Vai al contenuto

Perché le aziende devono sviluppare i Capi

Aziende

15935

Capi non si NasceHo visitato il sito di Angelo Emidio Lupo, perché aveva aperta una discussione sulla domanda “ Capi si nasce o si diventa ?”; non ho letto tutti i 200 e passa interventi, ma mi é apparso subito chiaro che, in una buona parte di essi, era molto radicata la convinzione che capi si nasce.

Questa diffusa convinzione può influenzare negativamente la volontà dei datori di lavoro di formare e sviluppare i propri capi, cioè di coloro che devono ottenere i risultati, concordati con l’azienda, attraverso il lavoro di gruppi più o meno numerosi di dipendenti.

Gestire dei dipendenti comporta una serie di attività, che richiedono specifiche capacità quali saper selezionare il personale per formare un team efficace, valutare il personale per costruire una reale clima meritocratico, condurre riunioni di gruppo, motivare il personale con un adeguato stile di leadership, premiare i meritevoli e licenziare i negligenti. Non ho mai conosciuto alcuno che sia nato con tutte queste capacità.

Avete mai sentito parlare del principio di Peter ? Peter, psicologo del lavoro canadese, ha dimostrato che, frequentemente, i posti apicali nelle aziende sono occupati da incompetenti, per il semplice motivo che non si é fornito loro un adeguato programma di formazione e sviluppo manageriale ad ogni salto di carriera; succede così che, coloro che vengono portati a responsabilità crescenti senza programmi di sviluppo, rimangono con le loro competenze di base, sino al momento che queste non saranno più sufficienti a gestire le nuove responsabilità.

Possiamo allora affermare che un individuo, il quale possegga alcune caratteristiche quali flessibilità, ambizione, leadership, tolleranza allo stress e motivazione personale ha certamente il potenziale per crescere, ma che per diventare un Capo efficace dovrà essere sottoposto a dei piani di formazione e sviluppo manageriale di volta in volta coerenti con le responsabilità che dovrà assumere.

A cura di Pier Paolo Sposato
Autore di :“Capi non si Nasce“, “Valutazione e Selezione del Personale”,“Come Gestire i Conflitti”

Libro bruno

Vuoi pubblicare il tuo libro?

Scopri BRUNO EDITORE, la prima casa editrice al mondo per pubblicare un libro e diventare Bestseller Amazon.

Pubblica il tuo libro ›

Giacomo bruno autore

Giacomo Bruno

Giacomo Bruno, nato a Roma, classe 1977, ingegnere elettronico, è stato nominato dalla stampa "il papà degli ebook" per aver portato gli ebook in Italia nel 2002 con la Bruno Editore, 9 anni prima di Amazon e degli altri editori. È Autore di 37 Bestseller sulla crescita personale e Editore di oltre 1.300 libri sui temi dello sviluppo personale e professionale, che hanno aiutato oltre 3.000.000 di italiani. Bruno Editore è l'unico editore in Italia che garantisce contrattualmente l'arrivo del libro al Bestseller Amazon, e ha portato in Italia la versione ebook di autori internazionali come Tony Robbins, Jack Canfield, John Gray e Ivan Misner. È considerato il più esperto di Intelligenza Artificiale applicata all'Editoria ed è stato nominato "l'editore n.1 al mondo per produzione di libri" grazie alla startup ViviBook, la prima AI al mondo che crea libri di narrativa con 1 click. È seguito dalle TV, dai TG e dalla stampa nazionale. Aiuta Imprenditori e Professionisti a costruire il proprio Personal Brand per aumentare Autorevolezza, Visibilità e Fatturato scrivendo un Libro con la propria Storia Professionale. Info su: https://www.brunoeditore.it

6 commenti

  1. Complimenti Pier Paolo per il tuo articolo che condivido pienamente. Purtroppo ciò che scrivi non sempre viene seguito in Italia e il principio di Peter nel nostro paese trova piena affermazione. Speriamo che la profonda crisi che stiamo attraversando porti ad una rivisitazione anche del metodo di crescita e formazione all’interno delle aziende, non solo delle nuove reclute per sfruttarle fino all’osso ma anche delle figure apicali che spesso campano dei sacrifici fatti dai loro subordinati.

