scambio

Come utilizzare la riserva Frazionale (parte 9/10)

Mercoledì, Agosto 19th, 2009

Nella seconda metà del XX secolo, le banconote (stampate con sottostante) necessarie alla popolazione per effettuare gli scambi commerciali non erano più sufficienti (non vi era sufficiente oro nel mondo). Si cominciò a stamparne senza sottostante con l’ovvia esplosione dell’inflazione. A quel punto l’allora Presidente R. Nixon decise che gli Stati Uniti non riconoscessero più l’equiparazione dollaro/oro, uscendo in pratica dal Gold Standard. Tale decisione fu seguita a ruota dalla maggior parte degli stati.

Per l’annullamento del Gold Standard, si è fatto un ragionamento particolare: se ad una persona servono dei soldi, è evidente che con esso debba comprarci un bene od un servizio. La ricchezza totale di una nazione in realtà è formata dall’insieme dei beni e servizi “ubicati” sopra di essa. Quindi in definitiva, se si stampano tanti soldi quanta ricchezza c’è sopra uno stato, tale ricchezza è la garanzia stessa della banconota emessa (senza rischio di inflazione).

Per fare questo, quando un cittadino va a domandare un prestito per un acquisto in pratica crea una richiesta di denaro che, se la banca accetta (dopo aver accertato le basse probabilità di insolvenza del richiedente), faranno emettere i soldi istantaneamente alla Banca Centrale.

Come fanno a fare questo? Semplice! Con la riserva frazionale.
In pratica, ogni BC permette alle proprie banche controllate (quelle di cui tutti siamo clienti) di poter moltiplicare i soldi fisici detenuti in cassa per un certo coefficiente. La Banca d’Italia (prima che la BCE prendesse il suo posto con l’euro) permetteva di moltiplicare i soldi fisici in cassa (cioè le banconote di carta) per 50 volte come numero che appare “magicamente” in un computer.

In pratica, se una filiale aveva nelle casse 10 milioni di lire fisiche, potevano in quel dato momento prestare sotto forma di prestiti o mutui fino a 500 milioni. Ammettiamo che qualcuno (dopo superamento dell’istruttoria) chiedeva in prestito questi 500 milioni, nell’istante stesso che al richiedente gli si materializzassero nel conto corrente, anche il server della banca segnava quella presenza di nuovo denaro emesso. A catena quest’ultimo appariva anche nel server della Banca d’Italia. Per essere precisi il processo è inverso, quando si dà lo sta bene al richiedente, la BI crea la moneta virtuale che, a sua volta, arrivava fino al conto corrente del cliente finale.

Un fatto curioso che esula un po’ dal nostro argomento principale: avete mai fatto caso che quando portate dei soldi fisici in banca i cassieri sono sempre contenti e con sorriso smagliante mentre non appena dite che dovete prelevare una cifra  considerevole in contanti vi fanno sempre mille casini? Si deve rispettare le leggi antimafia, la Guardia di Finanza avvia un controllo su richiesta dell’ente, oppure ci si sente dire <<ma lei che ci deve fare con questo denaro?>>, <<non è meglio se gli fa un bonifico?>> etc… Ora sapete il perché! Ogniqualvolta esce una banconota la banca non può più emettere prestito sul frazionale di quella banconota stessa.

Per chiudere l’argomento sulla ricchezza di una nazione, vi mostro un piccola dimostrazione qui: Se noi andiamo a comprare un chilo di pane, lo pagheremo ad esempio 2 €. Il panettiere però produrrà questo pane mischiando nell’impasto mezzo chilo di farina e mezzo litro d’acqua. La farina avrà un costo si e no di 60 centesimi al chilo, mentre l’acqua possiamo approssimarla ad un costo nullo, quindi praticamente quel chilo di pane avrà avuto un costo di produzione di 30 centesimi al chilo. In realtà bisognerebbe conteggiare anche la spesa per l’elettricità, l’ammortamento dell’affitto etc che però non influenzano il ragionamento seguente.

Il panettiere producendo un chilo di pane ha creato una ricchezza di 1.70 € (2 € incassati a fronte di 30 centesimi investiti). A sua volta il frantoio ha creato la farina da vendere a 60 centesimi al chilo comprando il grano a 30 centesimi al chilo (approssimiamo a un chilo di grano per produrre un chilo di farina) e creando quindi una ricchezza di 15 centesimi per la farina impiegata nella produzione del chilo di pane alla fine della catena (portando la ricchezza complessivamente creata a 1.85 euro).

