opzioni

Come scegliere il campo di battaglia: Market e Stock picking

Giovedì, Settembre 3rd, 2009

Ben ritrovati cari lettori di questo blog. E’ un bel po’ che non scrivo per voi, ma ricordate che sono sempre rintracciabile sul mio sito qualora avesse delle perplessità o dei quesiti da propormi. I mesi che ci siamo appena lasciati alle spalle sono stati davvero caratteristici per i mercati finanziari.

Abbiamo attraversato il centro di una tormenta in piena regola, siamo arrivati a toccare il fondo della recessione, per poi assistere ad un timido rinvigorimento del mercato, ma da qui a parlare di ripresa ancora ce ne vuole. Rimango fedele alla mia analisi fatta ad inizio primavera, secondo la quale la resurrezione dei “tori” vera e propria non si avrà prima dell’inizio del 2010.

La recessione ha scatenato tutta la sua potenza dopo la grande caduta delle borse dandoci un assaggio della sua forza attraverso periodi di fortissima volatilità. Quest’ultimi sono stati momenti di grande gioia per molti trader e momenti di grande tristezza per altri. Il grande trasferimento di ricchezza, una delle ragioni d’essere della recessione, è già avvenuto.

Attraverso un buon uso delle opzioni è stato possibile tirar su dei guadagni da capogiro, ma nulla di così semplice. Infatti coloro che sono usciti vittoriosi da questa fase di mercato non potevano che essere degli investitori altamente competenti e motivati, non certamente dei principianti.

Questo è stato anche uno dei motivi per cui non ho scritto in questi ultimi mesi, proprio perché non era assolutamente opportuno invogliare delle persone inesperte a gettarsi nel mercato, nel vortice della recessione. Perché se pur sia vero che le opportunità di guadagno ci sono state, e anche vero che ci sono stati collassi patrimoniali veri e propri. Insomma un clima non favorevole ad una persona che da poco ha acquistato un ebook e che desidera, spinto da uno spirito avventuroso, confrontarsi a seguito della fresca informazione acquisita.

La recessione è ancora in atto, è ancora più che mai nell’economia, ma non possiede lunga vita. Questo è il momento più opportuno per studiare e apprendere, nonché effettuare delle simulazioni, in maniera tale che il clima meno ostile della futura ripresa sarà una grande opportunità di guadagno anche per coloro che non hanno fatto del trading il loro pane quotidiano.

Dopo questa dovuta introduzione diamo un senso a questo post. Cercheremo di rispondere ragionevolmente alla domanda:-“Che caratteristiche dovrebbe possedere un titolo per essere lavorato con le opzioni?”.

Per un uso proficuo delle opzioni è necessario operare in un mercato sufficientemente liquido e sufficientemente volatile. Il mercato azionario soddisfa pienamente queste due qualità. Ma vediamo in dettaglio in che cosa consistono queste due qualità, che poi corrispondono alle stesse qualità che ogni titolo dovrebbe possedere per essere scelto (stock picking) e diventare parte della nostra lista “preferiti”.

La liquidità rappresenta la rapidità da parte di un contratto di essere convertito in moneta. La liquidità è un indice fondamentale di efficienza di un mercato, perché in un certo senso misura la libertà che un operatore possiede di compiere incondizionatamente le proprie azioni di compravendita, il che è importantissimo. La liquidità è strettamente correlata a due variabili, una sono i volumi di scambio, che a sua volta dipendono dal numero degli operatori attivi nel mercato e dal volume del flottante che le aziende detengono tra i pubblici investitori. L’altra variabile è costituita dalla capitalizzazione delle imprese trattate nel mercato.

Alla luce di tutto ciò è semplice intuire che maggiori sono i volumi e la capitalizzazione di un titolo o contratto e altrettanto maggiore è la sua liquidità. Un titolo liquido è perciò maggiormente adatto alla speculazione. La seconda grande qualità di un titolo è la sua volatilità. La volatilità è una grandezza che esprime l’ampiezza delle oscillazioni del prezzo di un titolo. Per intenderci un mercato volatile si muove in verticale, mentre un mercato in congestione si muove orizzontalmente.

E’ semplice, per guadagnare attraverso la speculazione mobiliare dobbiamo scegliere titoli che si muovono. Persino le opzioni possiedono un valore in base alla quantificazione della volatilità su di un titolo. La volatilità è strettamente dipendente da tre variabili: il prezzo unitario, i volumi di scambio ed il leverage del titolo.

