Come prepararsi a gestire i conflitti

La gestione dei conflitti richiede, a seconda degli ambiti in cui insorgono, l’adozione di interventi e comportamenti, mirati a risolvere situazioni, caratterizzate da specifiche difficoltà. E’, comunque, possibile adottare un approccio di base che si può rivelare utile in ogni occasione:

- bisogna avere chiari i motivi del conflitto. E’, dunque, necessario identificare gli obiettivi che si vuol raggiungere e le azioni o comportamenti della controparte, che ne impediscono la realizzazione;

- occorre interpretare la personalità della controparte, per mettere a punto la tattica migliore e rimanere sulla sua lunghezza d’onda. Questo comporta la necessità di sviluppare, seppure in modo superficiale, la conoscenza dei profili psicologici individuali, secondo le teorie dell’analisi transazionale o dei profili dominanti;

- bisogna decidere se esistono le condizioni per usare le tecniche di persuasione, o quelle dell’assertività, o quelle della negoziazione;

- è fondamentale applicare l’ascolto attivo e la tecnica della domanda per capire esattamente la posizione della controparte;

- una volta chiariti obiettivi, impedimenti e posizione della controparte, è consigliabile dichiarare se e quali compromessi si è disposti ad accettare;

- è necessario valutare, nei casi che potrebbero avere significativi risvolti legali, se non è il caso di passare dalle comunicazioni verbali a quelle scritte e ad una trattativa più dura;

- vanno esaminate le soluzioni che si prospettano, valutando se sono accettabili e se attenuano il conflitto ;

- si può, a questo punto, raggiungere l’accordo che, in certe particolari situazioni, dovrebbe essere formulato in forma scritta e avere un avallo legale.

A cura di Pier Paolo Sposato
Auotre di “Capi non si nasce” e “Come Gestire i Conflitti”

Vuoi saperne di piu'? Tutto questo e' in Come Gestire i Conflitti: il Corso di Formazione in formato Ebook ricco di Informazioni, Strumenti Pratici ed Esercizi di Immediata Applicabilita' per la Tua Crescita...

Come Gestire i Conflitti
Tecniche per Gestire i Conflitti nel Sociale e sul Posto di Lavoro

Aggiungilo al carrello e scaricalo in 60 secondi!

 



PS: se ti e' piaciuto l'articolo, clicca Mi Piace qui sotto e condividilo. Grazie!

Articoli Correlati:


2 Commenti a “Come prepararsi a gestire i conflitti”

  1. Gian Piero Turletti

    Mi trovo perfettamente d’accordo con quanto indicato da Pier Paolo Sposato nell’articolo, che ho or ora avuto il piacere di leggere, davvero molto interessante e ricchissimo di spunti analitici.
    E vorrei anche sottolineare l’assoluta attualità del tema proposto, rilevante anche in ambiti che nulla hanno a che fare con la realtà imprenditoria, e che possono talora assumere una rilevante drammaticità, come i fatti di Sabato testimoniano, proprio a dimostrazione di un conflitto….che ha deragliato dai corretti binari.

    In diverse tipologie di attività, in ambito legale, o consulenziale, ma non solo, posso peraltro confermare che l’applicazione delle tecniche e dei principi indicati è stata particolarmente utile per la risoluzione di varie situazioni.
    In particolare osservo quanto segue:
    partire dagli obiettivi è fondamentale, in quanto la mancanza di chiarezza su di questi, e sopratutto sui propri obiettivi, spesso causa una serie di situazioni, riconducibili ad azioni errate o comunque inutili, in quanto si individuano iniziative , che servirebbero, invece, sopratutto in vista di altri obiettivi.

    Fondamentale, peraltro, la comprensione delle ragioni della controparte.
    Se non si comprendono i motivi dell’altrui agire, sarà difficile pervenire a qualcosa di costruttivo.

    Dal punto di vista comunicazionale, possono essere utili analisi transazionale ed analisi del profilo dominante.
    Compreso il profilo predominante, sarà infatti utile usare le tecniche comunicative, meglio personalizzate secondo appunto il profilo dell’interlocutore, mentre l’analisi transazionale (cioè quella scuola di psicologia che ritiene che lo scambio di comunicazioni sia riconducibile, praticamente sempre, ad una sorta di transazione, anche quando questo non è esplicitato) è utile in varie direzioni, ad esempio per comprendere se si sia in presenza di una transazione complementare o incrociata, secondo la terminoligia diffusa in questo approccio psicologico, cioè in presenza di quello che, sostanzialmente, potremmo definire scambio “alla pari”, in cui dominano rispetto dell’altro e parità di posizioni, oppure uno scambio d’autorità, in cui, invece, si cerca di imporre qualcosa all’altro, ad esempio in termini di rimprovero, onde far prevalere la propria posizione.
    Comprendere questo è importante, anche in una trattativa d’affari, proprio per preparare adeguatamente la comunicazione.

