Quali fattori influiscono sulla possibilità di risolvere un conflitto?

I conflitti tra individui possono derivare da cause molto diverse tra di loro; probabilmente, alla radice non vi è che il risultato di differenti vedute ideologiche, filosofiche, politiche o di diverse esperienze di vita. Altre cause di conflitto risiedono nel diverso modo di percepire le situazioni; le persone vedono i problemi sotto angolazioni diverse e le loro reazioni sono condizionate, come detto prima, da esperienze precedenti.
Le differenze di status, specialmente in ambito lavorativo, sono all’origine di conflitti, nel caso in cui subordinati, ad esempio, non rispettino l’autorità dei capi. Non mancano motivi di conflitto tra colleghi, generati, di solito, dallo scatenarsi di invidie ed ambizioni di carriera.
L’oggetto di scontro più frequente, in ambito famigliare tra genitori e figli, sono le differenze generazionali, mentre, nei conflitti di coppia in enorme aumento, é stato scientificamente accertato che sono provocati da problemi di comunicazione. I conflitti condominiali sono quelli che dominano la scena del sociale e sono generati dalla strenua difesa di interessi individuali.
Voglio però richiamare l’attenzione sulla grande importanza che giocano, nel determinismo di un conflitto, i diversi profili psicologici dei contendenti; molte teorie psicologiche si sono occupate di questo problema ma la più semplice e d’immediata comprensione é quella sui “comportamenti dominanti”. Le esperienze, maturate con questa teoria, permettono di affermare che gli individui, di fronte alla scelta se dare maggiore attenzione al raggiungimento dei propri obiettivi o al mantenimento di buone relazioni sociali, si possono comportare in modi completamente diversi, che possono essere classificati e riconosciuti in quattro stili fondamentali: estroverso, dominante, analitico, socievole.
Vedremo, in un prossimo post, che, essere capaci di identificare il proprio profilo dominante e quello della persona con cui ci si sta confrontando, faciliterebbe moltissimo la risoluzione dei conflitti.
A cura di Pier Paolo Sposato
Autore di “Capi non si nasce” e “Come Gestire i Conflitti”



La psicologia in genere, ed in particolare quel ramo denominato psicologia sociale, ha delineato, nel tempo, quelli che potremmo definire archetipi, o tipizzazioni dei comportamenti, inereti all’interazione sociale, cioè al rapporto che si tende ad instaurare con gli altri.
Per la verità, sul tema già rifletterono filosofi anche del passato, che si sono mossi sopratutto tra due correnti antitetiche di pensiero.
Da un lato, una visione ottimistica dell’uomo, ha fatto leva sul concetto di animale sociale, cioè di essere socialmente atteggiato, che l’uomo avrebbe, per natura, mentre, per altro verso, si è diffusa una visione pessimistica dell’uomo, riconducibile al famosissimo “homo homini lupus”, che ben ricordiamo.
Da tali anititetiche visionisono conseguite anche opinioni molto diverse sul modo di risolvere la dialettica conflittuale non solo tra stati,ma anche intersociale, cioè all’interno della società medesima, da cui dicvrsissime concezioni anche di filosofia politica.
I più ottimisti hanno ritenuto l’uomo capace di sostanziale capacità di risolvere le conflittualità sociali, addirittura tramite una visione giusnaturalistica, cioè di un diritto, un corpo di regole sociali, che gli uomini sarebbero comunque in grado di creare autonomamente da qualunque legislatore esterno, per il governo dei rapporti sociali.
Ancora una vola, a tale cisione ottimistica è andata contrapponendosi una visione pessimista, che ha legittimato anche la necessità di uno stato assoluto, a partire sopratutto dal Leviatano di Thomas Hobbes.
Dalla sostanziale antinomia di paradigmi e di filosofie, scaturite da tali visioni, si è poi passati ad un sostanziale superamneto storico di tutto ciò, affermando, in chave decisamente meno dogmatica ed assolutista, la possibilità di visioni diverse.
Anche da tale excursus nasce quindi una visione psicologica, che tende ad esprimere tipizzazioni diverse del soggetti umani, nel loro intergire sociale, e storicamente, ad esempio con riferimento alla tipizzazione introverso-estroverso, ricordiamo che il primo a parlarne espressamente in un proprio trattato fu Jung, in particolare in Psychologische Typen.
La moderna e contemporanea piscologia sociale, o sociopsicologia, come qualcuno preferisce denominarla, ha non a caso sottolineato tratti individuali diversi, nelle nostre reazioni “sociali”.
Questo, sotto il profilo pratico, induce a riflettere sulla spiegazione delle ragioni, che determinato effetti diversi, a fronte di situazioni invece del tutto simili.
Ecco, tra l’altro, perchè certi conflitti, a parità di tutte le altre condizioni, si risolvono talora facilmente e senza difficoltà,a differenza di altri casi, del tutto analoghi.
E questo lo si può certo verificare in ogni campo.
Basti considerare le liti tra parenti, piuttosto che tra colleghi di lavoro, o tra partners all’interno di una coppia.
La realtà è peraltro frequentemente più poliedrica, rispetto alle stesse tipizzazioni psicologiche, e sovente capita che oguno di noi possa rapresentare, sotto questo profilo, una sorta di ibrido, con talune componenti di taluni archetipi psicologici prevalenti, ma senza esclusione di altri.
Probabilmente, è anche per questo, ad esempio, che talora, proprio in un ambito tipicamente conflittuale, come quello legale, si arriva ad una transazione, rinunciando ad una parte consistente delle proprie pretese iniziali, mentre altre volte, come si usa dire, le parti “non intendono cedere di un millimetro”.