Borsa

Come investire sfruttando le fasi psicologiche degli investitori

Lunedì, Novembre 28th, 2011

Luca Moro«I mercati “toro” nascono dal pessimismo, crescono con lo scetticismo, maturano nell’ottimismo e muoiono sull’euforia. Il periodo di massimo pessimismo è il migliore per comprare e il periodo di massimo ottimismo è il migliore per vendere»
Sir John Templeton

John Mark Templeton è nato nel 1912 a Winchester, Tennessee ed è scomparso nel 2008 alla veneranda età di novantacinque anni (a novembre di quell’anno ne avrebbe compiuti novantasei!). Si laureò con lode a Yale, vinse una borsa di studio a Oxford, e poi proseguì tutta la sua vita rendendo accessibili analisi e opportunità d’investimento a tutti gli investitori americani che lo ascoltavano.

Negli investimenti e nella vita privata Sir John Templeton non credeva nel seguire la massa. Era un pioniere con una concezione e una prospettiva uniche, il cui duro lavoro e la cui meticolosa ricerca costituivano le sue chiavi personali per il successo. Sir John può essere considerato il creatore dei moderni fondi comuni d’investimento tanto che lanciò il suo primo fondo globale, il Templeton Growth Fund, nel 1954, quando la concezione d’investimento della maggior parte della gente non andava oltre Wall Street, ossia all’infuori dei confini americani. Fu uno dei primi a proporre i titoli internazionali, sia come opportunità d’investimento che come strumento di diversificazione per i portafogli.

Ma vediamo in dettaglio le fasi psicologiche degli investitori che riflettono i concetti enunciati da Sir Templeton :
fase 1 (prima ondata rialzista): è caratterizzata dall’incredulità generale in quanto il mercato avanza di colpo dai minimi; la maggioranza degli investitori non partecipa a questa prima fase di rialzo sia perché non riesce a trovarne la causa sia perché i fondamentali economici non hanno ancora dato nessun segnale di miglioramento; iniziano a muoversi gli investitori istituzionali (le cosiddette “mani forti”) che fiutano l’opportunità;
fase 2 (correzione): è la reazione, spesso profonda, al primo rialzo; questa discesa solitamente inganna la maggior parte dei partecipanti che ritiene si tratti di una continuazione del downtrend precedente; gli istituzionali accumulano cominciando sempre più ad acquistare;
fase 3 (seconda ondata rialzista): è provocata da un miglioramento dei fondamentali dell’economia con il superamento dei massimi fatti registrare dalla prima onda; si verifica l’ingresso sul mercato della gran parte degli operatori; le “mani forti” ultimano gli acquisti, entrano anche i piccoli investitori;
fase 4 (correzione/andamento laterale): questa fase viene vista come un’opportunità di entrata sul mercato da parte degli investitori che non avevano partecipato ai precedenti rialzi; per questo motivo, più che vere e proprie correzioni, molto spesso si tratta di brevi movimenti orizzontali di tipo accumulativi.
fase 5 (terza ondata rialzista): è il rialzo finale ed è dominato dall’euforia generale e da una speculazione rampante; vengono toccati i massimi di mercato e tutti gli investitori, anche quelli più timorosi, entrano nel mercato azionario; le “mani forti” iniziano piano piano a liquidare le posizioni, mentre i piccoli investitori sono tutti dentro il mercato!
fase 6 (prima ondata ribassista): il mercato scende di colpo nonostante i fondamentali economici supportino una continuazione della fase rialzista; la quasi totalità degli operatori non riesce a spiegare l’inversione di tendenza mentre alcuni vedono in questa discesa una magnifica occasione d’acquisto; gli istituzionali sono quasi già tutti fuori dal mercato, mentre i piccoli investitori continuano a comprare.
fase 7 (rally): si tratta di una breve reazione al rialzo, che fa supporre (erroneamente) ad alcuni operatori che l’ascesa del trend è intatto.
fase 8 (seconda ondata ribassista): profonda discesa degli indici che non solo fa registrare pesanti perdite alla massa dei piccoli investitori, ma provoca la rottura di importanti supporti sancendo così l’inizio di un mercato “orso”; i fondamentali economici segnalano un rallentamento dell’economia contribuendo a diffondere il pessimismo fra i vari operatori; massimo livello di sentiment ribassista; al culmine del ribasso molti piccoli investitori chiudono le posizioni rialziste precedentemente aperte sopportando ingenti perdite. Non vorranno più sentir parlare di mercati azionari per anni, poi in futuro si comporteranno nuovamente nel modo descritto in precedenza ripetendo gli stessi errori.