    E’ peraltro evidente il rilievo assunto, nell’ambito di una negoziazione e gestione delle conflittualità, da una serie di stili e di tecniche, che possono portare a risultati diversi.
    Esistono, infatti, specifiche tecniche, che vanno, ad esempio, dalla focalizzazione cosiddetta sugli interessi, alternativa alla focalizzazione sulle posizioni, alla separazione della persona dal problema e dalla concreta fattispecie, oggetto del conflitto, ma su tale aspetto non mi dilungo, essendo necessario un intero manuale solo per trattare alcune delle tecniche, riconducibili al concetto di negoziazione di un conflitto.

    Altrettanto rilevanti sono comunque gli stili gestionali principali, che contrassegnano l’atteggiamento verso il conflitto, di cui i principali sono tre, passivo (o rinunciatario), predominante, assertivo.

    Lo stile passivo, come ovvio dalla denominazione, è quello di chi evita comunque il conflitto, anche rinunciando a far valere le proprie posizioni.
    Predomina, in tali casi, la convinzione che, comunque, non entrare nei conflitti, evitarli a tutti i costi, sia un valore in sè, superiore a quanto deriverebbe dal far valere la propria posizione.

    All’opposto, lo stile predominante, o aggressivo, è informato dalla convinzione che si debba prevalere a tutti i costi, senza neppure prendere atto o ascoltare le posizioni della controparte.
    Si parte dal presupposto di aver comunque ragione, e quindi, non vale neppure la pena di ascoltare l’altro, il quale, se proprio insiste, tipicamente si vede rivolgere non l’esposizione della ragioni della controparte, ma semmai una serie di epiteti (tra l’altro, se mi viene consentita una nota personale, ciò mi ricorda talune dialettiche, come peraltro già verificatesi anche su questo blog, e come l’attuale situazione politica sembra evidenziare, sopratutto con riferimento al gravissimo episodio di sabato scorso.
    Ma qui mi fermo, su questo punto, perchè il discorso sarebbe lungo, ed andrebbe peraltro storicizzato, a partire da un’analisi, che evidenzia il sempre maggior venir meno, nel nostro paese, dei fondamenti di un autentico stato di diritto, analisi critica che, a differenza di quanto sembrano affermare taluni oggi, risale piuttosto indeitro nel tempo, e non contraddistingue solo talune posizioni politiche contemporanee, nonchè destinata a far emergere il ricordo storico di determinati episodi della storia giudiziaria di questo paese, a partire dal caso Tortora, e non solo..ma, ripeto, sul punto mi fermo qui, perchè il discorso…deborderebbe….).

    Infine, lo stile veramente vincente, anche sul piano etico e deontologico, nonchè politico e culturale (dando al significato di cultura il senso opposto a massimalismo, cioè cultura innanzi tutto del rispetto, e non della prevaricazione) è invece quello assertivo, che peraltro ho sempre cercato di “predicare”.
    L’assunto fondamentale di tale stile comportamentale è che non si parte dal presupposto di avere ragione comunque, ma sono le motivazioni inerenti a determinate posizioni, che determinano l’aver o meno ragione.
    Tipico, quindi, dell’ambito giuridico, in cui l’affermazione delle posizioni riconduce alle specifiche indicazioni (vedasi le sentenze), di cui la componente essenziale è appunto costituita dalla motivazione, o come gli scritti difensivi, che sostanzialmente sono motivazioni delle proprie posizioni.
    Non a caso, l’ambito dei conflitti forensi è considerato, per antonomasia, terreno di applicazione dell’assertività, il che implica ascolto delle ragioni della controparte, eventuale confutazione delle medesime, sempre sulla base di precisi perchè, ed adeguata motivazione delle proprie ragioni.

    Questo è quello che, quanto meno, dovrebbe verificarsi, anche se devo dire che non sempre gli stessi provvedimenti giurisdizionali sono sufficientemente fondati o motivati, e questo, purtroppo, avviene in primis con riferimento all’applicazione di misure, come la custodia cautelare, che incidono sulla libertà del cittadino, e quindi, necessariamene, riconducono anche al tema dello stato di diritto nel nostro paese.

    Ma non smpre si può aver ragione, o possono averla i clienti di un legale, ed è appunto per questo motivo che, sia in ambito legale, che extra legale, è talora preferibile ricorrere alla negoziazione.
    Non a caso, gli spazi negoziali si sono dilatati, con il tempo, anche in ambito legale, e se, tradizionalmente, la negoziazione riguardava essenzialmente l’ambito civilisitico, sopratutto tramite l’istituto della transazione (specifica fattispecie contrattuale, che implica necessariamente, per la propria validità, la rinuncia di tutti i contraenti ad una parte delle proprie pretese, e ad una serie di reciproche concessioni) poi anche il diritto penale, rectius, la procedura penale, ha conosciuto l’introduzione, nel nostro ordinamento, di istituti di origine anglosassone, tra cui il cosiddetto patteggiamento, situazione nella quale il legale, più che operare la funzione di contraddittore dialettico dell’accusa, si propone in veste di negoziatore delle conseguenze legali, cui andrà incontro il proprio assistito.