Il prezzo influenza molto la volatilità, infatti maggiore è il prezzo e maggiore risulta essere l’escursione dei valori. Il prezzo a sua volta dipende da altri due fattori fondamentali, ossia il P/B ed il P/E. Il P/B (price to book) qualifica il prezzo in relazione alla consistenza del patrimonio di un’impresa, mentre il P/E (price to earnings) qualifica il prezzo in relazione al volume degli utili prodotti. Per quanto concerne i volumi siamo ora di fronte ad una specie di correlazione inversa. In realtà non esiste alcuna correlazione biunivoca ufficiale tra volatilità e volumi, ma nella maggior parte dei casi una diminuzione dei volumi comporta molto spesso un “allargamento” degli spread ed un aumento di volatilità, quest’ultima infatti oscillerà in maniera molto difficile da prevedere. Infine il leverage. Maggiore è il leverage di un’impresa e maggiore è la sua instabilità, dovuta al suo stato di indebitamento, quindi risulta essere estremamente suscettibile e sensibile alla psicosi di mercato.

Da sottolineare che a tutte queste variabili che influenzano la liquidità e la volatilità di un titolo va aggiunta la grande variabile psicologica caratteristica dell’irrazionalità dei mercati.

Perciò veniamo alla fine del discorso dicendo che il titolo o il mercato ideale deve possedere un’alta liquidità, anzi più è alta e meglio è. Lo stesso però non può essere detto per la volatilità. Infatti la volatilità deve attestarsi su valori medio-alti. Una volatilità bassa non permette grandi profitti, ma anche un’altissima volatilità può essere un problema, dal momento che riduce drasticamente la liquidità dei titoli, e quindi compromette seriamente il livello delle negoziazioni attraverso un allargamento degli spread, dando un carattere fortemente rigido all’intero sistema di compravendita.

Ora è possibile capire come è vantaggioso operare in mercati molto sviluppati come quello USA, dove è semplice far trading su una marea di titoli o contratti che rispettano le sopracitate qualità. Personalmente non opero nel mercato italiano per via della sua scarsa liquidità.

A sua volta ciò è dovuto principalmente alla scarsità di imprese altamente capitalizzate, al basso numero di operatori (sono già pochi nel mercato azionario, figuriamoci in quello dei derivati) e all’inconsistenza dei flottanti che nei casi più gravi non superano neanche il 50%, dando al mercato un carattere “chiuso”, molto simile ad un sistema feudale, dove le proprietà tengono ben strette avidamente le proprie quote senza renderle disponibili sul mercato, minando proprio per questo motivo anche le espansioni delle capitalizzazioni.

Il nostro mercato è talmente arretrato e chiuso a livello di governance e capitalizzazione rispetto al resto dei paesi super industrializzati, che la recessione, senza entrare nei particolari, appena ci ha sfiorato, come fossimo stati protetti da una specie di cuscinetto. Aprendo i telegiornali si sente della buona reazione del sistema italiano, ma in realtà non abbiamo sentito gran che il peso della recessione proprio per via dell’anelasticità del mercato nei confronti dei cicli economici internazionali.

Ovviamente il ridotto peso della recessione nei nostri confronti, dal punto di vista di consumatori e lavoratori, è una cosa positiva, ma scordatevi durante la ripresa, e oltre, di guadagnare in questo mercato quanto guadagnereste nel mercato USA, un mercato caratterizzato da un eccellente rapporto liquidità/volatilità, e quindi ricco di opportunità.

A Cura di Giovanni Romano,
Autore di “Il Professionista delle Opzioni”

Effetto “ritardato” dei tassi di interesse

Sabato, Aprile 4th, 2009

La politica monetaria di un paese, o di una comunità di stati, è completamente gestita dalle banche centrali. Le banche centrali hanno due poteri fondamentali, poteri che possiedono un gran peso macroeconomico, e che influenzano le interazioni e le interdipendenze tra i mercati (intermarket analysis). I due poteri di cui le banche centrali dispongono sono: variare il tasso di riferimento e stampare nuova moneta. A questo punto siamo di fronte a dei parametri che sono in grado di influenzare l’intero apparato economico e finanziario di un sistema sociale.

