rapporti

Come capire quando l’amicizia è un vero colpo di fulmine

Venerdì, Aprile 30th, 2010

Credete nell’amicizia a prima vista? Quella in cui bastano i primi minuti di conoscenza per “riconoscere” l’altro, decidere se ci assomiglia e creare o meno un legame con lui? Se la risposta è negativa, forse dovrete cambiare idea.

Una ricerca dell’Ohio State University, poi pubblicata sul Journal of Social and Personal Relationships, documenta attraverso l’osservazione di 164 studenti quel meccanismo di “veloce previsione di ciò che si ha in comune” che caratterizza il primo incontro fra due esseri umani.

Indipendentemente dal sesso dell’altro, uguale o meno al nostro, il cervello si mette infatti al lavoro e analizza in pochissimi minuti gli elementi che contraddistinguono la persona che abbiamo davanti, ce li trasmette e provoca in noi gesti a che a loro volta aiutano l’instaurarsi di un rapporto favorevole.

Questa scoperta, che soltanto in apparenza fa parte dell’esperienza comune, è invece destinata, secondo gli scienziati americani, a “sovvertire” tutto ciò che si era creduto fino a oggi sull’amicizia, da sempre ritenuto un sentimento basato, almeno nei casi migliori, sullo scambio duraturo e su affinità profonde.

Intervistando i propri studenti a distanza di tre, sei e dieci minuti in merito alle loro impressioni sull’individuo appena conosciuto, gli psicologi dell’Ohio University hanno rilevato previsioni sulla possibilità di “diventare amici” che, nove settimane dopo, si sono perlopiù rivelate clamorosamente esatte.

Sul piano tecnico, ciò che avviene quando guardiamo per la prima volta qualcuno che non conosciamo si chiama “frame”, cornice. Noi “incorniciamo” l’interlocutore e, molto in fretta, capiamo se può essere nostro amico oppure no da dettagli come i suoi vestiti, il suo modo di parlare o la sua gestualità.

A questo punto, se la decisione è stata positiva, operiamo un “ancoraggio”, e da quel momento in poi cambiare idea non sarà facile, anche perché detestiamo smentirci. In un certo senso, dunque, i primi dieci minuti – in amicizia come in amore – rappresentano una trappola, perché dopo ciò che faremo a livello cognitivo non è altro che cercare di confermare la nostra prima ipotesi.

Su un unico punto è lecito essere dubbiosi: nove settimane sono davvero sufficienti per parlare di amicizia? Personalmente credo di no, visto che si tratta di un vincolo che può essere davvero verificato soltanto in tempi più lunghi, passando attraverso fasi difficili che mettono alla prova ciò che siamo disposti a fare per l’altro.

Bisogna poi chiarire una volta per tutte che la scelta di un amico non è mai affidata al caso come farebbe pensare il concetto del “colpo di fulmine”. E’ invece guidata da fattori socio-culturali e da desideri molto spesso inconsci.

In psicologia si parla non a caso di “errore fondamentale”: noi abbiamo l’impressione che ogni decisione non sia frutto di un condizionamento esterno, ma dipenda da un totale controllo di noi stessi.

In realtà non è affatto così, poiché le nostre scelte sono influenzate da ciò che ci accade intorno. Anche quando si parla d’amicizia.

Voi cosa ne pensate?

A cura di Marina Roveda
Autore di Le Regole dell’Amicizia

Come capire in che senso abbiamo tanti amici su facebook

Martedì, Febbraio 9th, 2010

Succede tutti i giorni. Accendiamo il computer, ci colleghiamo a Facebook, e scopriamo che Mario Rossi o Angela Bianchi ci hanno aggiunti come amici.

Si tratta spesso di relazioni annacquate, intrecciate con simpatizzanti, aspiranti corteggiatori, semplici conoscenti.

Persone che ci spingono a ridefinire il concetto di amicizia, che non è più un legame affettivo e leale tra affini che si frequentano nel quotidiano.