    Sull’opportunità di questi istituti non mi dilungo, anche perchè rischierei l’off topic, e passo quindi a considerare un altro aspetto rilevante.
    Quest’ultimo riguarda la valutazione se addivenire, comunque, ad una transazione, in ambito civilistico, tema cui riconduce la parte finale dell’articolo, ed a questo proposito occorre rilevare quanto segue.
    Solo un’attenta disamina di tutti gli interessi in gioco può portare ad una fondata decisione, di fronte alle varie alternative consentite dal nostro ordinamento, in questo caso in ambito processualcivilisitico.

    E’ evidente che la parte in causa, sia essa attore o convenuto, potrebbe sempre decidere di proseguire la causa, invece che concluderla, o prevenirla, con una transazione.
    Al tempo stesso, non dimentichiamoci che gli articoli iniziali del codice di procedura civile prevedono anche una particolare condanna al risarcimento dei danni, per la parte che intenti o resista in una causa manifestamente infondata.
    Ancora una volta, quindi, la fa da padrone il principio dell’assertività, ma anche quando la causa sia pienamente fondata, potrebbe comunque, secondo i casi, intervenire un sostanziale interesse ad una transazione, con evidente rinuncia ad una parte delle proprie posizioni.
    Non dimentichiamo, infatti, che possono esserci tre gradi di giudizio, o anche più di tre, nel caso delle sentenze di cassazione con rinvio, e non infrequentemente i giudici sono abbastanza restii a concedere cosiddetti proveddimenti cautelari, cioè provvedimenti che anticipano parte o totalità degli effetti di una sentenza a noi favorevole, sopratutto quando gli elementi sino a quel momento raccolti, il cosiddetto fumus boni juris, non siano…come dire….così convincenti.

    In molti casi, quindi, non si può escludere che, persistendo nelle proprie posizioni, si pervenga ad una vittoria definitiva sulla controparte, ma se i tempi per veder riconosciuta tale ragione si dilungano eccessivamente, allora ricordiamoci quel che diceva un celebre economista….” nel lungo termine…siamo tutti morti…”.

  2. Pier Paolo Sposato

    Ringrazio Gian Piero per il lungo commento che hai voluto dedicare al mio post; la gran parte delle osservazioni che hai fatto sono contenute ed approfondite nel mio Ebook sulla gestione dei conflitti.
    Non ho preso in considerazione la gestione dei conflitti nel campo politico poiché non é il mio campo ma, sopratutto, penso che qualunque considerazione cadrebbe nel vuoto e, in questi giorni, se ne é avuta un ampia dimostrazione.
    Un fatto eccezionale, come l’attentato a Berlusconi ha portato l’ufficio di presidenza del PDL ad emettere un comunicato in cui si affermava la necessità che la democrazia in Italia possa avvalersi di un patto democratico tra le maggiori forze politiche, che segni chiaramente i confini della normale dialettica politica, pur a volte anche aspra, e apra una stagione nuova in cui una legittimazione reciproca tra le forze politiche conduca ad un abbandono di ogni scorciatoia giudiziaria, premessa indispensabile per una stagione di riforme costituzionali da lungo tempo attese, da quella della giustizia a quella della forma di governo
    Questa dichiarazione, interpretata secondo le tecniche di gestione dei conflitti, rappresenta il primo passo, teso a identificare gli obiettivi che si vuol raggiungere e le azioni o comportamenti della controparte, che ne impediscono la realizzazione.
    Sarà chiaro, solo nei prossimi giorni, quanto sia reale questa apertura, ma alcuni rappresentanti del PDL hanno già chiarito che la disponibilità esiste solo se la controparte si dissocia dalle posizioni dell’IDV.
    La prima risposta, però, di quelle parti politiche che si sono date disponibile ad iniziare un dialogo é stata: siamo pronti a negoziare ma la controparte deve ritirare tutte quelle iniziative che sono o sembrano studiate per gli interesse personali di Berlusconi.
    Quello che voglio far notare a coloro che s’interessano di gestione dei conflitti non é se la richieste, di per se, siano giuste o sbagliate, ma la non correttezza temporale delle dichiarazioni.
    E’ un controsenso, nella gestione dei conflitti, fare delle dichiarazioni di principio, prima ancora di mettersi a sedere al tavolo negoziale, poichè il messaggio che si lancia é; o accetti la mia posizione o non sono interessato a discutere. Conclusione: o i politici non conoscono minimamente le tecniche di negoziazione o non sono per niente disponibili a trovare soluzioni concordate, con il classico atteggiamento win/win.

Lascia un Commento