Lo scopo delle politiche monetarie è raggiungere l’equilibrio tra la domanda e l’offerta di moneta. La domanda di moneta è influenzata dal reddito (y) degli operatori sociali, unico parametro non controllabile dalle banche centrali, e dai tassi di interesse (i), mentre l’offerta di moneta (m) dipende dalla quantità di nuovo denaro immessa nel mercato, infatti ogni qual volta si stampa nuovo denaro la banca lo inserisce nel sistema acquistando titoli nel mercato finanziario (al contrario il ritiro di denaro dal sistema lo si effettua liquidando gli stessi titoli che la banca centrale possiede in portafoglio). L’equilibrio si raggiunge perciò “giocando” correttamente con tassi e offerta monetaria. Un aumento dei tassi necessita una riduzione dell’offerta monetaria per avere l’equilibrio del sistema, mentre una diminuzione dei tassi necessità l’aumento dell’offerta monetaria.

Su questo itinerario è semplice confondersi, ed intuire che un aumento dei tassi provochi deflazione, mentre una riduzione dei tassi provochi inflazione. In realtà non è proprio così, infatti è esattamente il contrario, e la spiegazione di ciò è che le politiche monetarie della banca centrale (causa) non si manifestano istantaneamente sul sistema, ma il loro effetto è riscontrabile solo retroattivamente ed in maniera del tutto ritardata. Infatti se ci pensate noi in questo momento ci troviamo in un periodo di deflazione profonda, ed i tassi sono ai minimi storici.

Ma l’effetto deflazione è stato provocato dalla politica delle banche dell’estate scorsa, quando i tassi erano alle stelle ed il ritiro di denaro è stato notevole. Ora per vedere gli effetti di questa nuova politica a tassi ridottissimi ci vorrà più o meno la fine del 2009. Mi trovo perciò perfettamente d’accordo con l’opinione del governatore federale della FED, Jaffrey Lacker, secondo cui il tramonto del 2009 segnerà la fine della recessione e l’inizio della ripresa. Anche se non condivido la bizzarra politica dei tassi, a mio avviso troppo ridotti, si parla di una riduzione eccessiva fino a 0-0,25%, e che affatica il mercato dei corporate bond e treasury bond (fonte di finanziamento primaria delle imprese pubbliche e private).

Comunque per approfondire l’argomento ho scritto un esaustivo articolo per trend-online.com (sito collaboratore di yahoo finanza) e vi invio il link, http://www.trend-online.com/?stran=izbira&p=prp&id=212480 . Si tratta di un’analisi macroeconomica che troverete di certo utile per farvi un buon quadro generale della situazione economica internazionale.

A Cura di Giovanni Romano,
Autore di “Il Professionista delle Opzioni”

Mercati, operatori & opzioni

Giovedì, Marzo 5th, 2009

Salve cari lettori. In questo post voglio farvi una panoramica del mercato finanziario e dei suoi operatori, fino ad arrivare alle opzioni finanziarie viste in tutto il loro splendore.
Possiamo definire il mercato finanziario il luogo dove è posta in essere la compravendita di strumenti finanziari. La ragion d’essere del mercato finanziario è ovviamente la moneta ed il suo valore, il cui andamento dipende dal mercato internazionale delle valute (forex). Parallelamente al mercato finanziario si muove anche la borsa merci, dove sono quotati i commodity futures, ossia dei derivati molto simili a polizze di deposito che assicurano  la disposizione su uno stock di merce.

Il forex e la borsa merci non sono oggetto della nostra operatività, piuttosto ce ne serviamo per elaborare delle analisi macroeconomiche ed intermarket molto utili a fini previsionali. La nostra attenzione si pone sulla borsa valori, il cui centro è lo scambio di partecipazioni ed obbligazioni. Le partecipazioni sono le comuni azioni, dove gli acquirenti diventano soci e finanziatori interni, mentre le obbligazioni sono delle emissioni  di debiti da parte delle società, infatti un obbligazionista diviene finanziatore esterno e creditore della società stessa.

Un ulteriore importante ramificazione del mercato finanziario sono i mercati dei derivati. Nei mercati derivati si scambiano strumenti finanziari derivati da determinati sottostanti scambiati nel mercato secondario. I derivati più importanti sono i futures e le opzioni.
Ora che abbiamo definito grosso modo quelli che sono i principali strumenti finanziari, passiamo in rassegna i diversi operatori. Il prima tipologia è costituita dai risparmiatori, quest’ultimi sono spesso acquirenti delle obbligazioni, in quanto amano investire i soldi al sicuro (infatti sono definiti anche cassettisti) e con un rendimento accettabile nel lungo periodo.