Sempre più spesso, ci troviamo invece davanti a un contatto collettivo labile, che fa condividere video di Obama, Lady Gaga e Luciana Littizzetto.

Non più incontri vis a vis costituiti da serate, discussioni, reciproche consolazioni. Casomai, un dialogo virtuale fatto di battute tra individui che, quando va bene, si sono visti un paio di volte, ai quali trasmettiamo aggiornamenti sulle nostre vite.

Alla fine però, in questa inflazione di facile cordialità, dove imperversano i BFF, Best Friends Forever, gli amici veri restano tesori anche in tempi di saldi web, proprio perché è la morfologia stessa del nostro cervello a impedirci di legare in profondità con troppe persone.

Secondo una ricerca compiuta da Robin Dunbar, antropologo a Oxford, sarebbero 148, arrotondato poi a 150, il numero massimo di relazioni che si possono ragionevolmente coltivare.

Ciò vuol dire che, nel caso di 50 friends, si familiarizzerà in maniera reciproca e sostenuta solo con 3 o 4 di loro. Nei gruppi di 150 si passerà a 5 o 7. Ma persino chi vanta un pallottoliere complessivo di 500 e oltre, alla fine avrà scambi con 10 o perlopiù 16.

Oltre, sarebbe un pasticcio, nonostante vi siano delle differenze “di genere”. Le donne, ad esempio, parlano di più e coltivano contatti regolari, mentre gli uomini rimandano a quando s’incontreranno al bar.

Viene allora spontaneo chiedersi: quando le amicizie sono ridotte alle dimensioni di un post in bacheca, conservano ancora qualche contenuto? Se abbiamo 700 “amici”, in che senso li abbiamo? Dopo che abbiamo rintracciato l’ex fidanzato, la compagna delle elementari o fatta “amicizia” con il cantante preferito, cosa resta di Facebook?

Poco, verrebbe da dire. O meglio: persone che non sentivi prima e che continui a non sentire dopo; presunti “amici” ai quali non hai mai mandato nemmeno un messaggio, ma che sono lì a mostrare a tutto il “Facebookmondo” che la tua rete sociale è ricchissima.

Il risultato è che sempre più utenti decidono di “suicidarsi”, come si dice in gergo, cancellando il proprio profilo dalla Rete. Altri, con migliaia di amici accettati e altrettanti in attesa di esserlo, sospendono l’attività.
Alla base c’è la convinzione di avere a che fare solo con una vetrina sociale di rapporti falsi, colpevole di far scomparire dalla nostra cultura l’immagine del vero amico, una sorta di anima gemella rara da trovare. In molti giudicano Facebook una fucina di tradimenti, divorzi e violenze, dove il furto di identità si sta diffondendo a una velocità preoccupante.

Di conseguenza, non bisogna stupirsi se i rapporti solidi, sinceri, disinteressati appaiono sempre più in calo. Lo stesso Omero sosteneva che: “Non è tanto difficile morire per un amico, ma trovare un amico per cui valga la pena farlo”.

E voi, siete d’accordo?

A cura di Marina Roveda

Autrice di “Le Regole dell’Amicizia”

Un ranocchio può diventare principe

Lunedì, Marzo 23rd, 2009

Alcune sere fa una Beauty Farm ha ospitato, tra attrezzi ginnici e candele profumate,  una ventina di persone raccolte in un’atmosfera molto chic ma ugualmente informale ed intima… il pretesto era la presentazione del libro “Il Condominio” scritto da Claudia Riva, sorella dello storico chitarrista di Vasco.

Un attore recitava alcuni brani del libro accompagnato dalla chitarra egregiamente suonata da Christian, personal trainer appassionato di musica mentre la bella autrice era pienamente partecipe con l’intensa energia che emanava.
Il libro racconta in maniera autobiografica la storia sentimentale di Claudia che lei stessa paragona  ad un condominio in cui colloca ad ogni piano un “fidanzato”.

