche al know-how ed ai saperi accessori, alle competenze ed alle abilità.

    Non conosco la proposta di abolire il titolo di studio ma non lo ritengo giusto, perché questo significherebbe mettere sullo stesso piano coloro che hanno iniziato a lavorare immediatamente dopo la scuola dell’obbligo e coloro che quegli stessi anni li hanno passati a studiare a scapito dell’esperienza sul campo. In parole povere, per non sfruttare l’operaio si sfrutterebbe l’ingegnere…

    Invece io ho una proposta diversa: ritorniamo ad essere studenti seri in modo che fra qualche anno le ditte ricevano personale da vagliare di ottime capacità; quando un ragazzo va bene a scuola è libero di scegliere il corso di studi che maggiormente lo appassiona e, se avrà la fortuna di trovare lavoro nel suo campo specifico, sarà senz’altro un lavoratore valido sotto tutti i punti di vista.

    Uno studente mediocre non può scegliere, si taglia l’erba sotto i piedi da solo, è COSTRETTO a fare qualcosa che magari non gli va semplicemente perché non ha la preparazione necessaria a fare altro.

    Credetemi, e insistete con i vostri ragazzi perché studino bene e sempre; la preparazione professionale, l’opportunità in più passano anche dal verbo studiato a memoria o dalla regola matematica: è la mente che si allarga, è il cuore che vede più lontano; senza contare che il lavoro dello studente è, appunto, studiare: rispolveriamo un sano senso del dovere e lasciate che vi dica una cosa: dopo tanti anni di esperienza vi posso garantire che i ragazzi che avevano voglia di lavorare a scuola sono diventati dei bravi lavoratori in tuti i campi; sono ora dei bravi idraulici, dei bravi meccanici, dei bravi medici; quelli che non avevano voglia di lavorare a scuola non l’hanno avuta nemmeno dopo.

  3. Certo, la scuola può “allargare la mente”.

    Quanto al “successo nella vita”, ho conosciuto molte persone, alcune delle quali hanno avuto successo in campi, attinenti agli studi intrapresi, ma molte delle quali, invece….in campi che con gli studi avevano poco a che fare.

    In altri termini, non è così scontato il rapporto scuola-successo professionale.
    E’ il bello di conoscere esperienze di vita diverse.
    Tra queste c’è l’imprenditore che si è fatto da sè, e l’imprenditore che ha avuto successo ed ha studiato, ma ci sono anche le esperienze (di molti) che hanno fatto fior di studi…eppure quanto a realizzazione lavorativa….

    Da tali considerazioni (non le mie personali, ma studi statistici) è nato un diverso orientamento da parte di alcune imprese, in ordine a ricerca e selezione del personale, ma anche il disegno di legge sui titoli di studio, senza per altro dimenticare i progetti relativi alle modifiche degli ordini professionali.

    Nulla di rivoluzionario, peraltro, anche solo considerando quel che avviene al di là delle Alpi.

    Poi, questo non significa che la scuola non sia importante o non possa aiutare, ma non c’è una necessaria consequenzialità tra mondo della scuola e realtà del lavoro…..

  4. Cara Anna,
    quello che dici rispetto ai costi è vero ma solo in modo puramente teorico e relativo. Mi spiego meglio: per prima cosa si sta dando per scontato che il ragazzo promosso trovi sempre lavoro in modo prettamente consequenziale all’uscita della scuola. Cosa vera soltanto nel mondo dei balocchi e spesso è il contrario.

    Il ragazzo un po in ritardo in genere ha uno svantaggio temporale (diciamo di un anno o due se proprio è molto in ritardo), ma generalmente questo non comporta nella maggior parte dei casi uno svantaggio economico (specie al sud dove vivo io). Ad esempio se studiamo il mio caso con quelli dei miei conoscenti diretti, ci sono stati delle suddivisioni fra quelli che come me hanno effettuato il percorso di studi in tempo netto (senza mai perdere una anno fino al diploma) e altri che hanno impiegato uno o addirittura 2 anni in più. Bene, sembra strano, ma quasi tutti i ripetenti hanno in questo momento più successo economico di quelli “regolari”.

    La cosa può sembrare scioccante ma non lo è tanto in un mondo distorto come quello italiano (allargherei tranquillamente a tutta Europa). Intanto il ripetente prende coscienza prima degli altri che i posti di lavoro (da scrivania) sono appannaggio di pochi, quindi hanno meno pretese nel futuro e già ha 15 o 16 anni tendono a pianificare il proprio lavoro o glie lo pianificano i conoscenti. Chi va bene invece si illude di poter fare un grande balzo avanti diventando un professionista (magari un medico o un ingegnere) e comincia a buttarsi a capofitto sugli studi per poi rendersi conto dopo tre o quattro anni che sta sbagliando.