Poi ci sono gli investitori, essi sono spesso azionisti, i quali sono consapevoli di accollarsi i rischi di impresa, ma che sul medio o lungo periodo possono beneficiare al contempo di probabili rendimenti più consistenti rispetto agli obbligazionisti a seguito dell’apprezzamento delle azioni e della cessione di eventuali dividendi. Infine come terza categoria ci sono gli speculatori, ossia degli operatori che investono nel mercato nel breve termine attraverso strumenti derivati che sfruttano la leva finanziaria. A questo punto siamo di fronte alla figura del trader vero e proprio,  e cioè la posizione più rischiosa e allo stesso tempo potenzialmente più remunerativa che esiste nel mercato.
Ora personalmente, sin dal mio approccio con il mercato finanziario capì che ero molto attratto dai guadagni consistenti e protratti nel breve periodo. Così mi trovai di fronte ad un bivio, e cioè se era meglio specializzarmi nei future o nelle opzioni. La mia scelta è ovvia, ed i miei maestri mi ci fecero arrivare con ragionamenti concreti e pratici.

Infatti io in quanto giovane e particolarmente poco solido a livello patrimoniale, mi resi conto che i future non facevano per me. Infatti essi se tenuti sino alla scadenza precludono l’obbligo di esercizio del lotto, e non solo, essendo strumenti di contrattazione a margine la potenziale perdita può protrarsi molto oltre il capitale investito.
Così ho approfondito lo studio sulle opzioni e  capii presto che le opzioni erano davvero una rivoluzione, perché inglobano tutti i vantaggi dei future scartandone tutti i pericoli connessi. Infatti le opzioni nonostante abbiano un bel effetto leva paragonabile a quello dei future, non precludono l’obbligo di esercizio, ed il capitale di rischio si ferma a quello investito ed usato per aprire la posizione. Come già detto all’inizio della mia carriera non avevo molti soldi, così mi specializzai nelle opzioni, ma fu la scelta migliore della mia vita, perché ancora oggi, che a livello finanziario sto molto bene, continuo ad operare con le opzioni, perché i future non mi hanno soddisfatto e sono molto meno flessibili in termini strategici rispetto alle opzioni.

Le opzioni possono avere come sottostante azioni, indici, valute, merci o tassi. Restrinsi ancor più il campo di analisi specializzandomi nelle opzioni su azioni (stock option). Infatti le opzioni su azioni sono in assoluto le migliori in quanto forniscono spunti fortemente concreti di analisi.

Ora chiudo rinfrescandovi il concetto di opzioni e sintetizzando il più possibile. Le opzioni possono essere o europee o americane. Io sono un operatore in opzioni americane, questa tipologia di opzioni si differenziano da quelle europee per il fatto che possono essere esercitate anche prima della scadenza. Come si può comprendere le opzioni americane sono perciò molto più flessibili rispetto a quelle europee, così non ho dubbi su quale tipologia usare. Le opzioni possono essere di tipo Call o Put.

Un’opzione Call costituisce il diritto, ma non l’obbligo, di acquistare entro una certa scadenza 100 azioni ad un prezzo prefissato detto strike price, e pagando un corrispettivo premio. Badate bene che ho detto il diritto, ma non l’obbligo, infatti il compratore di un’opzione giunta alla scadenza, potrà scegliere se esercitare o rinunciare al suo diritto.
Un’opzione Put invece costituisce il diritto, ma non l’obbligo, di vendere entro una certa scadenza 100 azioni ad uno strike price prefissato e pagando un corrispettivo premio.
Il compratore di un’opzione Call ha aspettative rialziste, mentre il compratore di un’opzione Put ha aspettative ribassiste.
Con un opzione Call o Put che sia, si ha a disposizione un contratto che controlla 100 azioni, perciò ogni variazione del sottostante deve essere moltiplicata per 100.

Infatti ammettiamo di possedere un’opzione con strike 70$, e dopo averla acquistata, e nello stesso giorno, il sottostante varia da 70$ a 75$. Se avremmo posseduto una sola azione avremmo guadagnato solo 5$, ma con un’opzione la variazione deve essere moltiplicata per 100 volte, così in questo caso avremmo guadagnato, senza tener conto di particolari calcoli matematico-finanziari, circa 500$!
Approfittate di questi giorni di promozione, per pochi euro potete entrare in possesso di un ebook davvero completo e che vi guiderà verso i vostri primi profitti.

