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Come comportarsi sul posto di lavoro

Autostima

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Pier Paolo SposatoChi si avvicina per la prima volta ad un posto di lavoro potrebbe compiere, più o meno volontariamente degli errori di comportamento. Vista la difficoltà di trovare, attualmente, un posto di lavoro, raccomando la massima attenzione a coloro che hanno in essere contratti di lavoro, specialmente se a tempo indeterminato.

La mia lunga esperienza, come responsabile delle risorse umane, mi ha permesso di identificare quali sono i comportamenti che, più frequentemente deteriorano i rapporti capo-dipendente. È molto importante, sotto questo profilo, imparare a identificare e distinguere quei segnali, molto probabilmente, indicativi di una volontà aziendale tesa ad estromettere un dipendente dall’azienda.

La capacità di distinguere segnali reali da falsi segnali si rende necessaria, perché esistono situazioni di stress fisiologico che incidono sui rapporti interpersonali, ma non presuppongono affatto la volontà del capo o dell’azienda di arrivare ad un’interruzione del rapporto di lavoro.

È bene sapere, però, che alcuni comportamenti sul posto di lavoro da parte dei dipendenti, possono, col tempo, guastare il rapporto con il proprio capo, anche se non sono da catalogare tra quelli negligenti o fraudolenti. Sono comportamenti che non presuppongono azioni disciplinari ma, laddove se ne presentasse l’occasione, potrebbero indurre il capo a liberarsi del dipendente:

– Mancanza di flessibilità intesa come la incapacità di adattarsi con successo ai cambiamenti e alle nuove condizioni. È una caratteristica che costringe i capi a un super lavoro, poiché gli individui poco flessibili resistono, in maniera controproducente, a qualunque richiesta di cambiamento, situazione questa molto frequente nelle aziende che devono competere in un mercato globale. Il dover spendere troppo tempo con i dipendenti poco flessibili, per motivarli ai necessari cambiamenti, deteriora, a lungo andare, i rapporti interpersonali;

– Mancanza di puntualità. Il problema non sussiste se il non essere puntuali è un fatto episodico come può capitare a tutti; ciò che infastidisce i capi è la mancanza continua di puntualità, come ad esempio, l’arrivare con ritardo in ufficio tutti i giorni, seppure per pochi minuti. È il non rispettare gli accordi presi sui tempi di consegna di un lavoro, sull’invio di relazioni e note spese, nei tempi previsti dalle procedure aziendali. Il fastidio dei capi, in questi casi, dipende dal fatto che, per i ritardi del dipendente, sono loro che, talvolta, ricevono delle osservazioni dalla linea gerarchica. I capi, nelle aziende serie, rispondono in prima persona dei comportamenti sul posto di lavoro dei loro subordinati e perciò non possono, certamente, subire di buon grado i loro ritardi;

–Tendenza alla demotivazione. Ci sono dipendenti che, indipendentemente dalle situazioni personali e/o aziendali, sono sempre e comunque demotivati; essi chiedono frequenti colloqui con i capi perché hanno bisogno di esser rassicurati sulla loro valutazione, sulla correttezza della retribuzione percepita, sul livello d’inquadramento assegnato, ecc. Arriva il momento che il capo si stanca di questa perenne demotivazione ed inizia a sperare di liberarsi, prima o poi, di questo dipendente scomodo;

– Mancanza di autocritica. È il caso di dipendenti che, come si dice in gergo aziendale, «non sanno mettersi di fronte a uno specchio» e valutarsi per quello che realmente sono; ad intervalli regolari, sono nell’ufficio del capo a chiedere aumenti di stipendio che non meritano o, peggio ancora, riconoscimenti gerarchici. Il capo, poiché il loro contributo è nella media aziendale, non può dare corso a tali richieste ed è dunque costretto a gestire questi spiacevoli colloqui, che finiscono per generare irritazione verso il dipendente.

Cercate di evitare questi comportamenti sul posto di lavoro, se vi riconoscete in una delle situazioni sopra descritte perché, con i tempi che corrono, è opportuno, come si dice, «mettersi dalla parte dei pioppi».

A cura di Pier Paolo Sposato
Autore di Valutazione e Selezione del Personale, Come Gestire i Conflitti, Capi non si Nasce

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Giacomo Bruno

Giacomo Bruno, nato a Roma, classe 1977, ingegnere elettronico, è stato nominato dalla stampa "il papà degli ebook" per aver portato gli ebook in Italia nel 2002 con la Bruno Editore, 9 anni prima di Amazon e degli altri editori. È Autore di 37 Bestseller sulla crescita personale e Editore di oltre 1.300 libri sui temi dello sviluppo personale e professionale, che hanno aiutato oltre 3.000.000 di italiani. Bruno Editore è l'unico editore in Italia che garantisce contrattualmente l'arrivo del libro al Bestseller Amazon, e ha portato in Italia la versione ebook di autori internazionali come Tony Robbins, Jack Canfield, John Gray e Ivan Misner. È considerato il più esperto di Intelligenza Artificiale applicata all'Editoria ed è stato nominato "l'editore n.1 al mondo per produzione di libri" grazie alla startup ViviBook, la prima AI al mondo che crea libri di narrativa con 1 click. È seguito dalle TV, dai TG e dalla stampa nazionale. Aiuta Imprenditori e Professionisti a costruire il proprio Personal Brand per aumentare Autorevolezza, Visibilità e Fatturato scrivendo un Libro con la propria Storia Professionale. Info su: https://www.brunoeditore.it

9 commenti

  1. Complimenti per l’articolo, interessante non solo per chi si avvicina per la prima volta al mondo del lavoro.

    Personalmente, credo che il comportamento più deleterio sia, tra quelli elencati, la mancanza di flessibilità.Sapersi “adattare” in modo costruttivo, reinventare in situazioni diverse e saper far fronte alle piccole emergenze e ai piccoli problemi che normalmente insorgono nel lavoro quotidiano,è fondamentale per affrontare positivamente il lavoro e per cercare di crescere.
    Troppo spesso, però, sono proprio i nuovi assunti, giovani e senza altre esperienze a chiudersi in una rigidità eccessiva e a nascondersi dietro una formale distinzioni di ruoli che spesso non trova riscontro nella realtà.