    I ripetenti, quando io e i miei “simili” si facevano il mazzo per preparare gli esami di stato, si erano recati nei diplomifici e spendendo meno di 5 milioni delle vecchie lire hanno comprato letteralmente un diploma con un voto tra l’altro più elevato (e spesso di tanto) di quelli che hanno studiato veramente. Sapendo che è difficile comprare anche la laurea, gli ex ripetenti hanno cercato immediatamente un lavoro, che grazie all’alto voto acquisito, non hanno faticato a trovare, ed in particolare uno di loro è entrato in una banca prestigiosa e oggi è manager della stessa.

    Mio fratello è laureato in medicina con il massimo dei voti, ha 40 anni, ma trova solo lavori saltuari (da medico) pagato più o meno quanto un metalmeccanico… I suoi colleghi di corso sono tra l’altro tutti nella stessa situazione. E’ andato a lavorare all’estero dove ha scoperto che anche i suoi colleghi stranieri avevano gli stessi problemi. Non è molto migliore la situazione per le altre lauree.

    Dopo tutta questa disamina che fa cascare le braccia a terra andiamo nel vero nocciolo della questione: Lo stipendio non aumenta in modo esponenziale insieme al titolo di studio e neanche in modo lineare, ma solamente in modo logaritmico. Un persona con la terza media in Italia guadagna dopo 10 anni di lavoro circa 1.000 € al mese (lavori generalmente manuali), contro i 1.100 € di un diplomato ed i 1.200 € scarsi di un laureato. Se poi consideriamo il costo degli studi, possiamo vedere che uno studente con circa 2/3 mila euro salta dalla terza media al diploma e quei 100 euro in più di stipendio gli permettono in circa 3 o 4 anni di riprendere le spese e poi di andare in attivo. Un laureato (quinquennale perché il triennale equivale a diploma) spende circa 60.000 € per diventarvi ed occorrono non meno di 20 anni per riprenderli, nonché incomincerà a guadagnare diversi anni dopo (in pratica a parte qualcuno che sfonda gli altri andranno sicuramente in passivo).

    Personalmente sono concorde con Anna sul fatto che impegnarsi di più a scuola faccia risparmiare denaro, ma non è scritto da nessuna parte che ciò si trasformerà in guadagni. Sono però convinto che la scuola non riesce a formare nessuno in questo paese (e neanche nel resto d’Europa) perché non si insegnano le basi principali della vita reale. Si fa filosofia, storia, matematica ecc, ma nessuno ne trae conclusioni pratiche: chi sa calcolare un ammortamento spesa/ricavo futuro degli studenti europei? (come quella fatta poc’anzi). Chi sa come inventarsi un lavoro e fare il cosiddetto problemi solving? Chi sa come si fonda un azienda come si pianifica un lavoro e si ripartisce la responsabilità in Europa? Chi sa delegare agli altri le mansioni e fare in modo che tutti ci guadagnino con il paradigma win/win? Ed infine ma non meno importante: chi si è mai preso la briga di insegnare agli studenti di oggi (nonché futura classe lavoratrice di domani) come funziona il mondo ed il capitalismo che ha sempre mandato avanti l’uomo lunga tutta la sua storia?

  5. Vedo che non riesco a spiegare bene ciò che io voglio dire: lo so benissimo che ci sono aree nel nostro paese in cui trovare lavoro è un’impresa da alieni e che in genere ciò che si fa a scuola non è necessariamente corrispondente a ciò che si farà nella vita; è vero anche il contrario: che tu, studente, fai le tue scelte in base al tuo sogno e alla necessità emotiva della tua crescita interiore. Ma il discorso che faccio io riguarda un altro tipo di costo che non vedo mai riconosciuto in questi commenti: non siste solo il fatto materiale, ma esiste, ben più fondante per la persona, il fatto culturale, di solito tenuto in conto zero in una prospettiva di vita basata sulla carriera e sull’avere più che sull’essere. Ma il centro del tuo essere non è qui, e te lo dico io che sono perfettamente inserita nel tessuto sociale ( e non potrebbe essere diverso, anche solo per la relazione annuale con una marea di famiglie, quest’anno 232!). Lo studio è la sola base di tutto: il resto, poi, verrà, in giustizia o in affanno, a seconda di come gli uomini pongono leggi e paletti allo sviluppo culturale della società in cui vivono.