A sua volta il contadino ha prodotto questo mezzo chilo di grano seminando altro grano (per la precisione la raccolta di grano equivale a 16 volte circa il grano seminato n.d.a.),  quindi i 15 centesimi di grano derivano a loro volta da una creazione di ricchezza pari a circa 14 centesimi (1 centesimo è il costo dei sementi). La ricchezza prodotta è quindi arrivata a 1.99 euro, ma se consideriamo che le sementi a loro volta derivano da altri sementi e anch’essi derivano da altri sementi, potete facilmente intuire che la ricchezza prodotta alla fine è di 2 € (tutti i soldi pagati a valle del processo). Così avviene per tutto ciò che è commerciabile.

A Cura di Patrizio Messina,
Autore di “Autoconsulenza Finanziaria”

Dalla Moneta al Signoraggio (parte 5/10)

Martedì, Aprile 21st, 2009

Con il conio si è risolto il problema delle truffe sulle monete e si diede garanzia a tutti che la moneta aveva il valore dichiarato. Rimaneva però il problema del frazionamento che permettesse di comprare oggetti di poco valore.Dato che una moneta non poteva avere dimensioni microscopiche per poter formare dei “tagli” piccoli adatti al commercio comune, si è pensato di creare delle monete in materiale non nobile (il più usato dei quali fu il rame) che equivalesse a cifre piccole sottomultiple di una moneta d’oro o d’argento. I più evoluti da questo punto di vista (rispetto all’epoca) furono i Romani. Crearono monete di tutti i valori in grado di soddisfare qualunque esigenza.

La monete di base era il Sesterzio. Seguendo un documentario in TV nel periodo in cui stava per entrare in circolazione l’euro (che disquisiva a riguardo del fatto che dopo 1500 anni ritornavamo ad avere una moneta unica in tutta Europa esattamente come al tempo dell’Impero Romano), valutavano un sesterzio pari a circa 2 € attuali (in base a ciò che con esso si poteva comprare nell’anno 1 D.C.).

Il sottomultiplo del sesterzio era l’Asso che valeva 1/4 di sesterzio (0,50 €); seguivano poi 1/2, 1/3, 1/4, 1/6 ed 1/12 di asso (a formare qualcosa come circa 4 centesimi di oggi). A salire c’erano i sesterzi di bassa taglia (fino a dieci) di rame e poi iniziavano quelli in argento ed infine in oro per grossi valori.

Visto che le monete di piccolo taglio erano di rame (che vale molto poco), automaticamente le monete non avevano più un valore intrinseco pari a quello coniato sopra di esso. Cioè sopra la moneta c’è scritto un sesterzio ma in realtà la moneta in se vale molto meno. Questa differenza (valore coniato meno il valore effettivo o intrinseco) si chiama signoraggio.

Lo stato emetteva queste monete come pagamento per i servizi resi dai cittadini diventando conseguentemente un mezzo per produrre ricchezza. Purtroppo fuori dall’impero le monete costruite con materiali non nobili non avevano alcun valore e, quindi, si commerciava con l’estero solo con monete d’oro e d’argento.

Visto che il signoraggio creava ricchezza nell’immediato, i vari regnanti pensarono bene di applicare tale misura anche alle monete d’oro miscelando quest’ultimo con argento o rame. In pratica, se una moneta doveva essere formata da 20 grammi d’oro, il regnante dava ordine di miscelare 5 grammi di rame insieme a 15 di oro e formare comunque una moneta da 20 grammi.

Il sistema era sicuramente geniale, se non fosse stato per il fatto che i commercianti delle altre nazioni non erano degli stupidi. Considerando che la moneta ha un valore intrinseco inferiore, sarebbero occorse più monete per comprare un determinato bene o servizio. Se prima insomma con una moneta d’oro si compravano 10 anfore d’olio, dopo aver mischiato un quarto di rame insieme all’oro, si sarebbero potute comprare solo 7,5 anfore d’olio con quella “nuova” moneta.

A questo punto 10 anfore d’olio costavano 1,33 “monete d’oro” anziché 1 sola moneta d’oro vero con un evidente ripercussione sul prezzo al dettaglio dell’olio stesso. Moltiplicando questo fatto con tutte le merci importate impose ai cittadini romani di aumentare i ricavi del loro lavoro in modo tale da far fronte all’aumento dei prezzi al consumo. In questo modo nacque la sempre attuale inflazione.

