inconscio

Come capire che l’amico perfetto non esiste

Domenica, Maggio 30th, 2010

Marina RovedaSarà l’amico “giusto”? E’ questa la domanda che assilla chi si cimenta in un nuovo rapporto di amicizia e che, molto spesso, non risparmia nemmeno chi un’amicizia la sta già vivendo.

Alcuni possono sperimentare un’impressione, molto transitoria, di aver trovato, finalmente, l’amico perfetto, salvo poi ricredersi davanti ai primi disaccordi.
Altri rischiano di passare l’intera vita in un’affannosa ricerca senza mai riuscire a coronarla con il successo. Ma c’è anche chi sperimenta il piacere di avere un nuovo amico solo dopo l’ennesima delusione da parte di quello precedente.

Ma l’amico perfetto esiste davvero? E, soprattutto, cosa nasconde questa ossessione per quello “giusto”, colui o colei che, una volta per tutte, avrà il potere di farci sentire finalmente appagati?
Diciamo subito che, negli ultimi anni, la sfera delle amicizie è sempre più una faccenda privata. Ora abbiamo la possibilità di scegliere potenzialmente all’infinito i nostri amici, complici le numerose opportunità offerte da Internet.

Questa libertà di scelta senza precedenti è un grande passo avanti, ma il prezzo da pagare è un’angoscia crescente. Molti, infatti, si dedicano a una ricerca compulsiva che di rado porta i suoi frutti, e si sentono colpevoli se non hanno successo.

Ecco perché, soprattutto per chi, come i più giovani, ha meno esperienza della vita, questo modello di amicizia penetra in profondità facendo credere che, da qualche parte, esista davvero quell’amico eccezionale, e solo quello, capace di colmare il proprio vuoto esistenziale. Ma l’amico “giusto”, quello perfetto che possiede tutte le virtù e non delude mai, nella realtà non esiste.

Questo perché sarebbe impossibile per un essere umano sopportare il peso delle enormi aspettative di cui è investito dal cercatore di amici ideali, fermo restando che la perfezione non è propria di noi uomini. Molti fanno fallire rapporti d’amicizia appena nati perché inseguono una chimera. Peccato che vivere in un mondo di fiabe rischi di farci perdere il senso della realtà, bruciando tante buone occasioni.

Per funzionare un’amicizia ha bisogno di impegno, di volontà, di desiderio di confronto e di conoscenza e, soprattutto, della capacità di sapersi trasformare senza pretendere di cambiare l’altro.

Il mito dell’amico perfetto può essere comodo perché mette molti al riparo da questo sforzo: pensano di conoscersi, di mettersi d’accordo e di essere sempre in perfetta sintonia. Con il rischio, però, che mentre la vita vera gli scorre accanto, essi perdano uno dopo l’altro gli amici possibili che ogni giorno trovano sulla loro strada.

Purtroppo ciò accade perché non ci si rende conto che l’amico è uno specchio, dunque qualcuno che, per le sue caratteristiche, ci aiuta a mettere in luce e a valorizzare ciò che è dentro di noi. E dato che il nostro inconscio straripa di cose che desiderano emergere, chiunque può essere un potenziale amico in grado di darci le cose di cui abbiamo bisogno.

Molto spesso, infatti, scopriamo di trovarci bene con qualcuno che “non avremmo mai pensato…”. Per cui, se smettiamo di cercare la perfezione, magari si apre un piccolo spazio perché un individuo molto diverso da noi, ma sinceramente disponibile, faccia capolino nella nostra vita.
Basta solo liberarsi dalle illusioni, facendo in modo che il nostro inconscio scelga per noi. L’inconscio, infatti, va dritto al sodo perché sa che cosa desidera. E, cosa importante, non mente a se stesso.

A cura di Marina Roveda
Autore di Le Regole dell’Amicizia

Come indurre “stati” nel pubblico (prima parte)

Giovedì, Aprile 8th, 2010

Emozionare il tuo pubblico vuol dire farlo entrare in uno o più “stati” fisiologico-emotivi. Puoi decidere di suscitare una gran varietà di stati, come curiosità, motivazione, riflessione, rabbia, eccitazione, ilarità, interesse, commozione, ecc.; dipende esclusivamente dai tuoi obiettivi!

Tenendo presente tutto questo, vediamo dunque come provocare tali stati.

Il primo metodo per ottenere questo risultato è quello di entrare tu stesso nello stato che vuoi trasmettere. Se devi, ad esempio, raccontare una storia commovente, devi cercare la commozione prima di tutto dentro di te e cominciare a raccontare partendo da quello stato. Qualunque altro stato renderebbe le tue parole incongrue e non saresti credibile.