A Cura di Giovanni Romano,
Autore di “Il Professionista delle Opzioni”

Fischioni & Straddle

Giovedì, Febbraio 5th, 2009

Ben ritrovati stimatissimi lettori di questo blog, come promesso nel precedente articolo oggi vi farò conoscere la vera forza delle opzioni finanziarie, ed in particolar modo esamineremo due strategie differenti, una direzionale ed una neutrale. Le strategie che vi presento sono due:

1 il fischione
2 la straddle
Cominciamo con il fischione. La strategia ve la propongo così come è riuscita al sottoscritto nell’ottobre del 2008. Ho avuto l’occasione di eseguirla altre volte dopo tale data, ma quella di ottobre è stata davvero eccezionale, e ve la voglio proprio far vedere. Ci tengo inoltre a dirvi che io come qualunque trader che si rispetti possiedo un piccolo diario del trading, in cui vengono annotate tutte le operazioni eseguite, così  non ho fatto altro che sfogliare a ritroso nel tempo sul mio diario, e ho scovato proprio questa operazione.
Cominciamo nel dire in che cosa consiste il fischione.

Il fischione è una strategia direzionale che preclude la ricerca di titoli che hanno avuto una forte variazione percentuale di prezzo (percent change), infatti in teoria dopo una violenta variazione il titolo nei giorni seguenti subisce un rafforzamento della tendenza, soprattutto se si tratta di rotture tecniche importanti, così la strategia si snoda attraverso l’acquisto di opzioni out of the money poco costose.

E’ particolarmente semplice da applicare, e può essere sia rialzista che ribassista, nel nostro caso concreto si tratta di un fischione ribassista. Premetto che esistono strategie più redditizie di questa, ma precludono le doti di un buon analista, ma questa è davvero semplice, perché quando si verifica una percentuale di variazione ampia giustificata da una rottura importante è ovvio che il prezzo continuerà a scendere anche senza la necessità di analizzare il trend storico, così vediamo cosa succede. Nel nostro caso siamo di fronte a Google Inc.

Come si può osservare il titolo era incanalato in un sistema di supporto e resistenza dinamico da molti mesi, e il 4 ottobre il titolo sfonda la trendline inferiore (supporto) con un forte breakway gap che conferisce al titolo una variazione quasi del 9% accompagnata da volumi di scambio crescenti ed elevatissimi. Era evidente quindi quanto era forte la pressione di coloro che volevano vendere. Comunque dopo il verificarsi del breakout ho preso posizione subito dopo l’apertura acquistando 5 put con strike 340$ (fortemente OTM) e scadenza ottobre per un premio pari a 380$ ad opzione, perciò un investimento totale pari a 1900$. La situazione poteva essere così sintetizzata:

Buy 1 GOOG OTT08 340 PUT (3.8)
Costo: 380$ ad opzione
Punto di pareggio: 336.2$
Massimo rischio: 380$ ad opzione
Profitto massimo: ILLIMITATO
Come da programma il titolo è sceso per i prossimi 4 giorni fino a circa 328$, e giorno 8 ottobre alle ore 9 e 30 ho chiuso la posizione, la situazione era la seguente:
Profitto: 820$ per opzione, perciò in totale 4100$.
ROI:  215%

Riassumendo, con un investimento di 1900$ ho prelevato un profitto di 4100$, ottenendo un rendimento del 215% in 4 giorni lavorativi.
Il fischione è una strategia sicura, ma in realtà se ci pensate io sono entrato in ritardo, e cioè subito dopo la rottura, in quanto lo preclude proprio la stessa strategia, però vi dico che si poteva ottenere molto di più applicando la strategia long put ancora prima del sorgere del gap down, ottenendo in quel caso un profitto intorno al 400% ed oltre. Perciò se siete alle prime armi accontentatevi di profitti del 200%, quando le vostre doti da analista saranno adeguatamente sviluppate potete pensare a maxi rendimenti del 400% in su.
Passiamo ora alla straddle.

La straddle a differenza del fischione è una strategia neutrale. Con questa strategia siete in grado di prendere profitto qualunque sia la direzione del mercato purchè si muova con una certa consistenza. Sì avete capito bene, non importa se il titolo sale o scende, basta che si muova violentemente e prenderete profitti. La strategia consiste nell’acquistare una call ed una put contemporaneamente, con lo stesso strike at the money e con la stessa scadenza. Perciò a differenza del fischione, in cui ci muoviamo dopo l’esplosione del trend, in questo caso dobbiamo anticiparlo, come si fa?