Successivamente si aprirà un altro ciclo economico (che dura mediamente cinque anni) e si ripartirà dalla fase 1.

A cura di Luca Moro

Ma quale Steve Jobs! E’ Fantozzi il vero mito degli italiani. Ahinoi, la vera “follia” e “fame” è quella di un posto sicuro

Lunedì, Ottobre 17th, 2011

Salvatore GazianoSi è molto scritto in questi giorni sulla morte di Steve Jobs e sullo spazio che i giornali e i siti di tutto il mondo hanno dato a questo avvenimento, contribuendo quasi a una “beatificazione” di questo geniale imprenditore che era ed è stato un grande imprenditore. E che ha avuto inevitabilmente come conseguenza la diffusione di una “setta” uguale e contraria che considera Steve Jobs un “prodotto” del nostro tempo, quasi una persona fortunata di essersi “solo” trovato al momento giusto al posto giusto, non avendo “rivoluzionato” alcunché e a ben guardare nemmeno inventato nulla che non fosse stato inventato da qualcun altro.
Non è questo certo il mio pensiero come ho precisato nel mio blog MoneyReport.it in un articolo intitolato “Onore a Steve Jobs. Il più grande imprenditore dopo il Big Bang”.

Peraltro al geniale fondatore della Apple ho dedicato una biografia insieme a quella di altri 10 “special one” per un ebook appena pubblicato dal titolo “SUPER MILIARDARI. Da Steve Jobs a Mark Zuckerberg. Vita, Morte, Miracoli, Storie e Segreti degli Uomini più Ricchi del Mondo”.

MEGLIO FONDARE UN’ IMPRESA IN GARAGE O UN POSTO SICURO ALLA REGIONE SICILIANA O ALLA PROVINCIA DI TRIESTE?

Comprendo però alcune delle critiche più intelligenti alla “santificazione” di Steve Jobs come quella formulata da Antonio Socci su Libero (dal titolo “Ora basta! Jobs non era il Messia!”) che giustamente fra le altre cose ha messo in evidenza come molti quotidiani italiani come il Corriere della Sera hanno dedicato 8 pagine (!) alla morte di Steve Jobs. Un furore mediatico quasi assurdo considerato che normalmente in Italia i quotidiani italiani non dedicano tutte queste pagine nemmeno in un anno a temi come l’imprenditorialità! E che in Italia oramai si fa di tutto (basta vedere quello che hanno fatto gli ultimi governi compreso l’ultimo condotto peraltro da un imprenditore al “servizio del Paese”) per far passare la voglia (a giovani e meno giovani) di mettersi in proprio tanto che secondo le ultime ricerche (si veda per esempio questo illuminante articolo in seguito a una ricerca condotta da Adecco, la più grande agenzia per il lavoro in Italia) il sogno reale delle generazioni non solo più giovani non è diventare come Steve Jobs ma avere un bel posto fisso e sicuro, contributi, ferie e malattie pagate.

Si celebra Steve Jobs ma poi il mito resta avere un impiego alla Fantozzi. Magari maltrattati, offesi, sottopagati, umiliati ma avversi al rischio. Questa è l’amara realtà.
Spesso ci si riempe la bocca di citazioni alla Jobs del tipo “Siate affamati, siate folli” ma fra una carriera incerta come imprenditore, commerciante, libero professionista o artigiano e un posto alla Regione Siciliana, un impiego come vigile urbano o un impiego da travet si preferiscono questi tipi di lavoro. “Tengo famiglia” aveva scritto tempo fa Ennio Flaiano. Doveva essere il motto da mettere magari all’interno del tricolore dal momento che la sua intuizione è sempre più drammaticamente vera.

UN LENTO MA INESORABILE DECLINO QUELLO ITALIANO. NON SIAMO AFFAMATI, NON SIAMO FOLLI!