Una struttura verticale che dallo scantinato la porta al piano terra senza cortile, fino a salire man mano al primo piano con vasto terrazzo e poi ancora… e ancora… si sale… sempre più su perché, come dice lei, ogni storia sentimentale ti permette di fare un passo avanti e quella successiva si concatena e ti fa salire un altro piano ancora.
Claudia rispondeva divertita alle nostre domande di cui alcune di pura curiosità sui suoi trascorsi sentimentali. Ci ha confessato come ogni volta che ha iniziato una relazione, come ad ogni donna succede, vi abbia “creduto” veramente, sperando in fondo che fosse l’ultima… per poi accorgersi che c’è sempre un piano “migliore”.

In qualche periodo della sua vita ha scoperto con un po’ di amarezza di essere in “multiproprietà” e confessa di non essere ancora arrivata all’attico “investimento per la vita”.
Mentre ascoltavo questa ragazza dallo sguardo disincantato ma dal cuore romantico, ho potuto riflettere su questa modalità tipicamente femminile di  “progettare”, “investire” e “migliorare la relazione… proprio come succede per la costruzione di una casa.

Noi donne tendiamo a voler raggiungere la perfezione (ovviamente del tutto soggettiva e personale) nel rapporto, e ancor peggio abbiamo l’intima aspettativa che anche il nostro compagno possa cambiare per diventare realmente quello che noi abbiamo sognato che fosse.

Ovvio che lo facciamo con le migliori intenzioni e sacrosante convinzioni ma i risultati sono quasi sempre deludenti, infatti l’uomo con questo atteggiamento finisce per sentirsi sbagliato ed inadeguato e: o fugge finchè è in tempo oppure si sforza di cambiare veramente ma questo lo rende un po’ goffo e finisce per essere abbandonato dalla donna che in quel momento lo vede privo di personalità.
Ho volutamente esasperato i concetti ma non credo di essermi discostata più di tanto dalla realtà. E mi piacerebbe sapere dai signori uomini: “Ma anche voi credete che ci sia sempre una donna migliore di quella con cui state?”.

A Cura di Stefania Carnevali,
Autorice di “Piacersi per Piacere”

Dalle favole alla realta’

Domenica, Novembre 23rd, 2008

In un’intervista radiofonica il noto psichiatra Vittorino Andreoli ha commentato il moderno modo di relazionarsi o meglio di cercare un approccio con un partner,  tramite chat, annunci e agenzie matrimoniali e delle sempre crescenti difficoltà di costruire una relazione stabile e appagante, lungi dal giudicare questi metodi, ha però affermato che il problema della crisi dei rapporti di coppia nati  grazie a questi metodi sta a monte.

In pratica non è importante il mezzo che si utilizza per cercare un nuovo partner ma il fatto che l’individuo “deleghi” totalmente la riuscita o meno dell’incontro a qualcosa o qualcun altro senza assumersene in prima persona la responsabilità.

In agenzia matrimoniale se non si trova il partner affine la colpa è del consulente che non è riuscito a capire le vere esigenze personali (esempio tipico: a me piace il mare e a lui la montagna, se il matrimonio si rompe è perché “ da quando il computer è entrato in questa casa sono iniziati i nostri problemi, lei chattava sempre e ha trovato il bellimbusto”  per arrivare alle frasi paradossali del tipo “anche il matrimonio non è più quello di una volta!”)