Ci sono due modi, uno tecnico ed uno fondamentale. Quello tecnico riguarda le compressioni di volatilità (squezee) osservabili utilizzando le bande di Bollinger, e  se ben ricordate ve ne aveva già parlato su questo blog lo stimatissimo collega Nicola D’Antuono. Comunque in parole povere un’eccessiva compressione di volatilità è segno di un’esplosione imminente, solo che non sappiamo in che direzione, ma a noi non interessa perché utilizzeremo la straddle, e guadagneremo in entrambe le direzioni. Il metodo fondamentale invece consiste nell’identificare la data della dichiarazione degli utili trimestrali, e ciò è possibile visitando il sito www.earnings.com, all’interno vi basterà digitare il ticker o codice dell’azienda (nel mio ebook vi fornirò i ticker più importanti) e osservare la data degli utili. In corrispondenza della data degli utili il mercato è nervoso e davvero senza pietà, e cioè se gli utili hanno dichiarato un rendimento nel margine delle aspettative allora salirà a dismisura, ma Dio non voglia che abbia deluso gli investitori, perché in quel caso cadrà nel vuoto.

Quindi in corrispondenza degli utili il prezzo del titolo quasi sempre esplode o a rialzo o a ribasso, ma a noi di questo non importa nulla, infatti basta che si muova, applicando la straddle non ci interessa la direzione che prenderà il mercato, ecco perché è neutra.
Vediamo ora un gran caso concreto. Qui sotto c’è il grafico del Chicago Mercantile Exchange Group Inc. Come si vede è possibile applicare due straddle. La prima sulla compressione di volatilità, e la seconda sulla dichiarazione degli utili di ottobre.

Nel primo caso ho agito acquistando una put ed una call il 15 settembre con strike 335$, per un valore complessivo di 2700$. Il punto di pareggio superiore era situato a 362$. Dopo l’esplosione il titolo è schizzato a quota 405$. Così la mia call si è apprezzata a tal punto da coprire totalmente il costo della put e in maniera sufficiente da farmi ottenere un profitto di 4300$, pari cioè al 159% dell’investimento.

Nel secondo caso, come si può notare gli utili hanno largamente deluso le aspettative degli investitori, ed il titolo è precipitato. Avevo comprato una call ed una put con strike 360$ con scadenza ottobre prima della dichiarazione degli utili e pagando complessivamente 3600$. Il punto di pareggio inferiore era a 324$. Dopo il tonfo ho rivenduto la mia opzione put con un profitto dell’intera operazione pari a circa 9000$, cioè il 270% dell’investimento.

Avete visto che profitti? Ma non crediate che sia facile, perché per arrivare a questi livelli occorre almeno un anno di studio con relativa pratica, garantito. Applicando le conoscenze che apprenderete nel mio ebook sarete condotti verso il sentiero giusto, ma la grinta per percorrerlo dovete tirarla fuori voi. Molti fanno seminari e acquistano libri, e già dopo una settimana o anche solo un mese, dicono: “questa roba non funziona!”. Se il trading era una disciplina facile eravamo già tutti multimilionari, ma non è così, con il trading si guadagna davvero tanto, ma occorre saperci davvero fare, perciò dovrete fare molto tirocinio prima di potervi comprare la BMW o la Maserati in contanti.

Le strategie viste in questo articolo non sono altro che due delle tante. Infatti esistono pure altre strategie non direzionali come la calendar spread in si guadagna se il mercato sta fermo o se si muove in un trading range. Oppure ancora con il credit spread è possibile guadagnare sia dalla lateralità che da una delle due direzioni contemporaneamente.

Ci sono tutte le possibili combinazioni, e sarete in grado di far trading con 2 direzioni coperte su 3, e se a questo ci aggiungete le doti di un buon analista avrete le probabilità largamente a vostro favore, e allora i guadagni saranno davvero illimitati. Un’altra cosa, non preoccupatevi se per ora non capite alcuni termini come “in the money”, “out of the money” o altro, con il mio ebook si parte da zero, e cioè da che cosa sono le opzioni e da che cosa è composto il loro valore, alle più sofisticate strategie operative e tecnico-analitiche.
Ben presto la recessione finirà, inizierà un nuovo ciclo, la ripresa, perciò cercate di farvi trovare pronti, perché i soldi veri nel trading si fanno sempre al principio delle tendenze.

A Cura di Giovanni Romano,
Autore di “Il Professionista delle Opzioni”

Market Profile

Giovedì, Gennaio 22nd, 2009

Salve cari lettori, oggi, dal momento che nel precedente articolo vi ho presentato l’intermarket analysis, vorrei proporvi un nuovo strumento di analisi, e dal momento che è uno studio incentrato sulla valutazione del mercato in generale, personalmente lo inserisco nella cassetta degli indicatori macroeconomici, andando così a completare il quadro dell’analisi macro.

