relazioni

Come compiere il primo passo per diventare assertivi

Sabato, Febbraio 12th, 2011

L’assertività si fonda su una solida fiducia in se stessi, il che significa conoscersi e apprezzarsi per quello che si è. Facile a dirsi, molto meno facile a farsi.

Il nostro comportamento, il modo che utilizziamo per approcciare gli altri e, in generale, ogni nostra azione sono frutto delle opinioni che abbiamo maturato nel tempo e che spesso si sono formate durante la nostra gioventù come risultato dell’educazione famigliare e scolastica.

Se l’ambiente nel quale abbiamo sviluppato le nostre capacità di socializzazione ci ha fornito validi modelli, equilibrati messaggi di conforto, positivi incoraggiamenti e un clima affettivo sereno, probabilmente diventeremo adulti sicuri e ottimisti riguardo l’esito delle nostre scelte e il nostro futuro.

Ma alcuni messaggi, ricevuti soprattutto durante l’adolescenza, possono aver avuto conseguenze sul nostro comportamento adulto e generato insicurezze profonde legate al concetto di sé. Sono tali insicurezze che, ad esempio, fanno adottare atteggiamenti di finta modestia a fronte di un buon risultato conseguito. Frasi come “non fare il presuntuoso, non essere superbo, la modestia è una grande qualità”, ci possono portare a considerare l’orgoglio come un sentimento dal quale rifuggire, anche quando sarebbe più che giustificato.

Tali condizionamenti possono influenzare notevolmente la nostra capacità di instaurare relazioni interpersonali soddisfacenti. Ad esempio, possono farci attribuire un’importanza eccessiva all’approvazione altrui - dai familiari ai collaboratori – che porterà inevitabilmente ad atteggiamenti di eccessiva arrendevolezza. Il desiderio di piacere agli altri non è di per sé negativo, ma non deve indurci a indossare tante “maschere” quante sono le persone che incontriamo senza mai trovare la forza di esprimerci con naturalezza e originalità.

Il passato non deve essere considerato come la fonte di tutti i nostri guai attuali e non dobbiamo cadere nella trappola di continuare a imputare agli altri le nostre fragilità e ansie. È consigliabile evitare di continuare a guardare indietro e incominciare ad adottare un nuovo punto di vista fondato sul considerare il nostro passato come fonte di esperienza, ricchezza, bellezza, verità e saggezza che ci ha permesso di essere noi stessi.

Per stare bene, dobbiamo provare a orientarci maggiormente al presente, perché è l’unico tempo che abbiamo realmente a disposizione. Se viviamo continuamente volando con la mente attraverso il tempo, ora per ricordare con nostalgia il passato o per rimuginare su qualche errore, ora per preoccuparci del futuro, finiremo per trascorre l’esistenza “assenti”, estraniati dall’unico tempo in cui possiamo in realtà vivere.

Cominciamo con il pensare ogni tanto a noi stessi, non alla guida della nostra auto fermi in mezzo al traffico, ma regalandoci un periodo di tempo per riflettere - in un luogo appartato e confortevole - su come siamo fatti in termini di carattere e personalità, sulla nostra esistenza, sulle scelte che stiamo per compiere, su ciò che desideriamo.

Adottare uno stile di comunicazione assertiva si basa, prima di tutto, proprio su un buon rapporto con se stessi, generato dal conoscersi e dal confidare sulle proprie qualità e positività e, nel contempo, individuare quelle aree deboli della personalità e del comportamento che possono diventare oggetto di miglioramento. Questo lavoro di analisi è necessario per presentarci a noi stessi in una luce favorevole e raggiungere un’intima conoscenza e consapevolezza del proprio valore, purché fondata sulla realtà dei fatti: se fingo di possedere doti che non ho sono vanaglorioso, ma se mi piacciono le doti che possiedo ho solo stima in me stesso.

in definitiva, se non piaci a te stesso lo rivelerai con tutto il tuo comportamento e anche agli altri sarà difficile guardarti in modo favorevole: è il primo passo sulla strada dell’assertività.

A cura di Bruna Ferrarese
Autrice di Comunicazione Assertiva

Come fare per trasformare ogni evento in una risorsa

Mercoledì, Giugno 2nd, 2010

Cecilia MariottoCome posso agire più direttamente sulla mia vita? Quali strumenti ho a disposizione? Cosa cambia?
Queste sono solo alcune della domande della lista di “domande utili” a cui possiamo far riferimento per iniziare a cambiare qualcosa nella nostra vita, ed esserne protagonisti.

