Investire

Come investire sfruttando le fasi psicologiche degli investitori

Lunedì, Novembre 28th, 2011

Luca Moro«I mercati “toro” nascono dal pessimismo, crescono con lo scetticismo, maturano nell’ottimismo e muoiono sull’euforia. Il periodo di massimo pessimismo è il migliore per comprare e il periodo di massimo ottimismo è il migliore per vendere»
Sir John Templeton

John Mark Templeton è nato nel 1912 a Winchester, Tennessee ed è scomparso nel 2008 alla veneranda età di novantacinque anni (a novembre di quell’anno ne avrebbe compiuti novantasei!). Si laureò con lode a Yale, vinse una borsa di studio a Oxford, e poi proseguì tutta la sua vita rendendo accessibili analisi e opportunità d’investimento a tutti gli investitori americani che lo ascoltavano.

Negli investimenti e nella vita privata Sir John Templeton non credeva nel seguire la massa. Era un pioniere con una concezione e una prospettiva uniche, il cui duro lavoro e la cui meticolosa ricerca costituivano le sue chiavi personali per il successo. Sir John può essere considerato il creatore dei moderni fondi comuni d’investimento tanto che lanciò il suo primo fondo globale, il Templeton Growth Fund, nel 1954, quando la concezione d’investimento della maggior parte della gente non andava oltre Wall Street, ossia all’infuori dei confini americani. Fu uno dei primi a proporre i titoli internazionali, sia come opportunità d’investimento che come strumento di diversificazione per i portafogli.

Ma vediamo in dettaglio le fasi psicologiche degli investitori che riflettono i concetti enunciati da Sir Templeton :
fase 1 (prima ondata rialzista): è caratterizzata dall’incredulità generale in quanto il mercato avanza di colpo dai minimi; la maggioranza degli investitori non partecipa a questa prima fase di rialzo sia perché non riesce a trovarne la causa sia perché i fondamentali economici non hanno ancora dato nessun segnale di miglioramento; iniziano a muoversi gli investitori istituzionali (le cosiddette “mani forti”) che fiutano l’opportunità;
fase 2 (correzione): è la reazione, spesso profonda, al primo rialzo; questa discesa solitamente inganna la maggior parte dei partecipanti che ritiene si tratti di una continuazione del downtrend precedente; gli istituzionali accumulano cominciando sempre più ad acquistare;
fase 3 (seconda ondata rialzista): è provocata da un miglioramento dei fondamentali dell’economia con il superamento dei massimi fatti registrare dalla prima onda; si verifica l’ingresso sul mercato della gran parte degli operatori; le “mani forti” ultimano gli acquisti, entrano anche i piccoli investitori;
fase 4 (correzione/andamento laterale): questa fase viene vista come un’opportunità di entrata sul mercato da parte degli investitori che non avevano partecipato ai precedenti rialzi; per questo motivo, più che vere e proprie correzioni, molto spesso si tratta di brevi movimenti orizzontali di tipo accumulativi.
fase 5 (terza ondata rialzista): è il rialzo finale ed è dominato dall’euforia generale e da una speculazione rampante; vengono toccati i massimi di mercato e tutti gli investitori, anche quelli più timorosi, entrano nel mercato azionario; le “mani forti” iniziano piano piano a liquidare le posizioni, mentre i piccoli investitori sono tutti dentro il mercato!
fase 6 (prima ondata ribassista): il mercato scende di colpo nonostante i fondamentali economici supportino una continuazione della fase rialzista; la quasi totalità degli operatori non riesce a spiegare l’inversione di tendenza mentre alcuni vedono in questa discesa una magnifica occasione d’acquisto; gli istituzionali sono quasi già tutti fuori dal mercato, mentre i piccoli investitori continuano a comprare.
fase 7 (rally): si tratta di una breve reazione al rialzo, che fa supporre (erroneamente) ad alcuni operatori che l’ascesa del trend è intatto.
fase 8 (seconda ondata ribassista): profonda discesa degli indici che non solo fa registrare pesanti perdite alla massa dei piccoli investitori, ma provoca la rottura di importanti supporti sancendo così l’inizio di un mercato “orso”; i fondamentali economici segnalano un rallentamento dell’economia contribuendo a diffondere il pessimismo fra i vari operatori; massimo livello di sentiment ribassista; al culmine del ribasso molti piccoli investitori chiudono le posizioni rialziste precedentemente aperte sopportando ingenti perdite. Non vorranno più sentir parlare di mercati azionari per anni, poi in futuro si comporteranno nuovamente nel modo descritto in precedenza ripetendo gli stessi errori.