Ancora, se devi concludere un affare devi entrare in uno stato di sicurezza e di motivazione. Se ti mostri incerto o giocoso o in qualunque altro stato, il tuo interlocutore riceverà dei messaggi non congruenti e l’affare salterà. Cerca, allora, dentro di te il ricordo di un episodio della tua vita in cui hai già provato quella sensazione, oppure proietta nel tuo schermo mentale un’immagine di te in quello stato e vivila come se stesse accadendo davvero in quel momento.

Un secondo metodo per provocare stati nel pubblico è quello di chiedere direttamente alle persone di ricordare una situazione passata in cui si sono trovate in quello stato. Il ricordo si basa sul principio delle ancore.

Sai ormai bene che all’immagine di una situazione emotivamente coinvolgente è saldamente ancorata una sensazione; per cui quella sensazione riaffiorerà inevitabilmente ogni volta che la memoria richiamerà la situazione passata.

Se vuoi provocare uno stato di motivazione puoi esprimerti dicendo: “Immaginate una situazione del passato in cui vi sentivate veramente motivati a fare una cosa; nulla vi avrebbe impedito di perseguire il vostro obiettivo…”.

Non importa se il pubblico riesce o meno a formarsi l’immagine immediatamente, perché lo stimolo agisce a livello inconscio e lavorerà in automatico.

Un metodo simile, leggermente meno efficace, può essere quello di chiedere di immaginare un tempo futuro in cui si troveranno in quello stato.  (Continua…)

A cura di Roberto Palumbo
Autore di Comunicare Emozionando

Come diventare più attivi nella propria vita potenziando l’autostima

Venerdì, Febbraio 12th, 2010

Ho sempre avuto una forte predilezione per esplorare tutto quello che riguarda la natura umana, la psiche.
Ogni aspetto della nostra personalità porta con sé una miriade di sfaccettature interessanti. Osservandole ed esaminandole, possiamo trarre informazioni preziose per il nostro benessere psico-fisico.

Riflettere sul fatto di stare bene con noi stessi: è superfluo sottolineare l’importanza di questo concetto.

Scrivendo un ebook sull’autostima, ho voluto curare questo aspetto della nostra vita, valutando la sua collocazione nel contesto del quotidiano, ma soprattutto invitando il lettore a una presenza più attiva nel proprio vissuto.

Nulla può veramente cambiare se non siamo noi a volerlo. Con impegno e costanza, infatti, possiamo raggiungere quello che ci prefiggiamo.

Nel corso del libro, impareremo ad entrare in contatto con la nostra parte più importante, il nostro inconscio.

Attraverso dei semplici esercizi, vedremo come sia possibile prendere veramente coscienza di ciò che ci impedisce di essere al nostro meglio.

Ho personalmente sperimentato, attraverso la mie stesse esperienze e quelle delle persone che ho seguito nel loro percorso evolutivo, la validità di alcuni metodi molto semplici che , in questo ebook, mi propongo di illustrarvi.

Credere in noi stessi, attribuirci i meriti che abbiamo e accettare anche quelli che sembrano essere i nostri presunti difetti è un percorso a dir poco affascinante.
Siamo noi i protagonisti della nostra vita.

A cura di Vitiana Paola Montana

Autrice di “Il Potere dell’Autostima”

Come è possible cambiare la propria realtà

Mercoledì, Settembre 30th, 2009

Il nostro personale modello di realtà nasce anche dalle nostre convinzioni, coltivate anno per anno. “Il pericolo non viene da ciò che conosciamo, ma da ciò che crediamo sia vero e invece non lo è”, diceva Mark Twain. Siamo il risultato diretto dei nostri convincimenti. Ciò che noi crediamo determina i nostri risultati. Lo sappiamo bene, lo viviamo ogni giorno sulla nostra pelle.

Stiamo per andare a svolgere un compito impegnativo ed iniziano i primi dubbi: ne sarò capace? Sarò all’altezza? È certo che in questo modo partiamo con il piede sbagliato perché non daremo il massimo di noi stessi e confermeremo ciò che ripete la vocina nel cervello: “Tanto non ce la fai!”. Certo, può succedere anche il contrario. Dobbiamo affrontare un impegno complicato, ma dentro di noi sappiamo che non possiamo fallire. Siamo motivati e ci dà la carica la vocina dentro di noi che sussurra: “Dai, non mollare!”