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita si è trovato in una situazione complessa, o difficile, in qualsiasi ambito, da quello lavorativo, a quello delle relazioni, a quello familiare. Molto spesso ci capita di trovarci in situazioni talmente labirintiche che facciamo fatica a trovare una via d’uscita.

E’ proprio da questo spunto, che possiamo dire di aver vissuto tutti in prima persona, che è nata in me l’idea di scriverne un ebook. Il mio desiderio è quello di proporre una prospettiva che possa costituire un supporto e una chiave interpretativa degli eventi, e soprattutto uno strumento cha possa aiutarci a trovare il meglio di ogni situazione e trasformarlo in soluzione.

Quale migliore metafora di questa teoria se non gli enigmi?

Quando ci troviamo di fronte ad un enigma ci serve considerare ogni dettaglio, spostare il nostro sguardo, e osservarlo da un punto di vista tutto nuovo, per poterne scoprire la soluzione. Per questo gli enigmi sono parte integrante del testo che propongo.

Trovare le soluzioni è un percorso stimolante, da fare individualmente o in compagnia di amici, di colleghi, o delle persone che ci sono vicino. Confrontare i punti di vista, le soluzioni proposte, le diverse modalità con cui ciascuno considera una situazione è un importantissimo aspetto.

Ognuno di noi può fare tesoro di ciascuna esperienza che fa nella sua vita, darle valore e trasmetterla agli altri. Ciò che è importante è trovare l’elemento su cui possiamo agire per trasformare in meglio ogni evento della nostra vita, naturalmente nel rispetto di noi stessi e di chi ci sta vicino.

Tutto questo diventa quel gradino che ci permette di osservare ogni cosa da un’altra prospettiva, quell’elemento che ci permette di uscire vincenti in ogni situazione, anche quando apparentemente ci può sembrare di avere perso.

Quali sono infatti le caratteristiche che ci colpiscono del Professor Layton, del Dr. House, di Hercule Poirot o di Grissom di C.S.I.?

Cosa li accomuna? E’ essenzialmente la loro capacità di trasformare ogni elemento in qualcosa di rilevante, per raggiungere una soluzione. Sono in grado di trovare soluzioni che possono sembrarci quasi impossibili, eppure raggiungono a pieno il loro obiettivo. Sono tenaci, e anche se i momenti di sconforto si fanno strada sul loro percorso, inevitabilmente, sono in grado di sollevarsi, di guardare avanti, e di far tesoro anche di un momento difficile.

Riuscire a credere in se stessi, aver fiducia di poter trovare una risorsa in ogni evento o esperienza che viviamo è una delle fondamenta per diventare sempre più protagonisti della nostra vita.

A cura di Cecilia Mariotto
Autrice di Usa gli Eventi a Tuo Favore e I Segnali del Corpo

Come capire in che senso abbiamo tanti amici su facebook

Martedì, Febbraio 9th, 2010

Succede tutti i giorni. Accendiamo il computer, ci colleghiamo a Facebook, e scopriamo che Mario Rossi o Angela Bianchi ci hanno aggiunti come amici.

Si tratta spesso di relazioni annacquate, intrecciate con simpatizzanti, aspiranti corteggiatori, semplici conoscenti.

Persone che ci spingono a ridefinire il concetto di amicizia, che non è più un legame affettivo e leale tra affini che si frequentano nel quotidiano.

Sempre più spesso, ci troviamo invece davanti a un contatto collettivo labile, che fa condividere video di Obama, Lady Gaga e Luciana Littizzetto.

Non più incontri vis a vis costituiti da serate, discussioni, reciproche consolazioni. Casomai, un dialogo virtuale fatto di battute tra individui che, quando va bene, si sono visti un paio di volte, ai quali trasmettiamo aggiornamenti sulle nostre vite.

Alla fine però, in questa inflazione di facile cordialità, dove imperversano i BFF, Best Friends Forever, gli amici veri restano tesori anche in tempi di saldi web, proprio perché è la morfologia stessa del nostro cervello a impedirci di legare in profondità con troppe persone.

Secondo una ricerca compiuta da Robin Dunbar, antropologo a Oxford, sarebbero 148, arrotondato poi a 150, il numero massimo di relazioni che si possono ragionevolmente coltivare.