E se si guardano le statistiche la situazione è desolante e tutti i dati confermano che nel nostro Belpaese nell’Unione europea siamo indicati fra le nazioni dove è più difficile intraprendere un’attività imprenditoriale e siamo anche in fondo alle classifiche dei Paesi che attraggono gli investimenti stranieri mentre il Pil pro-capite è tornato ai livelli del 1999. Un calo continuo e pericoloso. Se all’inizio degli anni ‘90 un italiano medio guadagnava un 6% in più rispetto alla media dei suoi “fratelli” europei oggi si trova nella situazione opposta e guadagna il 93% della media UE.
Qualche anno fa prendevamo in giro i polacchi e li raccontavamo come “lavavetri”: ebbene oggi a giudicare il prezzo dei credit default swap (l’assicurazione che copre il rischio emittente ovvero la possibilità che una società o uno Stato possa fallire) la Polonia viene giudicato nettamente più solida, affidabile e con prospettive più sicure dell’Italia.
E c’è da stupirsi se gli ultimi dati della Confindustria e dei centri studi dicono che l’Italia in termini di competitività ha perso 33 punti in 15 anni rispetto alla Germania e se la nostra produzione industriale in questi anni è calata rispetto ai massimi del 17 per cento, contro l’1 della Germania, il 9,8 della Francia, l’8,9 del Regno Unito?
“Siate affamati, siate folli”: ad applicare questo credo se si leggono le statistiche delle nuove imprese sono soprattutto gli extracomunitari: un imprenditore su 10 è nato all’estero. Loro sono sempre più i veri seguaci di Steve Jobs: hanno la “fame” di emergere e la “follia” dell’intraprendenza.
Sempre meno italiani “doc” invece si mettono in proprio per quanto questo dato è spesso falsato dalle finte “vocazioni” di chi nasconde dietro la partita iva un rapporto di lavoro spesso subordinato e precario frutto anche di una legislazione (e fiscalità) sul lavoro dipendente assurda e punitiva che scontenta tutte le parti.

MA NEMMENO “GRANDE STAMPA” E GHOTA DELL’IMPRENDITORIA ITALIANA SONO SPESSO DI GRANDE ESEMPIO, ANZI.

Ci sarebbe poi da tentare una sorta di analisi sulle ragioni profonde che hanno portato a questa celebrazione perfino esagerata (e lo dico da fan come imprenditore di Steve Jobs e non certo da critico distruggi-tutto) della figura del fondatore di Apple. Una sorta di rito liberatorio di buona parte dei giornalisti italiani liberi forse finalmente di scrivere senza gabbie di un vero grande imprenditore. E pazienza se in diversi casi si è perfino esagerato come sostengono i critici: se fra qualche settimana, mese, anno o decennio ci sarà qualcuno che deciderà di mettersi in proprio magari perché “ispirato” dalla storia di Steve Jobs ci sarà solo da rallegrarsene e gioirne (come spiegherò magari in un altro articolo).
Cosa leggiamo, alla fine dei conti, sui quotidiani italiani nelle pagine economiche-finanziarie?
Tranne rare eccezioni e poche penne di pregio in circolazione la “sbobba” che ci viene rifilata sono soprattutto notizie di agenzie che troverete poi quasi tutte uguali su tutti i quotidiani (e questo non vale solo per le pagine economiche, naturalmente), comunicati stampa “abbelliti” (dove le notizie vengono di fatto scritte dalle agenzie di pubbliche relazioni per incensare i loro clienti) e articoli di “riguardo” quando si parla dei propri grandi azionisti e inserzionisti e lenzuolate poi di listini di Borsa. Oggi sono un po‚ esagerato e cattivo lo ammetto ma spesso purtroppo è questa l’impressione che ho della stampa economico-finanziaria italiana e non solo come lettore, avendo in tasca dal 21 febbraio 1995 pure il tesserino da giornalista professionista. “Carta straccia” come bene ha scritto il grande e coraggioso Giampaolo Pansa nel suo amaro ma sincero penultimo libro.

