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Come cambia il rapporto con l’azienda da dipendente a libero professionista

Mercoledì, Ottobre 19th, 2011

Alessandro Muscinelli Laura TentoliniIl libero professionista cerca clienti perché sono la sua unica fonte di reddito. Non si può permettere di restare a casa ad aspettare che i clienti vengano da lui. Più clienti ci sono e meglio è. All’inizio vanno bene tutti i tipi di clienti, anche quelli più piccoli. Tanto più ampio e variegato è il portafoglio clienti, tanto maggiori saranno le possibilità di avere sempre lavoroI contatti del professionista devono essere di vario tipo per diversificare il più possibile committenti e incarichi. Naturalmente il professionista deve trovare il giusto equilibrio tra la domanda e l’offerta: deve restare sul mercato e garantirsi una certa soddisfazione e continuità di lavoro nel tempo.

Il committente sa che il libero professionista è abbastanza costoso. Ad esempio, una settimana di lavoro da dipendente, costerà molto meno rispetto alla stessa settimana di lavoro fornita da un libero professionista. Il committente però sa anche molto bene che, terminato l’incarico, il rapporto di lavoro con il professionista si conclude subito, a differenza del lavoratore dipendente.

Il costo del professionista è piuttosto alto, così come alta è la qualità della prestazione fornita. Al contrario lo stipendio del dipendente è un costo fisso concordato al momento dell’assunzione, mentre il compenso del professionista deve essere stabilito di volta in volta. Eventualmente si può concordare un costo “forfettario” o un canone scontato a fronte di prestazioni ripetute.

Per ottenere un aumento di stipendio il dipendente deve fare mille acrobazie, per non parlare di un avanzamento di carriera: il dipendente fa molto prima e minor fatica a dimettersi e farsi assumere da un’altra azienda, che gli concederà subito l’avanzamento senza conoscerlo e senza bisogno di far nulla. Per il professionista invece basta presentare un’offerta più alta e subito ottiene una maggiore retribuzione.

Il professionista si è specializzato in alcune mansioni, fa solo quello e lo fa molto bene, mentre il dipendente in azienda magari fa anche altre cose e non ha bisogno di specializzarsi tanto. Ben difficilmente un dipendente potrebbe svolgere lo stesso incarico in totale autonomia e dedizione ottenendo gli stessi risultati del professionista.

Anche il dipendente è un fornitore di servizio ma, a differenza del libero professionista, ha un solo cliente con il quale ha stipulato un contratto di vendita di tutte le sue ore di lavoro. In pratica, il dipendente ha concordato con la sua azienda un forfait a forte sconto, cede cioè tutto il suo tempo di lavoro in cambio di un salario fisso: ed ecco che nasce il rapporto di dipendenza, dove il fornitore del lavoro accetta un compenso bassissimo per ogni ora del suo operato, in cambio della sicurezza di tutte le ore vendute.

Pessimo affare per il lavoratore assunto che ha ceduto la sua opera in esclusiva ad un unico committente, non può lavorare per altre aziende né fare esperienze diverse, non può svolgere un lavoro differente se lo desidera! Il rapporto con l’azienda è esclusivo, chiuso, monotematico. In una parola il dipendente non ha venduto il suo lavoro al miglior offerente, ma solo al primo che lo ha assunto comprandogli tutte le ore di lavoro disponibili.

Dopo queste considerazioni potete valutare in autonomia la differenza tra lavorare come dipendente e come libero professionista.

L’ebook “Da Dipendente a Professionista” analizza tutti gli aspetti da affrontare prima di lasciare il lavoro e spiega cosa cambia nella vita di un dipendente quando decide di diventare un libero professionista. Questo ebook vi accompagnerà dal momento delle dimissioni fino ad arrivare a muovere i primi passi nella libera professione.
Buona lettura.

A cura di Laura Tentolini

Come Scrivere un Curriculum Accattivante!

Martedì, Maggio 26th, 2009

Su come si scrive un curriculum efficace e i modi migliori per divulgarlo si è scritto tanto, si scrive tanto e si scriverà ancora di più in futuro.

Si scrive sempre di più perché le persone cambiano giorno dopo giorno, le idee per migliorare e accattivarsi la simpatia del selezionatore vengono in mente in momenti inaspettati.
Nel mio Book ho inserito le mie personali e considerazioni in merito, ho illustrato i paragrafi del Curriculum come lo intendo io.