  6. Condivido il discorso culturale di Anna relativo, se vogliamo, ad una corrispondenza tra interessi culturali del singolo, bisogni interiori, e scuola.
    Certo, su questo aspetto non ci sono dubbi, sopratutto se pensiamo a certi percorsi di studio.

    Pensiamo a chi studia musica classica, piuttosto che filosofia, o si dedica a studi storiografici.
    E’ certamemte la passione per quelle materie a motivarlo, e non l’aspettativa di consistenti ritorni economici.

    Ma l’articolo parlava di aspetti economici, come costo dei libri, tasse da pagare, costi accessori, posizione di chi ha già ottenuto un posto di lavoro, in quanto diplomato, insomma tutti aspetti economici, no?

    Ed è appunto su questi che si è incentrata l’aattenzione mia e dell’ottimo intervento di Patrizio.

    Peraltro, mi pare che commenti in una certa direzione siano molto utili, perchè contribuiscono a comunicare una visione realistica di certe problematiche e di aspetti sociali, che non sempre sono analizzati per quello che sono.

    Di qui, appunto, l’utilità di esperienze fatte in prima persona da parte di chi le racconta, peraltro credo molto utili per i diretti interessati.
    Questo lo dico con assoluta onestà intellettuale, ma rappresenta anche una problematica sociale di un certo rilievo.

    Purtroppo, e dico purtroppo, ho già visto troppe persone avere e creare problemi sul posto di lavoro, perchè nutrivano aspettative superiori alle possibilità reali, e non a caso in situazioni di questo tipo, si creano appunto problemi, legati principalmente, non a caso, ad una sostanziale demotivazione, ma anche problemi con i colleghi, con i superiori, e via dicendo.

    Volendo approfondire, poi, in chiave psicologica, l’argomento, non ci si deve neppure dimenticare di quelle gravi situazioni psicologiche, in cui l’individuo si sente svuotato, e non trova alcun senso nel continuare a rivolgersi ad una strada che, nel migliore dei casi, non è quella che gli era stata prospettata.

    Io stesso, ad esempio, amante di molti ambiti culturali, e ricerctaore per pasiione, certo ho seguito molti interessi diversi, anche a livello universitario, ma appunto l’ho fatto, ben sapendo che tutto ciò rispondeva a mie esigenze culturali, e non certo sperando che questo potesse servirmi, in relazione ad aspetti, come quelli indicati nell’articolo.
    Mi riferisco a sudi di storiografia, piuttosto che di musica, antropologia culturale, o sociologia.

    L’ho fatto per me, certo.
    Ma appunto, ben diverso è il discorso di chi si rivolge ad un giovane e gli dice: guarda, fallo per il tuo futuro.
    Bene, dico io, e se poi il giovane torna da noi e ci dice: dov’è quel futuro che mi avevate prospettato?

    Forse questo è un po’ retorico, lo so, e non si verifica, ma sicuramente si verificano tutti quei fenomeni di disagio esistenziale, che purtroppo trovano conferma anche sul posto di lavoro, e di cui consulenti, psicologi, e via dicendo debbono interessarsi, spesso essi stessi senza riuscire a conseguire troppi risultati.

    Questo, quanto meno, una volta si verificava sopratutto in relazione a studi di un certo tipo, che si sapeva benissimo che non portavano a chissà quale sbocco professionale.
    Oggi, purtroppo, una situazione di questo tipo riguarda anche quelle che una volta erano considerate classiche professioni borghesi, e tali da comportare consistenti ritorni economici, come le libere professioni.

    Ebbene, credo possa interessare a diverse persone conoscere la modificazione, che hanno conosciuto queste professioni nel tempo.
    Certo, il discorso sarebbe più lungo ed articolato, ma almeno una caratteritisca fondamentale intendo ricordarla.
    La verità, ad esempio negli studi professionali di avvocati e di commercialisti, è che un 20% degli studi praticamente si occupa dell’80% di tutte le questioni più rilevanti, mentre il restante 80% deve barcamenarsi con il residuo 20% di pratiche, e questo non è certo ottimale, nè per i professionisti, nè per i clienti.

    Poi, se qualcuno mi viene a chiedere un consiglio, la prima cosa che gli domando, in relazione a possibili studi del figlio, è quanto segue: qual’è il reale interesse per certe materie, e quanto, invece, è legato ad aspettative puramente economiche.
    Se queste prevalgono, se non si parte da certi presupposti……..

    Insomma credo anch’io fermamente nelìapertura culturale , cui può condurre un certo percorso di studi, ma allora si dica chiaramente allo studente che lo fa per sè, per la propria froma mentise e preparazione culturale, senza indurlo in aspettative, che potrebbero gravemente deluderlo.

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