Successivamente si aprirà un altro ciclo economico (che dura mediamente cinque anni) e si ripartirà dalla fase 1.

A cura di Luca Moro

Come diventare collezionisti di arte moderna e contemporanea

Mercoledì, Novembre 9th, 2011

Federico ZucchelliQual è la ragione principale che spinge una persona a diventare collezionista? Talvolta è un fattore ereditario, nel senso che anche i propri genitori lo erano. Quando si ereditano delle opere d’arte, si hanno due possibilità: tenerle o venderle. Chi le tiene diventa automaticamente un collezionista.
Non tutti hanno però la fortuna di trovarsi un cospicuo patrimonio in opere d’arte. Un gran numero di collezionisti, per non dire la maggioranza, si sono davvero fatti da soli. Chi aveva parecchi soldi a disposizione e un grande fiuto ha avuto più facilità nel costruirsi una collezione ben fornita. Gli altri si sono dovuti accontentare di quel che passava il convento.
Chi si avvicina all’arte contemporanea lo fa essenzialmente per due motivi. Il primo è la circostanza che l’arte rappresenta una sorta di status symbol, un modo insomma per distinguersi dagli altri, per apparire più sofisticati, intelligenti o, usando un termine inglese, trendy.

Il poter parlare di artisti che gli altri non conoscono è un privilegio di cui molti vanno fieri. Se poi questi artisti hanno anche un valore alto, la gratificazione è ancora superiore.
Il collezionismo è molto diffuso per esempio tra i liberi professionisti, che vedono appunto nell’arte un autentico status symbol.

Il secondo motivo per cui ci si avvicina all’universo dell’arte contemporanea è dettato dall’elemento investimento.
L’arte non è che un modo se non per far fruttare i propri soldi, almeno per proteggerne il valore. Per chi ne ha tanti, l’investimento in arte contemporanea funge da mezzo per diversificare il proprio rischio, in alternativa ad altri più o meno remunerativi.

Oggi, però, il fattore investimento diventa prioritario rispetto a tutti gli altri. Recessione, crisi economica, ed evoluzioni varie del mercato, hanno portato i collezionisti a prediligere soprattutto l’elemento investimento su tutto il resto.
Se invece si crede più all’aspetto dello status symbol, è inutile acquistare opere costose di artisti affermati. Meglio allora riparare su produzioni qualitative, ma più a buon mercato. Un taglio di Fontana, per esempio arriva a costare 300mila-800mila euro, se non cifre anche superiori. Se però si acquista un disegno degli anni ‘30 non si spendono più di 6-8 mila euro. Per un disegno spazialista degli anni ‘60 si superano invece agevolmente i 20mila euro.

Per un’acquaforte “metafisica” di Morandi tirata in 150 esemplari si vanno a spendere poco meno di 20mila euro, mentre con 30mila euro si arriva ad acquistare un disegno.

Se dunque ci si accontenta di essere collezionisti per prestigio, è bene orientarsi su opere che non costano un occhio della testa. Una volta acquistate ci si potrà vantare di avere un Fontana o un Morandi in casa, nonostante si possieda soltanto un’opera  realizzata con una tecnica minore.

A cura di Federico Zucchelli

3 Trucchi per battere il mercato Forex

Giovedì, Ottobre 27th, 2011

Marco PuzzariniQuando si parla di mercato delle valute, meglio conosciuto come Forex, si ha spesso la convinzione di trattare un argomento estremamente complesso e riservato solo alle istituzioni finanziarie.

Lasciatemi dire che non c’e’ nulla di più falso! Il mercato Forex come qualsiasi altro mercato finanziario è oggi alla portata di tutti, si può iniziare con capitali anche poche centinaia di euro. L’unica cosa da considerare è che come ogni attività incorpora delle regole, regole che devono essere conosciute e rispettate con disciplina.
I mercati finanziari sono 70% psicologia e solo 30% tecnica. Quindi il vero lavoro va fatto su sé stessi una volta acquisite regole e strategie operative.

Quando parlo di mercati finanziari mi viene fatta spesso la stessa domanda, ovvero: “si può vivere di trading?”. La risposta è SI! Io lo faccio da anni come tanti altri professionisti, ma non ho la bacchetta magica e non sono neanche un genio della finanza. Ho imparato, le tecniche, commettendo errori, ho lavorato sulle mie emozioni e ho creato un piano d’azione strategico, un vero e proprio budget trattando il trading come un’azienda.