Riguardo poi la gestione del risparmio qui il conflitto d’interesse con gli inserzionisti raggiunge spesso vette supreme ed è sempre più frequente vedere l’intervista “marchetta” a un gestore con la pagina pubblicitaria a fianco. Ma questo è un altro discorso (che ho in parte affrontato in un mio libro precedente dal titolo “Bella la Borsa, peccato quando scende” in un capitolo intitolato “Una vocina mi ha detto. Come difendersi da insider, Internet e giornali”).
Accade così che i grandi imprenditori che i lettori italiani si vedono proporre da anni come “campioni” siano (o sono stati) personaggi dall’ascesa o dalle capacità gestionali spesso discutibili e costellate di “file” non sempre proprio edificanti. Dagli Agnelli (procuratevi su Amazon.it il libretto allegato qualche mese fa sull’eredità contesa degli Agnelli “L’importanza di chiamarsi Agnelli” pubblicato da Milano Finanza se avete ancora un culto per la figura dell’Avvocato e della sua famiglia) a Carlo De Benedetti, da Salvatore Ligresti a Marco Tronchetti Provera et similia.
E non a caso tutti questi personaggi oltre a un’importante frequentazione con le stanze del potere politico italiano hanno tutti uno zampino nella grande editoria italiana, sedendo nei consigli di amministrazione delle case editrici più importanti come azionisti “no profit” a vedere il ritorno economico (totalmente negativo) di queste “diversificazioni” che in realtà tali non sono perché completamente funzionali al capitalismo di relazioni, “consorterie” (come gridava un personaggio interpretato da Sergio Castellito in “Caterina va in città”) e salotti che caratterizza il gotha dell’imprenditoria italiana.
E avrà fatto sorridere o arrabbiare (ma ha dato la “cifra” del gotha del capitalismo italiano)  il ricordo che Carlo De Benedetti ha fatto di Steve Jobs qualche tempo fa in una lunga intervista televisiva e che qualcuno si sarà magari ricordato in questi giorni: «Avevamo un laboratorio a Cupertino come Olivetti. Sono andato una sera a visitarlo in un garage. Se avessi messo allora 100 mila dollari, cifra che lui stava cercando, oggi sarei famoso per essere uno degli uomini più ricchi del mondo».
Corsi e ricorsi storici (o “sfiga”?) sulla lungimiranza di imprenditori, manager e banchieri italiani quando si parla di nuove tecnologie e finanziare giovani e start up se si ricordano anche i tre manager ex Omnitel (Francesco Caio, attualmente ad di Avio dopo aver fatto in questi anni il giro delle sette chiese, Emanuele Angelidis, ex amministratore delegato di Fastweb e a Barbara Poggiali, numero uno di Dada) che circa 5 anni fa uscirono da Twitter pagato  qualche decina di migliaia di dollari perché lo consideravano un “cattivo affare”. Una società che oggi viene valutata quasi 10 miliardi di dollari mentre Apple è la società con la capitalizzazione di Borsa più elevata al mondo: 266 milioni di euro. Quasi quanto valgono tutte le società quotate italiane..

Aver scritto e riscritto in questi mesi l’ebook “SUPER MILIARDARI. Da Steve Jobs a Mark Zuckerberg. Vita, Morte, Miracoli, Storie e Segreti degli Uomini più Ricchi del Mondo” mi è sembrato quindi quasi una boccata di aria pura in confronto, ripercorrendo le storie, i segreti e le lezioni di imprenditori (talvolta anche più  ”figli di buona donna” di alcuni imprenditori italiani, certamente) del calibro di Steve Jobs o Mark Zuckerberg (Facebook), lo scomparso Nicholas Hayek (Swatch), il discusso Roman Abramovich, il figlio di “papà” e velista Ernesto Bertarelli, il leader degli U2, Paul David Hewson (in arte Bono Vox), il ribelle Richard Branson, i maestri mondiali del “marketing” Ingvar Kamprad (Ikea) e Philip Knight (Nike), il funambolico fondatore del Cirque du Soleil, Guy Lalibertè o lo scalatore di Gucci, il francese venuto dal nulla, Francois Pinault.
Ma ce ne sarà modo per parlarne come degli imprenditori italiani (e fortunatamente nonostante tutto ce ne sono ancora, piccoli, medi, grandi e grandissimi) che meritano il nostro onore e rispetto perché hanno operato e operano (soprattutto oggi) in condizioni di mercato sempre più difficili. Come correre col vento contro!

A cura di Salvatore Gaziano

Come gestire l’emotività negli investimenti

Giovedì, Settembre 15th, 2011

Luca Moro

La finanza comportamentale, ossia quella scienza che studia le decisioni d’investimento dei risparmiatori in relazione ai suoi comportamenti, ci insegna che le decisioni degli investitori non sono in genere razionali (come vorrebbe la teoria economica classica), ma sono soprattutto emotive ed è proprio l’emotività che influisce spesso nelle scelte strategiche inerenti la finanza degli individui (come ad esempio la vendita di tutte le attività rischiose di portafoglio nei cosiddetti momenti di “panic selling” di mercato).