Ciò vuol dire che, nel caso di 50 friends, si familiarizzerà in maniera reciproca e sostenuta solo con 3 o 4 di loro. Nei gruppi di 150 si passerà a 5 o 7. Ma persino chi vanta un pallottoliere complessivo di 500 e oltre, alla fine avrà scambi con 10 o perlopiù 16.

Oltre, sarebbe un pasticcio, nonostante vi siano delle differenze “di genere”. Le donne, ad esempio, parlano di più e coltivano contatti regolari, mentre gli uomini rimandano a quando s’incontreranno al bar.

Viene allora spontaneo chiedersi: quando le amicizie sono ridotte alle dimensioni di un post in bacheca, conservano ancora qualche contenuto? Se abbiamo 700 “amici”, in che senso li abbiamo? Dopo che abbiamo rintracciato l’ex fidanzato, la compagna delle elementari o fatta “amicizia” con il cantante preferito, cosa resta di Facebook?

Poco, verrebbe da dire. O meglio: persone che non sentivi prima e che continui a non sentire dopo; presunti “amici” ai quali non hai mai mandato nemmeno un messaggio, ma che sono lì a mostrare a tutto il “Facebookmondo” che la tua rete sociale è ricchissima.

Il risultato è che sempre più utenti decidono di “suicidarsi”, come si dice in gergo, cancellando il proprio profilo dalla Rete. Altri, con migliaia di amici accettati e altrettanti in attesa di esserlo, sospendono l’attività.
Alla base c’è la convinzione di avere a che fare solo con una vetrina sociale di rapporti falsi, colpevole di far scomparire dalla nostra cultura l’immagine del vero amico, una sorta di anima gemella rara da trovare. In molti giudicano Facebook una fucina di tradimenti, divorzi e violenze, dove il furto di identità si sta diffondendo a una velocità preoccupante.

Di conseguenza, non bisogna stupirsi se i rapporti solidi, sinceri, disinteressati appaiono sempre più in calo. Lo stesso Omero sosteneva che: “Non è tanto difficile morire per un amico, ma trovare un amico per cui valga la pena farlo”.

E voi, siete d’accordo?

A cura di Marina Roveda

Autrice di “Le Regole dell’Amicizia”

Come nasce un conflitto tra individui

Lunedì, Novembre 2nd, 2009

Sapere come gestire i conflitti è una capacità difficile da apprendere e da mettere in pratica, ma è molto importante cercare di svilupparla, poiché essa incide sulla autostima degli individui. Risultare spesso o sempre perdenti, quando si deve fronteggiare un conflitto, deprime la stima che abbiamo di noi stessi, innescando un circolo vizioso che ci porta a vedere il prossimo come un nemico.

Il primo passo per riuscire a sviluppare una buona capacità di gestione dei conflitti è capire esattamente cosa è un conflitto e perché nasce; per conflitto s’intende una condizione nella quale, durante un confronto, uno od entrambi gli interlocutori, nel tentativo di raggiungere i propri obiettivi e di influenzare la controparte, volontariamente o per incapacità, non tengono conto del deteriorarsi dei rapporti interpersonali.

La gestione dei conflitti, di conseguenza, richiede la capacità di mettere in atto accorgimenti, che permettano di raggiungere totalmente o parzialmente i propri obiettivi, senza mettere a rischio le relazioni interpersonali.

La parola conflitto ha, nella nostra cultura, una connotazione negativa, poiché richiama alla mente la guerra, la violenza, i comportamenti aggressivi; è, per contro, possibile con particolari accorgimenti, mantenere buone relazioni personali, anche a fronte di divergenze nelle opinioni, convinzioni, sentimenti e valori del nostro interlocutore, ottenendo, contemporaneamente, rispetto per le nostre idee. Le tecniche di comunicazione, quelle di negoziazione e persuasione aiutano moltissimo ad affrontare le situazioni conflittuali, ma non è sufficiente la volontà di apprendere queste tecniche; occorre anche la determinazione di agire sulla propria personalità al fine di rendere naturale accettare le divergenze come momenti positivi e non come minacce, cioè mettere in atto comportamenti così detti assertivi.

A Cura di Pier Paolo Sposato
Autore di “Come Gestire i Conflitti” e “Capi non si Nasce”