Da dove derivano questi convincimenti limitanti o potenzianti? Dal nostro modello. E da dove nasce il modello che ci siamo costruiti? Dalle reti neurali del nostro cervello. I neuroni sono le cellule nervose che hanno il compito di elaborare le informazioni. “Sappiamo che le cellule nervose che si attivano contemporaneamente si collegano, creando una rete neurale. Se vi esercitate molto in qualcosa, quelle cellule nervose stabiliscono una relazione a lungo termine. Se vi arrabbiate ogni giorno, se vi sentite frustrati ogni giorno, se siete depressi ogni giorno, ricollegate e reintegrate quella connessione di cellule nervose ogni giorno. Create una rete neurale che avrà una relazione duratura con tutte le cellule nervose chiamate l’identità”.

I pensieri consci ripetuti spesso diventano inconsci. Vi ricordate quando avete imparato a guidare l’auto? Per i primi mesi di guida ogni vostro gesto era consapevole, doveva avere tutta la vostra attenzione. Adesso, se è già passato qualche anno, la vostra guida è divenuta inconscia, non dovete pensarci più, affidate la guida al pilota automatico che si trova nella vostra testa. Avviene lo stesso con i comportamenti. Se a determinati stimoli rispondiamo ripetutamente con lo stesso atteggiamento, quel comportamento diverrà un programma automatico, inconscio. È come in un computer: l’hardware legge il software, ma se questo è sempre lo stesso, leggerà di continuo il medesimo programma.

È, tuttavia, possibile spezzare gli schemi di pensiero che non ci piacciono. È possibile rompere il ciclo continuo di un programma divenuto ripetitivo. Sono indispensabili: sforzo di volontà e consapevolezza. Dobbiamo cominciare a diventare osservatori del nostro stesso pensiero perché soltanto in questo modo saremo in grado di esercitare su esso il nostro controllo.

Se la rete neurale rappresenta il modello, la creazione di nuove sinapsi crea nuovi modelli di realtà. Noi non siamo le convinzioni che hanno costruito il modello. Dobbiamo renderci conto che abbiamo il potenziale per cambiarlo, per modificare il programma e far girare l’hardware del nostro cervello con software ben più raffinati di quello di partenza. La nostra personalità è fatta di attitudini genetiche, ereditate dai nostri genitori, di ricordi, comportamenti, valori, convincimenti, sotto forma di schemi sinaptici.

Io non sono né il modello, né le informazioni che ricevo. Il modello non è né giusto né sbagliato, è soltanto una piattaforma di partenza. Le neuroscienze ci stanno dimostrando che noi siamo di più dell’hardware del nostro cervello, siamo di più dei nostri circuiti neurali.

Il cervello è il laboratorio della mente. Allora, se è così, grazie alla sua malleabilità, possiamo pensare che abbiamo il potere di modificare la mappa delle nostre vie neurali. È possibile cambiare cablaggio.

La mente consta di due parti:

* Il subconscio, il cervello originario, il più antico, è in grado di elaborare 40 milioni di bit d’informazioni al secondo, provenienti dall’ambiente. È potente, rapido ma abitudinario, ripetitivo, manca di creatività.
* La neocorteccia frontale, il cervello più recente, dà origine alla coscienza ed elabora 40 bit di informazioni al secondo. La mente conscia è lenta, ma molto creativa. Grazie a essa, diamo vita al libero arbitrio.

Il compito del subconscio consiste nel creare la realtà ricavandola dal programma. Quindi, se siamo stati mal programmati, dato che, secondo gli studi neuro scientifici, per il 95% della giornata noi ci affidiamo al nostro pilota automatico (la mente inconscia) e soltanto per il 5% alla nostra consapevolezza (la mente conscia), continueremo a creare esperienze negative nella nostra vita.

Perché ri-proponiamo sempre gli stessi comportamenti? Perché commettiamo sempre gli stessi errori? Il problema sta tutto nel fatto che la vita vissuta non riflette ciò vogliamo, ma il programma che abbiamo ricevuto. L’unica via d’uscita è rappresentata dalla coscienza. Soltanto se siamo consapevoli di ciò che facciamo, non metteremo in funzione il solito nastro del registratore inconscio.

Nella neocorteccia c’è la nostra personalità, la nostra identità conscia. L’identità forma le nostre abitudini e i nostri comportamenti. Alla base dell’essere c’è la coscienza. Se creiamo coscientemente il nostro destino, se dal punto di vista spirituale accettiamo l’idea che i nostri pensieri possono influenzare la nostra realtà e la nostra vita (perché la realtà è la vita), allora possiamo diventare gli scienziati della nostra vita. La grandezza non ci verrà da quello che facciamo al corpo, ma da quello che facciamo alla mente.

A cura di Alberto Lori
Autore di Parla come mangi, L’arte della comunicazione, Voce da speaker