  2. Ciao, Pierpaolo ,
    Grazie per l’articolo che condivido in ogni
    Dettaglio. Tale e radicata è la cultura dell’uomo solo
    Al comando, il deus ex machina, l’onnipotente,
    Il divino manager, che nelle medie grandi aziende
    Spesso si trovano capi faziosi, incompetenti, circondati da
    Una pletora di cortigiani! Leggasi gerontocrazia, una casta di
    Dirigenti già in pensione vincolati alle loro aziende
    Con contratti di consulenza e giovani precari a cui
    Si guardano bene di trasferire know-how e poteri.
    Spesso mi capita di dire che nessun bambino ha mai sognato o desiderato
    Fare il capo, forse il pompiere, l’astronauta, il poliziotto…
    Ma questa casta di vecchi manager hanno tutto l’interesse di
    Sostenere la tesi che capi su nasce, altrimenti dovrebbero cedere al
    Primo neolaureato di talento !
    Scusate eventuali errori , scrivo da iPhone .
    Saluti
    SF

  3. Eh, già. E’ il solito annoso problema dell’aggiornamento e dell’esperienza. Un po’ come Mazzola e Rivera che, nei tempi passati, si diceva non potessero coesistere.
    A me pare che il problema della competenza dei capi sia particolarmente peggiorato nell’ultimo decennio ed ascrivo la responsabilità di questo deterioramento ad una rivoluzione organizzativa epocale che si è verificata spesso senza che i vertici se ne siano resi conto. Le aziende ormai lavorano per processi anche se non lo sanno, poichè il mercato stesso è impostato per processi.
    I capi continuano a ragionare per poteri, come una volta era corretto fare.
    Ricorrendo ad un esempio grafico si potrebbe dire che i processi scorrono in orizzontale ed i poteri scendono in verticale. Risultato: i capi, lungi dal favorire lo scorrimento dei lussi di lavoro, lo interrompono, creando discontinuità e, quindi, costi.
    Non voglio eccedere nella semplificazione, ma si potrebbe cominciare con un po’ di aggiornamento sui processi organizzativi e sui costi delle discontinuità per rendere più consapevoli i vertici aziendali che capi si può anche diventare, unendo così esperienza ed aggiornamento.
    Ed accettando una volta per tutte che gente come Mazzola e Rivera possono giocare insieme molto più che i fatidici ultimi sei minuti della finale mondiale persa clamorosamente per 4 a 1 contro il Brasile di Pelè. Il quale, peraltro, non giocava da solo!

    Roberto Saffirio

  4. Prendo lo spunto dai vostri commenti, per sottolinare che, mentre é comprensibile ma non giustificabile, il fatto che certe posizioni di vertice non vogliano diffondere il necessario know-how, é molto meno comprensibile che ciò non venga avvertito dai datori di lavoro. Questi ultimi dovrebbero avere tutto l’interesse a che le posizioni di comando siano gestite da capi preparati e competenti.

  5. Gent.mo Pier Paolo,
    Ho letto il tuo articolo che condivido in pieno. Purtroppo in Italia non si investe sul materiale umano e i posti di lavoro vengono distribuiti per conoscenza ma non per competenza. Questi sono i motivi perchè il ppaese non funziona.
    buon lavoro
    Fabio Rusconi

  6. Ciao Fabio,
    quello che tu affermi sul fatto che i posti di lavoro vengono distribuiti per conoscenza e non per competenza é, generalmente parlando, una pratica maggiormente diffusa nelle organizzazione pubbliche, ma molto di meno in quelle private. Il problema che volevo evidenziare con il mio articolo é che, da molti anni ormai, anche l’azienda privata investe molto poco nella formazione e sviluppo del personale, sottovalutando il fatto che per essere concorrenziali in ambito globale, bisogna avere, non solo prodotti inoovativi, ma, sopratutto personale motivato e capi competenti.

I commenti sono chiusi.