Lo strumento di analisi in questione è il market profile. Il market profile come la stessa nomenclatura fa intuire, è lo studio della salute del mercato azionario e del suo futuro andamento, tenendo conto di macro-indicatori come gli indici di  mercato. Siamo operatori in opzioni USA, e come tale ci interesseremo della salute del mercato statunitense tenendo conto dei principali indici azionari, tra cui:

Dow Jones Industrial Average
Dow Jones Trasport  Average
S&P 500
Nasdaq 100
Russel 2000

Il Dow Jones Industrial Average unisce i 30 titoli industriali più forti del mercato, similmente al Dow Jones Transport Average, che invece unisce i 20 titoli di trasporto più forti. Poi abbiamo l’S&P 500 che raggruppa i 500 titoli più capitalizzati del mercato, infatti e uno dei più importanti indici in quanto ci tiene costantemente aggiornati sulla salute del mercato con il monitoraggio costante ed in tempo reale della capitalizzazione di mercato.

In seguito c’è il Nasdaq 100, che raggruppa le 100 società tecnologiche più importanti. Infine c’è il Russel 2000 che raggruppa le 2000 aziende small cap più forti, quest’ultime spesso scambiate nell’American Stock Exchange.
Detto tutto ciò ora è possibile addentrarci e capire il market profile. Da premettere che se quest’ultimo è utilizzato insieme all’intermarket analysis, ci mette di fronte ad una grande visione di insieme che ci porterà sicuramente dei grandi vantaggi.

Lo studio combinato e di confronto tra gli indici azionari, detto index benchmarking, può darci degli eccezionali segnali anticipatori. Partiamo dal presupposto che il Dow Jones è l’indice per eccellenza, e misura la forza dell’economia in generale, dal PIL alla potenza del mercato.

Ma esiste comunque una condizione, e cioè che affinchè il mercato sia rialzista, e vi rimanga in maniera duratura e forte,  è necessario che entrambi gli indici sia il Dow industriale che il Dow trasporti viaggino a rialzo, questa  è una condizione importante, infatti una loro divergenza può far pensare ad indebolimenti di trend o ancor peggio ad un mercato fiacco e privo di forza. Il ragionamento speculare vale nel caso di un mercato ribassista, e cioè per far si che l’andamento del trend sia confermato a ribasso, entrambi gli indici devono essere “puntati” all’ingiù.

L’S&P 500 è il termometro del mercato, esso misura cioè lo stato di salute e il grado di liquidità presente a Wall Street. Esso va utilizzato in combinazione con il Nasdaq 100 e il Russel 2000. Infatti un mercato trending mostra sempre una concordanza tra questi tre indici. Mi spiego meglio.

Se ad esempio ci trovassimo in un rialzo dell’S&P 500, esso sarà autentico solo se  i tecnologici (Nasdaq 100) lo sostengono, dal momento che rappresentano un’importantissima fetta dell’indice stesso e dell’economia americana in generale.  D’altro canto occorre pure che, affinchè il rialzo sia sicuro e duraturo, le small cap (Russel 2000) sostengano il rialzo, donando al mercato una base fortemente espansiva e di liquidità crescente.

In ultima analisi, è importante dire che affinchè il mercato si presenti in salute ed in netta salita, è necessario che il Dow Jones e l’S&P 500 viaggino nella stessa direzione, altrimenti sarebbe un grosso segnale di debolezza anticipatorio di un’inversione di tendenza.

Per concludere voglio precisare che se pur noi operatori in opzioni non operiamo direttamente nel mercato azionario, e cioè né nel NYSE e né nel NASDAQ, bensì nei mercati dei derivati, per la maggior parte dei casi nel mercato di Chicago (CBOE), è necessario comunque studiare ed analizzare i mercati azionari, in quanto essendo le opzioni dei derivati delle azioni, è ovvio che il loro valore dipende dall’andamento dei mercati azionari.

A cura di Giovanni Romano,
Autore di “Il Professionista delle Opzioni”

Intermarket analysis: metodologie e applicazioni

Martedì, Gennaio 13th, 2009

Salve cari lettori, oggi vi scrivo il primo articolo dell’anno, e proprio in tale occasione vorrei parlarvi di un argomento totalmente nuovo; si tratta di un’ulteriore analisi, che ha un nome diverso ma che io classifico come strumento macroeconomico: si tratta dell’intermarket analysis.

L’analisi intermarket consiste in uno studio complessivo di tutta la Borsa e del mercato economico in generale. E’ come un’analisi benchmarking, solo che invece di mettere a confronto singoli titoli o indici si mettono a confronto interi mercati. Ad esempio, verificando il semplice andamento del mercato delle valute si può facilmente intuire l’andamento delle commodities, in quanto sono strettamente dipendenti l’uno dall’altro.