  2. In parte condivisibile questo articolo, ma lo integrerei osservando che talora il voler far fuori, come si dice, un dipendente o collaboratore, non è dovuto a comportamenti di questi, ma a tutt’altro, come nepotismi, fovoritismi ingiusti, eccetera, che esistono anche in azienda.
    A volte, certo, è il subordinato gerarchico a sbagliare, ma talora può invece essere il capo.
    Anche costui, quindi, dovrebbe fare autocritica, senza pensare di essere nel giusto solo perchè è un capo.

  3. Molto d’accordo con i consigli dell’articolo, infatti io credo che un aspetto importantissimo per poter integrarsi in un gruppo sia quello di essere umili sempre. All’inizio ma anche dopo che si e’ accettati dal gruppo, infatti ognuno avra’ il suo carattere i suoi obiettivi, ma il buon senso e la voglia di confrontarsi in maniera produttiva sono due strumenti necessari per creare un gruppo performante.

    Ciao Davide

  4. Ciao Pier Paolo,
    Ottimo articolo…

    …Come ho scritto molte volte, se alcuni imprenditori (quelli che conosco io) leggessero i tuoi articoli ci sarebbe un grande miglioramento comunicazionale ed un’aumento della redditività.

  5. Vi ringrazio per i commenti, che aiutano sempre a confrontarsi con le diverse opinioni.
    @ Lucia: sono completamente d’accordo sul fatto che la flessibilità sia una delle caratteristiche personali, oggi, più utili per poter affrontare con efficacia i rapidi cambiamenti, imposti dalle nuove condizioni di lavoro.
    @ Enrico; non ho mai pensato che siano solo i dipendenti a sbagliare, tanto é vero che nel mio primo ebook , intitolato ” Capi non si nasce”, ho evidenziato che se i capi non vengono sviluppati, diventano incompetenti e non riescono a gestire le risorse umane a loro affidate. Ciò non toglie che ci siano dipendenti, che si comportano come ho descritto e che corrono il rischio di perdere, stupidamente, il posto di lavoro.
    @ Davide; mi permetti di modificare un poco il tuo pensiero? Credo che per l’integrazione nei gruppi più che l’umiltà occorra assertività ed il reciproco rispetto.
    @ Massimo: troppo buono!

  6. Molti giovani non conoscono bene cosa sia il lavoro, a loro interessa essere laureati e percepire uno stipendio. Sono consapevole di quello che dico , pechè sono stato un dirigente nel credito e oggi sono AD in una società.
    Sempre la stessa frase Quanto ; invece che!!!!!!!!!! cosa valgo,,,,,,,,,prima
    di chiedere. Menomale che qualcuno si salva ,,,,,,,,,,,altro che nepotismi etc etc etc
    Cordialità

  7. Direi che condivido tutto, così come formulato. Io sono uscito dal mondo del lavoro (banca) a 52 anni e dopo oltre 30 anni di anzianità.
    E’ stata una scelta “volontaria”, ma negli ultimi anni a causa di una delle tante ristrutturazioni, il clima è diventato pesante (esiste anche il fenomeno del mobbing e sembra che in certe aziente alcuni decidano anche di suicidarsi, v. France Telekom e via dicendo) e per non compromettere definitivamente la salute ho preferito chiudere sperando di trovare qualche alternativa di lavoro.
    A distanza di 6 anni ho fatto più che altro volontariato, ma se pensi che possa fare qualcosa di positivo nel mondo del lavoro retribuito vediamo se mi contatti,
    Sembra una provocazione, ma sarebbe una bella soddisfazione anche per te riuscire a reinserire una risorsa umana nel ciclo c.d. produttivo.
    Con fiducia e cordialmente

    Alfredo Calvani

  8. Alfredo,
    mi dispiace, prima di tutto, sentire i problemi che hai dovuto affrontare e stai acora affrontando. La tua é una storia comune a tutti coloro che perdono il posto di lavoro ad un’età superiore ai 45-50 anni poiché, come te, incontrano enormi difficoltà per trovare una nuova opportunità professionale. Evidenziavo esattamente questo problema in un mio articolo del settembre 2009 (https://culturadiazienda.wordpress.com/2009/09/18/crisi-economica-chi-e-perche%e2%80%99-rimarra%e2%80%99-senza-posto-di-lavoro/) ma, purtroppo non ci sono facili soluzioni a questa situazione.
    Non sottovaluto il problema di salute ma penso che tu abbia preso una decisone molto azzardata, accettando una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro a 52 anni.
    Ti segnalo, a meno che tu già non lo conosca, un nuovo portale per la ricerca del lavoro il cui indirizzo é:
    https://www.cliclavoro.gov.it/Pagine/default.aspx

  9. Tutti commenti positivi, d’altronde è un approccio condivisibile, ma personalmente credo che manchi un tassello. Lei considera il lavoro esclusivamente dal punto di vista del datore di lavoro. Invece il rapporto di lavoro è, appunto, un rapporto a due vie, non un prolungamento della scuola con maestro e discente!

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