Le principali regole da rispettare per poter fare del trading una vera e propria professione, dal mio punto di vista, sono le seguenti:
- utilizzare una leva finanziaria bassa, non lasciandosi andare ai facili e rapidissimi guadagni;
- usare stop di protezione o coprirsi con valute correlate quando il mercato gira contro di noi e lasciar, invece, correre i profitti quando è possibile;
- avere un piano di trading dettagliato e rispettarlo fedelmente anche quando si accusano perdite successive.

Seguire tali regole proteggerà il tuo capitale monetario e psicologico e ti consentirà di guadagnare costantemente nel tempo.

A cura di Marco Puzzarini

Come definire in finanza la propria propensione al rischio e la propria strategia di diversificazione/decorrelazione

Venerdì, Ottobre 14th, 2011

Luca MoroIl rischio è la probabilità che il valore di un investimento risulti differente dalle aspettative. Normalmente gli investimenti più redditizi, come quelli sul mercato azionario, sono anche i più rischiosi. Il maggiore rendimento, infatti, dovrebbe compensare il maggiore rischio sostenuto.

Attenzione: bisogna aver chiaro il fatto che non esistono investimenti completamente privi di rischio, perché questo è il prezzo da pagare se si vuole vedere crescere il valore del proprio capitale. Se è vero che non c’è rendimento senza rischio, è anche vero che ogni investitore è disposto ad accettarlo in misura diversa.

La propensione al rischio non è determinata solo da esigenze di tipo finanziario (obiettivi di breve termine contro obiettivi di lungo), ma anche da una predisposizione di tipo psicologico e caratteriale.
Non tutti, infatti, sanno mantenere i nervi saldi di fronte al “saliscendi” quotidiano dei mercati (e il 2011 ne è stato proprio un esempio lampante!) e al conseguente impatto di breve periodo sul valore del proprio capitale. La domanda da porsi quindi non è come evitare il rischio, bensì come riuscire a gestirlo individuando il giusto equilibrio che ci soddisfi in termini di rendimento atteso: in sostanza capire esattamente quale può essere la nostra reale tolleranza alla perdita.

Diversificare i propri investimenti è una vera e propria regola d’oro quando si costruisce un portafoglio. Concentrare tutto il patrimonio su un unico mercato o strumento finanziario, infatti, è rischioso nella misura in cui si rimane eccessivamente legati alle sorti di quest’ultimo. Con la bolla tecnologica del 2000 ci sono stati purtroppo tantissimi investitori (sicuramente anche perché malconsigliati) che hanno concentrato tutto il loro patrimonio sui famigerati titoli internet, con risultati disastrosi che si ricordano ancor oggi.

Diversificare non significa solamente acquistare titoli di società differenti, ma anche di diversi settori o aree geografiche; la diversificazione geografica riveste una particolare importanza: ne è un esempio proprio il 2010, che presentava i rendimenti dei maggiori indici borsistici pressappoco in questo modo:

mercato italiano: - 13%
mercato europeo: - 6%
mercato americano: + 13%
mercato paesi emergenti: + 16%

E’ intuitivo quindi capire chi nel 2010 ha ottenuto importanti risultati sui mercati azionari, a scapito magari di coloro che hanno il portafoglio imbottito quasi esclusivamente di titoli italiani.

Inoltre è buona cosa avere all’interno del proprio portafoglio strumenti decorrelati, ovvero titoli che si muovono in maniera opposta e hanno quindi una correlazione inversa tra loro: un esempio in questo senso, nella crisi del 2008 dei mutui subprime, è stato il gestore di un fondo bilanciato internazionale che ha utilizzato azioni aurifere e minerarie come componente di difesa (l’oro viene spesso considerato come bene rifugio in momenti di crisi), azioni che sono state le uniche a salire in mezzo alle discese repentine di tutti gli altri settori, dai bancari agli energetici.

Decorrelare significa quindi investire in modo che le tendenze negative di un’attività siano il più possibile compensate da quelle positive di un’altra.

A cura di Luca Moro

Come costruire un capitale ingente partendo da zero

Mercoledì, Settembre 21st, 2011

Guadagnare con le Small CapSe vuoi costruirti un capitale per una data futura predefinita, partendo da zero, calcoliamo quanto devi risparmiare ogni mese per mettere da parte un capitale determinato secondo un rendimento variabile.

Quanto dovresti risparmiare al mese per mettere da parte un capitale di un milione di euro con la durata del risparmio di 10 anni, una probabile inflazione del 2% e un rendimento del 25% dei propri risparmi? Ecco la risposta.