Sono numerosi gli studi che hanno dimostrato, in modo concreto, come riuscire a dominare la propria emotività possa dare risultati migliori rispetto a studiare l’andamento dei mercati oppure a cercare di analizzare determinati fenomeni macroeconomici.
Capirsi meglio, e analizzare i propri comportamenti in relazione alla gestione dei risparmi, è indispensabile per affrontare il mondo degli investimenti con meno ansie e timori.

Del resto, l’investitore inconsciamente oscilla tra due opposti estremi: la paura (di perdere il proprio denaro o il treno del rialzo) e l’avidità (del guadagno): queste due pulsioni, entrambe negative, spingono spesso a comportamenti emotivi ed errati.

Alcuni errori tipici legati alla finanza comportamentale, e che quindi ci fanno capire da risparmiatore CHE COSA NON FARE, sono:

1) Effetto “gregge”: si tratta di un meccanismo che in certe occasioni spinge un individuo a seguire il gruppo e quindi a replicare quello che fanno gli altri; tanto più il gruppo è compatto, e l’emotività in gioco è alta, tanto più il comportamento del singolo segue in modo naturale quello di tutti gli altri senza quasi rendersene conto; in pratica si compra quando si dovrebbe vendere come, ad esempio, dimostra il boom dei mercati del 2000 con la bolla tecnologica, quando non comprare una “dot.com” voleva dire essere considerato fuori moda.

2) Overconfidence: è l’eccesso di fiducia nelle proprie capacità che aumenta notevolmente dopo qualche operazione in guadagno; la nostra natura ci porta difficilmente ad ammettere i nostri errori e questo vale ancora di più quando si parla di denaro: siamo spesso indulgenti con noi stessi e raramente con il resto del mondo (banche, consulenti finanziari o mercati).

3) Mantenere per troppo tempo titoli in perdita: si tratta di un atteggiamento insito nel nostro spirito di sopravvivenza, vogliamo allontanare la sofferenza e il dolore della “minusvalenza”, così ritardiamo eccessivamente la vendita; all’opposto, se il titolo sale siamo portati ad anticipare il piacere del guadagno e spesso vendiamo troppo presto; in sostanza, l’investitore comune sembra comportarsi in maniera opposta alla regola dello Stop Loss e del Running Profit, in quanto liquida subito le posizioni in guadagno per timore che questo svanisca e mantiene le posizioni in perdita con la speranza che questa si riassorba.

SEGRETO: stai sempre attento agli errori tipici della finanza comportamentale!

A cura di Luca Moro

Come iniziare a guadagnare con il Forex Trading

Lunedì, Marzo 28th, 2011

Quando si parla di Forex e di Trading in generale la persona media si immagina quegli individui che si vedono nei film che lavorano a Wall Street, che devono prendere decisioni importantissime in mezzo al caos nel giro di pochi secondi.

Un lavoro tutto adrenalina e stress in cui non ci si può staccare dallo schermo per più di due secondi. Ecco perché solitamente vengono attratti dal trading individui amanti del rischio e in cerca di emozioni forti.

In realtà il trading fatto come privato è l’esatto opposto e solitamente le persone più misurate e dotate di controllo delle proprie azioni ed emozioni hanno successo.

Inoltre ci sono molti stili di trading e non necessariamente bisogna fare trading intraday aprendo e chiudendo operazioni molto velocemente. Certamente è possibile, ma non è l’unica via, anzi non è assolutamente consigliata per i principianti e per chi non ha il tempo di fare trading full time.

Realisticamente la situazione classica di una persona è quella di avere un lavoro che porta via tempo. Mollare il lavoro e fare trading a tempo pieno immediatamente richiede una disponibilità di capitale che non tutti hanno perché verrebbe a mancare il reddito fisso proveniente dal lavoro che ti permette di far fronte alle spese quotidiane e di destinare una parte del tuo capitale al trading.

Inoltre la pressione psicologica di dover guadagnare per forza con il trading perché è l’unica fonte di reddito è un grosso peso da sopportare, che può causare errori e perdite.

Come fare allora? Inizialmente ci si può specializzare in tecniche di lungo periodo che richiedono un’analisi dei grafici del prezzo solo per qualche dozzina di minuti la sera.

Questo tipo di strategie permettono a tutti di iniziare a fare trading e hanno una percentuale di vincita molto alta perché non si è soggetti al rumore di mercato, cioè ai movimenti erratici del prezzo di breve periodo.

Questo è un modo intelligente e responsabile di avvicinarsi al trading con la potenzialità di crearsi una rendita aggiuntiva anche importante. Quando poi si diventa più bravi e i profitti del trading cominciano ad accumularsi si può pensare di fare il grande passo, mollare il lavoro e vivere di trading.

