ascolto

Come usare un pilastro della comunicazione assertiva: saper ascoltare

Domenica, Ottobre 3rd, 2010

Bruna FerrareseUna mente aperta, non condizionata dai pregiudizi e un sincero interesse verso gli altri sono i presupposti per esercitare un ascolto corretto, base di una buona comunicazione assertiva ma, pensaci, “quando è iniziata la tua educazione all’ascolto?”.

La maggior parte di noi può agevolmente immaginare che la sua educazione al linguaggio sia iniziata molto presto, praticamente alla nascita, a cura di tutti gli esseri umani con i quali è venuto in contatto. Ma l’altra parte, quella in cui noi stiamo zitti ed è un altro ad esprimersi, in quale momento è stata oggetto di formazione?

Recupero dalla memoria alcune raccomandazioni al riguardo espresse dai miei genitori: “lasciami finire il discorso”, “stai attenta quando ti parlo”, “non mi stai mai ad ascoltare”, “guardami in faccia quando ti parlo”… Ok, ma perché nessuno mi ha spiegato come funziona il processo dell’ascolto, aldilà dell’apparente attenzione che devo mostrare? Semplice: perché non lo sapevano neppure loro!

La maggior parte delle persone confonde il “sentire” con l’ascoltare e, in questo modo, passa la vita a risolvere fraintendimenti di ogni genere. Per buona educazione guardiamo la persona che sta parlando e, nel migliore dei casi, aspettiamo pazientemente il nostro turno di parola con la testa impegnata a formulare il nostro giudizio, la nostra opinione o il nostro consiglio pronti ad emetterlo non appena toccherà a noi (per inciso nel peggiore dei casi pensiamo proprio a tutt’altro simulando spudoratamente un interesse inesistente).

Il focus della nostra attenzione non si rivolge al nostro interlocutore – come dovrebbe invece accadere per realizzare un ascolto partecipe – ma resta ben centrato su noi stessi. In questo modo la nostra relazione resta a un livello superficiale che impedisce di cogliere l’insieme dei messaggi utilizzati dall’altro: la mimica, la gestualità, le pause, i silenzi, le incertezze, l’utilizzo di certe parole in luogo di altre…

Certo ascoltare con partecipazione e raggiungere l’obiettivo di una reale comprensione è faticoso perché richiede di riuscire a cogliere il punto di vista dell’altro e i suoi stati d’animo. Si fonda sul desiderio di non manipolare attraverso la comunicazione il comportamento dell’altro per renderlo come piace a noi.

Si avvale pertanto di un feedback neutro che non genera disagio e mortificazioni per i nostri interlocutori e crea, in tal modo, un ambiente relazionale gradevole e di arricchimento reciproco. Una delle obiezioni più ricorrenti che mi vengono mosse su questo tema riguarda l’opportunità di astenersi dal dare consigli, persino quando è l’interlocutore a richiederlo esplicitamente.

La ragione alla base di questa regola è semplice. Chi deve risolvere un problema, prendere una decisione, risolvere una situazione non ha bisogno e/o voglia reale di sentirsi dire cosa fare. Il vero motivo per cui ce ne parla è la necessità di razionalizzare i termini delle sue difficoltà per sciogliere i dubbi e agire con determinazione verso una soluzione: la sua soluzione.

Se cederemo alla lusinga di impersonare il “buon saggio” che offre preziosi consigli, toglieremo al nostro interlocutore la possibilità di accrescere le sue forze attraverso la maturazione di una presa di decisione personale. Lo legheremo emotivamente a noi, facendolo sentire debole se lasciato da solo a risolvere.

L’aiuto vero ed importante che noi possiamo offrire è un supporto neutrale a tale processo di elaborazione decisionale. Così facendo, il nostro interlocutore rafforzerà la sua sicurezza in sé stesso e potrà agire con maggiore fiducia nelle proprie capacità e risorse.

Ascolteremo quindi con attenzione effettiva, forniremo una sintesi di quanto espresso dall’interessato, porremo domande aperte per aiutare l’elaborazione del pensiero, aiuteremo nella valutazione dei pro e dei contro ma, sempre, con la massima oggettività senza cedere alla tentazione di fornire soluzioni o, peggio ancora, giudizi di qualsiasi genere.

In questo modo il nostro interlocutore avvertirà il nostro sincero interesse e apprezzerà il nostro atteggiamento. Avendo scelto personalmente, anche in caso di insuccesso sarà in grado di reagire correttamente, ricavandone preziose esperienze che lo renderanno più forte per il futuro.

A cura di Bruna Ferrarese
Autrice di Comunicazione assertiva

Come far durare un’amicizia per sempre

Mercoledì, Settembre 22nd, 2010

A dispetto delle esperienze personali e di ogni ragionevole considerazione, la maggior parte di noi vuole pensare che sia possibile: le amicizie eterne, quelle che durano tutta una vita, esistono. Mostrando così un desiderio profondo di stabilità, un bisogno di “per sempre” che può persino stupire.

In realtà, la lezione dei legami di amicizia che durano nel tempo si riassume in poche parole. Forse anche in una sola: comunicazione.

E’ infatti perché sanno parlarsi regolarmente, tranquillamente e senza recriminazioni, che alcune coppie di amici sanno annodare uno dopo l’altro anni di intesa e di armonia.

Questo perché l’amicizia non è riconducibile solo alla fortuna dell’incontro, bensì alla scelta ostinata e volontaria di vivere insieme un’avventura. Di trionfare (a volte non senza dolore) sugli ostacoli, di considerarli come nodi da sciogliere e non come conflitti da combattere.