Per avere fra 10 anni un capitale di 1.218.994 • corrispondenti, tenuto conto di un‚inflazione del 2% all’anno, ad un potere di acquisto attuale di 1.000.000 • dovrai risparmiare 2.574 • al mese. La rendita si evolve insieme all’inflazione. L’ultimo mese dovrai risparmiare fino a 3.132 •.

Se invece la durata del risparmio fosse di 20 anni e il rendimento del 20%?

Per avere fra 20 anni un capitale di 1.485.947 • corrispondenti, tenuto conto di un‚inflazione del 2% all’anno, ad un potere di acquisto attuale di 1.000.000 •, dovrai risparmiare 1.003 • al mese. La rendita si evolve insieme all’inflazione. L’ultimo mese dovrai risparmiare fino a 1.488 •.

Per ottenere questi rendimenti si può investire nelle piccole società (small cap). Tra tutte le azioni presenti nel mercato perché dovremmo acquistare aziende di piccolo taglio?

La risposta è che queste azioni possono valere una fortuna. Immaginate di scoprire una società che costa solo 1 dollaro per azione e che dopo un mese quota 11 dollari. Un gain del 1000% un guadagno esplosivo.

Una piccola società può raddoppiare facilmente le proprie vendite in un anno rispetto a una società a grande capitalizzazione. Quindi la crescita è più rapida per le small cap. Le aziende piccole sono perle nascoste che molti investitori non vedono e sono più a buon mercato.

La maggior parte dei gestori vi consiglierà di investire sul sicuro con le obbligazioni, titoli di stato o azioni a grande capitalizzazione, ma per creare un vero capitale occorre rischiare acquistando società a bassa capitalizzazione. Sicuramente investendo in aziende con capitali inferiore ai 500 milioni di dollari sono investimenti a rischio, ma è proprio questo che determina il maggior guadagno.

A cura di Assunto D’addario

Le 4 regole base delle affiliazioni in franchising

Venerdì, Settembre 16th, 2011

Giuseppe AmicoNell’ultimo ventennio il comparto franchising ha avuto modo di crescere capillarimente in tutti i settori merceologici e la proposta di mercato è estremamente eterogenea. Chi desidera aprire un’attività in affiliazione con un marchio consolidato sul mercato, non ha che l’imbarazzo della scelta.

E’ tuttavia importante saper scegliere bene e non perdersi nella giungla delle innumerevoli proposte commerciali, essere capaci di intuire il settore più adatto a saturare la propria personalità e affidarsi a professionisti del franchising cercando di evitare quelle realtà aziendali che non garantiscono affidabilità e continuità.

1) La prima regola è tenere conto anche delle nostre capacità e delle abilità professionali di cui siamo dotati. Saper valutare le nostre attitudini e potenzialità è fondamentale per costruire il nostro successo imprenditoriale.

2) La seconda regola riguarda la capacità di investimento e di autonomia economica è importante. Dobbiamo pianficare con attenzione tutti gli aspetti del nostro progetto d’impresa e realizzare un obiettivo piano di fattibilità che tenga conto degli investimenti iniziali, le spese fisse e soprattutto la capacità della nostra azienda di produrre un reddito che ci consenta di avere un accettabile margine di profitto.

3) La scelta del partner giusto è il terzo elemento da considerare per il successo del nostro negozio. E’ importante che si stabilisca tra le parti un rapporto di fattiva collaborazione e che sia il franchising che il franchisee siano impegnati al meglio delle proprie capacità.

Soprattutto nella fase dello start-up del progetto imprenditoriale abbiamo bisogno di informazioni, orientamento, supporto per poter scegliere la location giusta, una posizione commerciale adeguata che ci permetta di avere un buon giro d’affari.

Un buon marchio in franchising di norma è in grado di orientare la scelta del franchisee in molti settori del complesso mondo imprenditoriale e consigliare i passi giusti per aprire una filiale. Un buon franchising deve essere di supporto nella scelta della location, nella progettazione e strutturazione del punto vendita, nelle strategie di vendita e comunicazione da adottare per ottimizzare le vendite e fidelizzare i clienti.

4) Non dimentichiamo che il quarto fattore imprescindibile è costituito da una fattiva sinergia tra franchising e franchisee che devono operare al meglio, ciascuno per ciò che gli compete, delle proprie capacità ed esperienze anche grazie all’analisi dei dati emersi nel corso dei vari esercizi commerciali che possono fornire informazioni utili all’impostazione di eventuali manovre commerciali correttive.

A cura di Giuseppe Amico