Ma questo è un passo solo successivo. Per tutti quelli che vogliono iniziare la scelta più saggia è quella di iniziare con il trading di lungo periodo.

A cura di Davide Colonnello
Autore di Le Basi del Forex Trading

Come migliorare l’operatività nello Scalping Intraday

Mercoledì, Marzo 16th, 2011

L’attività dello scalper è molto dinamica. L’operatività deve adattarsi in continuazione ad un mercato in costante evoluzione. Dunque dobbiamo saper interpretare bene cosa sta accadendo per poter trarre maggiori profitti dalla giornata borsistica.

Nel caso in cui fossimo di fronte ad un book nervoso, con falsi segnali e cambiamenti repentini di direzione dei prezzi, sarebbe opportuno applicare stop loss e/o stop profit più stretti. Al contrario, davanti a forti pressioni con spinte sostenute al rialzo o al ribasso, sarà meglio “lasciar correre” il profitto, tenendo aperta la posizione.

Per “leggere” al meglio la giornata di borsa dovremo utilizzare una serie di strumenti, come il cambio euro/dollaro, gli indici europei, le chiusure asiatiche, le news ecc.

Ricordiamoci che facciamo Scalping Intraday per guadagnare, non per provare forti emozioni. Quindi, se il trade è in gain positivo, portiamo a casa i guadagni. Non rimaniamo lì a vedere se il prezzo va dove pensiamo che vada. Al limite lo faremo solo dopo aver chiuso l’operazione in guadagno.

I grafici non ci dicono tutto. Non sono altro che la rappresentazione di quello che è successo fino ad allora. Non ci dicono cosa accadrà in futuro. Usiamoli applicando l’analisi tecnica ma teniamo conto del contesto e del book.

Osserviamo soprattutto il book. Spesso è tutto lì quello che ci serve e non ce ne rendiamo conto. Guardiamo con attenzione il modificarsi degli ordini e riconosciamone l’importanza: sono gli ordini “pesanti” a muovere il prezzo, non siamo di certo noi con i nostri importi irrisori a farlo! Dobbiamo riconoscerli, osservarli, e non fidarci mai. Spesso sono inseriti proprio per ingannare noi

Alla prossima, un saluto a tutti voi!

A cura di Guido Di Domenico
Autore di Scalping Intraday, Scalping d’Assalto, Grandi Trades per Piccoli Traders e altri ebook

Come guadagnare con lo Scalping d’Assalto

Martedì, Febbraio 8th, 2011

Sei stufo di aspettare i lunghi tempi dei corsi azionari? Sei stanco di sentirti dire dal tuo promotore finanziario che prima o poi ci sarà una ripresa? È ora di agire!

Con un’adeguata preparazione potrai misurarti nello Scalping Intraday, conseguendo risultati positivi con operazioni di brevissimo termine. Lo studio serale sulle chiusure di giornata ti aiuterà ad avere le idee più chiare per la seduta successiva.

Comincia a prendere familiarità con i livelli dei prezzi e le formazioni grafiche: devono diventare per te gli strumenti per avere maggiore consapevolezza delle operazioni da effettuare l’indomani mattina.

Soprattutto nella prima ora di contrattazione è possibile sfruttare le oscillazioni dei prezzi a nostro vantaggio. Assecondiamo il movimento in aumento o in diminuzione del prezzo del titolo assumendo una posizione long o short nella prima mezz’ora di scambi. Spesso i guadagni dei traders sono ottenuti proprio in questi primi minuti, in quanto le oscillazioni sono solitamente più sostenute.

Dobbiamo essere sempre pronti a chiudere l’operazione: poniamoci uno stop loss ed uno stop profit e rispettiamoli. Prendiamo i guadagni e portiamoli a casa. Non dobbiamo essere ansiosi di rientrare subito con un’altra operazione: respiriamo… Chiediamoci sempre il perché, qual è lo scopo del trade che stiamo andando ad effettuare.

Per intraprendere lo Scalping d’Assalto e riuscire a guadagnare occorrono nervi saldi, ma soprattutto la capacità di non perdere mai di vista l’obiettivo fissato.

Alla prossima!

A cura di Guido Di Domenico
Autore di Scalping d’Assalto, Scalping Intraday, Grandi Trades per Piccoli Traders, Come Scegliere il Mutuo