Iniziate a capire ora di cosa si tratta? In parole povere il mercato visto in un contesto generale è l’insieme di più mercati inter-operativi, e in quanto tale questi mercati si influenzano a vicenda a seconda del loro andamento. Infatti un mercato in salute conserva sempre un certo equilibrio tra i suoi organi, mentre un mercato in crisi si riconosce dal totale disequilibrio delle parti.

Gli elementi da tenere sempre d’occhio sono:

  1. L’andamento dei tassi di interesse;
  2. Il dollaro USA;
  3. Il mercato delle commodities;
  4. Il mercato obbligazionario;
  5. Il mercato azionario.

Ognuno di questi mercati è strettamente connesso l’uno con l’altro, e l’andamento di uno può influenzare anche drasticamente quello di un altro. L’intermarket analysis fornisce importantissime previsioni, e può permettere all’operatore di intuire preventivamente delle controtendenze importanti. Oltre a ciò l’intermarket analysis può dare degli ottimi segnali di timing sia ad operatori in opzioni, sia ad operatori in azioni.

Si tratta di un’eccellente analisi per capire la logica del mercato e con quale cognizione di causa esso globalmente si muove, perché se pur un individuo è un operatore a breve termine, deve comunque capire cosa sta sotto l’euforia del mercato, altrimenti è come giocare alla cieca, e a dir la verità anche come un dilettante.

Ora ci concentreremo più approfonditamente sui rapporti tra questi mercati e come si influenzano reciprocamente. Io definisco gli amministratori delle banche centrali i sovrani della finanza nazionale, nel caso della Federal Reserve USA i sovrani della finanza mondiale. Ciò perché le banche centrali hanno il potere di variare il tasso di riferimento, che a sua volta influenza i tassi interbancari e i tassi di interesse al pubblico retail.

La variazione dei tassi di interesse ha inevitabilmente un impatto positivo o negativo per il mercato delle valute, e precisamente un aumento dei tassi di interesse secondo la teoria tradizionale (lasciando perdere le teorie dei monetaristi) provoca una diminuzione del potere d’acquisto del dollaro, mentre al contrario una diminuzione dei tassi provoca un aumento del potere d’acquisto del dollaro. Per verificarlo basta prendere in considerazione l’andamento del tasso di riferimento e l’Us Dollar Index oppure il cambio USD/EUR.

A sua volta il dollaro influenza il mercato della Borsa merci. Infatti prendendo in considerazione ad esempio l’indice della Goldman Sachs, ossia il Goldman Sachs Commodity Index, che raggruppa  un totale di 22 merci, quest’ultimo si muoverà nella direzione opposta a quella dell’Us Dollar index. Così ad un aumento del potere d’acquisto del dollaro corrisponde un indebolimento del mercato delle commodities, mentre ad una diminuzione del potere d’acquisto del dollaro corrisponde un rafforzamento del mercato delle commodities.

A sua volta il mercato delle commodities influenza in maniera considerevole il mercato finanziario, infatti esiste una stretta relazione tra Borsa merci e Borsa valori. Le commodities hanno un’influenza particolare sul mercato obbligazionario, infatti un aumento delle commodities comporta un indebolimento del mercato obbligazionario. Per verificarlo basta confrontare (benchmarking) sempre l’indice della Goldman Sachs riferito alle commodities con i buoni ordinari del tesoro, i Treasurys Bonds a 10 anni sono più che adeguati.

Per quanto concerne il mercato azionario occorre fare un frazionamento intra-market tra settori ciclici e non ciclici o difensivi. Infatti i settori ciclici come i finanziari o gli industriali, si muovono parallelamente al mercato obbligazionario e specularmente a quello delle commodities, basta confrontare il Goldman Sachs Commodity Index ed il Dow Jones Average Industrial. Mentre i settori difensivi, i produttori di beni primari per intenderci (ad esempio gli energetici), ad un aumento delle commodities reagiscono positivamente aumentando anch’essi la loro quotazione.

Questi sono gli aspetti generali dell’intermarket analysis, essa può davvero dare una visione chiarissima del mercato e del suo andamento futuro. Questa tipologia di analisi deve essere utilizzata almeno una volta al mese da qualunque operatore di Borsa, e cioè sia da operatori in opzioni, che in futures, che in azioni ed ETF, e anche e soprattutto da investitori in mutual funds (fondi comuni) ed indici.

A Cura di Giovanni Romano,
Autore di “Il professionista delle opzioni