Quindi si cerca un colpevole, un qualcosa  o qualcuno su cui scaricare il fallimento della propria relazione ma così facendo si sposta l’attenzione da sé stessi a qualcosa di esteriore e alla fine il prof. Andreoli  ha focalizzato il vero nocciolo della questione ossia: è l’individuo in  sé  ad avere dei problemi e non: la “coppia”, il partner, il matrimonio, la società, il governo etc etc…

Ha definito gli uomini affetti da sindrome di Peter Pan e le donne da quella della Bella Addormentata…due fiabe per l’appunto ma destinate ad avere, anziché il classico lieto fine  “e vissero felici e contenti”, un epilogo molto meno romantico.
I moderni  Peter Pan  sono:

  1. Il ragazzo dai 30 ai 35  che abita ancora con i genitori e non pensa minimamente a schiodarsi da questa comoda situazione a volte prendendo come alibi il fatto che con i 1000,00 euro al mese non  può sicuramente mantenersi e prolunga per un tempo oltre il dovuto la condizione di “figlio” che ovviamente non è mai pronto ad assumere il ruolo di marito, capo famiglia e genitore e quindi più che una compagna cerca una “mamma”  ma quale coetanea è disposta a prendersi in affido un bamboccione?
  1. L’uomo dai 40 ai 55 anni che dopo un lungo rapporto matrimoniale o convivenza, spesso con prole, si ri-trova single o perché ha casualmente  incontrato una ragazza che gli fa “battere il cuore” come a vent’anni, o perché la compagna l’ha lasciato (spesso di stucco) per un uomo più affascinante coinvolgente e meno noioso (che a sua volta ha lasciato la sua partner). Ma molto spesso (per non dire sempre) la relazione immediatamente successiva a quella storica non è destinata a durare a lungo, proprio perché nata sotto la spinta di un troppo facile entusiasmo o per riempire il vuoto di una solitudine difficile da sopportare.

Quindi questo Peter Pan di mezza età decide di “non soffrire più” volando da un flirt all’altro senza mai effettivamente impegnarsi totalmente, entrando nei rapporti con grandissime riserve mentali che minano già in partenza il coinvolgimento necessario alla riuscita di un rapporto soddisfacente.

Le Belle addormentate sono:

  1. Tutte le donne.

Dentro ogni donna c’è la speranza che con l’arrivo “dell’uomo giusto” la vita sarà  migliore, più colorata e appagante e fino a quel momento si rimane in uno stato di trepidante attesa, insomma si pensa che la vita vera si vivrà solo quando ci sarà il fatidico incontro.

Nel mio ebook “Piacersi per Piacere” ho scritto  dell’analogia con la Bella addormentata  molto tempo prima di ascoltare il prof. Andreoli e suggerisco appunto di non rimanere troppo a lungo addormentate perché il principe arriva quando siamo sveglie.
Come diceva Andreoli  il percorso da fare affinchè  le relazioni affettive e sentimentali possano funzionare è individuale e personale. Come?

Ognuno troverà i modi più adeguati. Può essere sufficiente leggere e mettere in pratica i suggerimenti di alcuni libri e ebook che trattano argomenti inerenti all’autostima, alla seduzione e alla comunicazione.

Oppure affidarsi  ad un esperto coach o counseller e nei casi più complessi ad uno psicologo o psicoterapeuta, oppure iscriversi a corsi e seminari di crescita personale.
Insomma la prima cosa da fare innanzi tutto è assumersi le proprie responsabilità e capire che per migliorare i rapporti di coppia, oggi diventati quasi impossibili da sostenere, non è assolutamente utile dare la colpa alle situazioni, alle cose, o agli altri.

Quindi se vi accorgete di pronunciare qualcuna delle seguenti frasi:
“Io non credo più nel matrimonio”, “…tanto l’amore non è eterno…”, “Tutti gli uomini sono uguali”, “tutte le donne prima o poi rompono…”, “La colpa è sua perché è cambiato/a”…

Attenzione, state cadendo nella trappola di attribuire a qualcosa al di fuori da voi la responsabilità della riuscita o meno di un progetto d’amore.
Altra cosa fondamentale è uscire il più velocemente possibile dal vicolo cieco dei sensi colpa spostando la propria attenzione alla ricerca della conoscenza di voi stessi.

A Cura di Stefania Carnevali,
Autrice di “Piacersi per Piacere”