Senza entrare nel merito dei contenuti, la mia idea è quella che un curriculum deve essere professionale, ma allo stesso “stuzzicante” per il selezionatore affinchè una vocina gli faccia dire:

Però!! Voglio conoscere personalmente questa persona”.

Far dire una frase del genere al selezionatore vuol dire ipotecare un buon risultato in sede di colloquio.
Ma come si può invogliare il futuro datore di lavoro a farci convocare per un colloquio?
Di modi ne ho sentito tanti, uno in particolare mi ha colpito.

Gira una leggenda dalle mie parti, come tutte le leggende metropolitane può essere vera come falsa.
Ma questa è talmente paradossale che potrebbe anche esserlo o quanto meno verosimile.
Tempo fa mi hanno raccontato di un ragazzo appassionato di motori che voleva a tutti i costi lavorare in una casa automobilistica, a me dissero trattarsi della FIAT.
La sua passione era talmente forte che il pensiero fisso lo consumava sia fisicamente sia mentalmente.
Ha inviato un curriculum, composto soltanto da una sola pagina con i seguenti dati:

  • Nome
  • Cognome
  • Indirizzo
  • Telefono
  • Segno Zodiacale

Niente di più niente di meno.

Sembrerebbe, dalla leggenda, che questo ragazzo sia stato convocato e che il selezionatore con segno zodiacale compatibile col suo lo abbia raccomandato per l’assunzione.
Ci si può credere o meno, io personalmente non ci credo, ma sono convinto (se fosse vera la storia) che il coraggio di aver inviato quel curriculum abbia premiato quella persona.

Oggi i modi per accattivarsi l’attenzione dei selezionatori o datori di lavoro devono per forza essere più incisivi.
A me ne è venuto in mente uno proprio in questi giorni.
Ho avuto il piacere di conoscere una persona non Italiana (ex URSS) che studia e parla l’Italiano e per curiosità ho letto il suo Curriculum.
La prima cosa che mi è saltata agli occhi è che ha indicato lo stato civile e lo stato di salute.

A me personalmente non è mai capitato di vedere indicato lo stato civile nei C.V. tanto meno lo stato di salute.
Mi è stato spiegato che lo stato civile lo indicano prevalentemente le Donne, in quanto può incidere sulla selezione, in sostanza una donna single ha più probabilità di essere assunta rispetto ad una sposata.

Lo stato di salute invece serve per far vedere al futuro datore di lavoro che il lavoratore gode di buona salute e che non si assenterà per malattia.
A me come a tutti voi verrà da pensare che anche se uno gode di ottima salute può assentarsi senza problemi, è sufficiente un certificato medico e il gioco è fatto.

Qui nasce la mia idea, come le altre mie idee indicate nel book può suonare strana e aspetto le vostre opinioni in merito.
Anziché indicare lo stato di salute, indicherei la percentuale di assenza per malattia nell’ultimo anno lavorativo.
Naturalmente lo indicherei solo perché ho una percentuale bassa, molto bassa.

Mi spiego meglio:
nel 2008 ho lavorato per 225 giorni, dal conteggio ho eliminato i giorni di ferie estivi e natalizi, e mi sono assentato per malattia solo 3 giorni e in tutto l’anno ho chiesto 5 gg di permesso.

3/225*100=1.33333%
Assenze per malattia 1,33% su 225 giorni lavorativi annui.
5/225*100=2.22222%
Assenze per permessi 2,22%. su 225 giorni lavorativi annui

I giorni di permesso li ho inseriti solo per confrontare i numeri, naturalmente in un curriculum non li inserirei mai.
Mentre inserirei la percentuale delle assenze per malattia in funzione dei giorni lavorati, specialmente se la % è bassa e non supera il 2%-3%, più o meno equivalgono a 6 gg lavorativi su 225 gg.

Credo che sia un indicatore più facile da comprendere in quanto rapportato ad un numero reale e oggettivo, a me può dire poco il fatto che uno stia bene e che goda di ottima salute.
Ma se mi indica quante volte si è assentato allora il discorso cambia.

La scelta di indicare questo dato è un fatto personale che deve essere valutato con attenzione, personalmente sono convinto che se un candidato dovesse decidere di scriverlo deve assumersene tutte le responsabilità del caso indicando opportunamente la liberatoria per la privacy.

Sono curioso di sapere cosa ne pensate, voi inserireste un dato simile nel vostro curriculum?

Ciao!!

A Cura di Claudio Casula,
Autore di “Trovare Lavoro in Azienda”