Della simpatia reciproca e dell’affinità dei primi momenti, quasi tutti vorrebbero conservare l’idea che la vita del proprio legame di amicizia è fuori discussione. Ma dal momento in cui ci si è conosciuti, i nostri inconsci sono già all’opera: non siamo in due, mentre impariamo a conoscerci, bensì in quattro: tu, io, l’immagine che ho di te, l’immagine che tu hai di me.

E’ solo quando il legame si è consolidato che diventiamo in tre: tu, io e la nostra coppia. Com’è ovvio, dopo uno, cinque, dieci anni, gli equilibri si modificano.

Un certo numero di avvenimenti, felici o meno, avranno scompigliato la tela accuratamente tessuta. Il fidanzamento o il matrimonio di uno dei due amici, ad esempio, costituisce una prova importante. Lo stesso accade quando interviene un lutto, un trasloco, un cambiamento professionale importante: se non affrontati e vissuti in maniera adeguata, possono far vacillare l’asse di costruzione dell’amicizia stessa.

Sentirsi liberi di chiedere, donare, ricevere e rifiutare è alla base di un rapporto d’amicizia riuscito. Chiudersi in se stessi, al contrario, genera la sensazione di non essere capiti, di non essere riconosciuti per quello che si è, di non ricevere gratificazioni e di non instaurare uno scambio emozionale autentico.

Alla base di un’amicizia ci dev’essere inoltre una condivisione di valori, gusti, tempi, spazi e pensieri che va tenuta nel giusto equilibrio per evitare di creare discussioni e tensioni: l’atteggiamento più o meno disponibile, sia ad affrontare la quotidianità sia ad ascoltare l’altro, contribuisce molto alla buona riuscita del rapporto.

Non solo, ma una coppia di amici è anche un microcosmo della società. E’ bene dunque chiedersi se è fondamentale avere un amico per non rimanere soli o se, invece, è importante rimanere con l’amico che si è scelto.

In una scala di valori, bisogna capire quale sia la priorità che si attribuisce al proprio legame di amicizia: per alcuni questa è, infatti, secondaria rispetto ad altri impegni o relazioni.
E’ necessario allora scoprire se si investe troppo o troppo poco nello stare insieme.

Essere amici, insomma, non è sempre facile.

Bisogna voler bene all’altro e riuscire a creare un rapporto esclusivo: essere soddisfatti, prendersi cura a vicenda, dedicarsi tempo, rimanendo però se stessi… e tu, quale spazio dedichi al tuo legame d’amicizia per farlo durare il più a lungo possibile?

Sapresti tracciare un bilancio dei suoi punti di forza e delle sue debolezze? Soprattutto, saresti in grado di prendere la distanza necessaria per decidere con lucidità se continuare (o no) a frequentare il tuo amico?

A cura di Marina Roveda
Autore di Le Regole dell’Amicizia

Come migliorare i rapporti con le persone tramite la capacità di ascolto

Martedì, Settembre 7th, 2010

Chiarissimo ColacciTi è mai capitato di dire ad una persona che conosci di aver comprato una casa nuova? E lui che ti dice? Forse ti chiede com’è? Forse si informa sulla tua soddisfazione?

NO! Egli ti interrompe subito e ti dice:“Guarda, anch’io ho comprato una casa per le vacanze in un posto bellissimo. E’ circondata da un parco meraviglioso in cui la mattina vado a correre. Mia moglie è entusiasta di questa nuova casa e frequentemente invita gli amici per passare bellissime serate insieme al fresco.”

Questo è il classico esempio di mancanza di rispetto e assenza assoluta di capacità di ascolto. La persona non è interessata a quello che gli stai dicendo e cattura la tua attenzione sulle sue questioni personali. Ora, se una simile situazione ti capita con un tuo amico, allora potrai provare un sentimento di sconforto, di antipatia verso la persona. Ma se la cosa capita nell’ambiente di lavoro, allora gli effetti possono essere deleteri per i rapporti tra le persone.

Fortunatamente, sono pochi i leader che dimostrano di non possedere un atteggiamento di rispetto verso i loro collaboratori. Oggi, la maggioranza di essi ha capito che per motivare al massimo le persone devono avere nei loro confronti fiducia, interesse verso la loro situazione personale e capire quali sono le loro aspettative. E sopra ogni altra cosa devono avere la capacità di ascolto.

I principali comportamenti per un ascolto efficace, sono:

Guardare la persona che parla: non rivolgere il tuo sguardo altrove mentre ti sta parlando.

Manifestare interesse: dimostrerai di essere un buon ascoltatore solo se sarai veramente interessato a quello che la persona ti sta dicendo.

Fare domande: solo attraverso le tue domande, il tuo collaboratore capisce che lo stai ascoltando.

Non interrompere: lascia finire la frase alla persona prima di intervenire. Non parlare anche tu mentre parla lui. Rifletti: perché abbiamo due orecchie e una sola bocca?

Questo è quello che deve fare un buon Leader: avere rispetto e interesse verso i suoi collaboratori. Solo attraverso la conoscenza profonda di una persona, potrai essere i grado di motivarla realmente.

Adesso, fatti queste domande:
Conosci veramente le persone che ti circondano?
Conosci le loro aspettative?
Dimostri rispetto e interesse quando parli con loro?

A cura di Chiarissimo Colacci
Autore di Leader si Diventa, L’Impresa Efficiente, Il Team Vincente