Nei circa 1000 anni di esistenza dell’Impero Romano, l’inflazione ha fatto aumentare il prezzo medio della vita di 25 volte. In realtà, oltre a miscelare l’oro con il rame, vi erano altri elementi che portavano i prezzi ad avere una spinta inflazionistica: il fatto che le monete non in oro erano scambiate all’interno dell’impero come dei loro sottomultipli (cioè se una moneta d’oro valeva 500 sesterzi, non si poteva impedire ad cittadino di andarli a scambiare i sesterzi in rame con quelli in oro) quindi la creazione di tutte quelle monete senza valore intrinseco ma con valore ufficiale contribuivano a far aumentare l’inflazione stessa.

A Cura di Patrizio Messina,
Autore di “Autoconsulenza Finanziaria”

La nascita della Moneta (parte 4/10)

Domenica, Aprile 5th, 2009

Pur con tutti i vantaggi apportati dal baratto rimanevano comunque molti problemi insoluti:
innanzitutto quando si effettuavano commerci con altri villaggi era problematico trasportare con se la moneta di scambio. In secondo luogo, non è detto che essa fosse alla base della dieta dell’altro villaggio (magari non utilizzavano grano ma orzo oppure non era gradita la carne di pecora).

Occorreva a questo punto una merce di scambio che per tutte le popolazioni (da qualsiasi parte del mondo aggiungerei io) fosse accettata a prescindere dalle proprie tradizioni culinarie.

La “moneta di scambio” adottata fu l’oro (considerate che l’evolversi di tutte le idee sopra descritte hanno impiegato secoli e secoli per essere attuate, e nel frattempo l’uomo aveva conquistato la capacità di lavorare i metalli). Rapidamente tutti i popoli hanno basato le loro ricchezze sui possedimenti auriferi. Per facilitarne l’impiego e renderlo quindi un mezzo che avesse proprietà di tipo frazionabile, fu lavorato in modo tale da avere dimensioni piccole e maneggevoli. La forma più comune fu il disegno discoidale vero e proprio antenato delle monete.

Le monete d’oro avevano tutti i vantaggi richiesti per il baratto. Erano frazionabili (anche se per il commercio interno alle comunità era scomodo per via del suo alto valore), non deperivano, venivano accettate da tutti, erano facilmente stoccabili e non presentavano costi per il mantenimento. Ma rapidamente si presentarono i primi problemi:

Ogni comunità dava alle proprie monete forme e pesi differenti quindi era problematico, di volta in volta, stabilire se la moneta di un villaggio valesse più o meno di quella di un altro. Per superare quest’ostacolo, ogni regnante (nel frattempo i villaggi erano diventati molto grossi ed in un territorio erano presenti molti villaggi a formare un piccolo stato) impresse le effigi del proprio regno sulla moneta creando di fatti i primi tipi di conio. I mercanti internazionali avevano quindi una tabella con i rapporti di scambio fra le varie monete (un primo esempio di forex elementare).

I “furbi” però erano sempre in agguato e, visto che le monete avevano un valore coniato riconosciuto dai mercanti, hanno pensato bene di alleggerire le monete per arricchirsi. In pratica, ogni volta che questa moneta passava dalle mani del furbetto, quest’ultimo ne grattava via un po di polvere d’oro in modo tale che, col tempo, potesse avere sufficiente oro per crearne delle altre ed arricchirsi.
Questo malcostume era talmente diffuso da costringere in breve ad una rigida regolamentazione dei conii.

Tutti gli stati (comunità diventate così grande da imporsi su tutte le altre dettando legge) decisero di togliere ai vari “signori” del villaggio la facoltà di creare moneta e se ne arrogarono il diritto. In pratica le monete acquisirono alcune caratteristiche che ne garantivano l’autenticità (un pò come la moderna filigrana):

tutte le monete furono delimitate da un cerchio (o da un altra forma decisa dal regnante) che ne delimitava i contorni e le misure affinché quella fosse riconosciuta valida. E’ logico che se una moneta non presentava tutto il “cerchietto” attorno integro significava che qualcuno avesse asportato dei trucioli d’oro e, quindi, che non aveva più il peso in oro dichiarato (cioè valeva meno). Di conseguenza non avrebbe più avuto il valore comunemente accettato (in pratica, diventavano fuori corso).

Tutt’oggi, nelle monete è ancora presente il cerchietto in rilievo insieme ad una zigrinatura (adottata nel medioevo con l’aumento della tecnologia per vedere se la moneta fosse stata levigata) a retaggio dei vecchi conii storici e sicuramente non perché grattando una moneta contemporanea essa perda di valore (il metallo per formare una moneta attuale non vale praticamente nulla).

A Cura di Patrizio Messina,
Autore di “Autoconsulenza Finanziaria”