Come l’invidia può guastare i rapporti di amicizia

Marina Roveda Inutile negarlo: a tutti l’erba del vicino sembra sempre più bella, e molti di noi spesso desiderano ciò che non hanno. Ma chi si rode finisce quasi sempre col fare più danno a se stesso che all’oggetto del suo malanimo, condannandosi suo malgrado alla solitudine.

Il fatto è che quasi nessuno ammette volentieri di essere invidioso, perché se l’invidia era e rimane uno dei sentimenti più antichi e diffusi al mondo, ancora oggi continua ad essere oggetto di riprovazione sociale. Molti si sforzano di dissimularla mascherandola dietro strategie difensive, ma non sempre la recita viene bene.

D’altronde è risaputo che tanti rapporti d’amicizia finiscono perché uno dei due è invidioso dell’altro, e i motivi possono essere infiniti: aspetto fisico, qualità umane, capacità intellettive, storia personale, famiglie, denaro.

Un esempio è la famosa invidia matrimoniale fra coppie, un meccanismo che scatta nelle occasioni di confronto. Ci si può invidiare di tutto, dalla casa elegante e confortevole al tipo di vita sociale, dall’intesa coi rispettivi partner alle possibilità economiche per crescere i figli. E il livello di invidia matrimoniale cresce di pari passo col proprio grado di insoddisfazione.

Talvolta l’invidia può pervadere a tal punto la personalità di chi ne soffre da diventare una vera e propria forma di patologia del suo carattere, un tarlo bruciante che è sempre al lavoro, da cui purtroppo diventa complicato liberarsi.

Ecco allora che scattano le critiche nei confronti dell’invidiato, gli allontanamenti ingiustificati, l’indifferenza o la svalutazione dei suoi successi per farlo sentire scontento di sé; non mancano le manifestazioni di falsa umiltà per dimostrare la mancanza di interesse verso ciò che l’invidioso vorrebbe ma non riesce a ottenere, o gli episodi di depressione dopo aver preso coscienza che la distanza fra se stessi e l’invidiato è incolmabile.

Di solito chi è colpito così profondamente ed emotivamente dall’invidia ha un livello di autostima molto basso, dovuto allo scarso affetto e alla scarsa sicurezza ricevuti durante l’infanzia, che lo spinge a ritenersi sempre meno fortunato degli altri.

Ciò gli impedisce di fermarsi ad ascoltare ciò che l’invidia ha da dirgli, trasformandola in una piattaforma dalla quale spiccare nuovamente il volo, dunque in uno dei più potenti motori di autopromozione e rilancio.

Questo significa accettare l’idea che gli amici ottengono quello che vogliono non solo perché la sorte gli è stata favorevole, ma anche perché hanno lavorato sodo per raggiungere i loro obiettivi. Di conseguenza, sebbene ci siano delle eccezioni, i loro percorsi possono diventare un modello da seguire.

Basta tirare fuori un sano ottimismo e la propria forza interiore per trasformare l’invidia da negativa in positiva, da distruttiva in costruttiva, da maligna in benigna, che poi è la più bella, in quanto rilancia e spinge verso l’alto.

Il nostro amico meritava o no la promozione che noi tanto desideravamo? E se sì, per quali competenze che noi non avevamo? Il passo successivo potrebbe essere tentare di acquisire quello stesso livello di competenze, per poter puntare a propria volta ad un avanzamento. Se invece la promozione dell’amico risulta una vera ingiustizia, allora l’energia liberata dall’invidia può essere utilizzata per cominciare a cercarsi un altro datore di lavoro, sperando che sia più equo.

In altri casi, ci si potrebbe semplicemente rendere conto che l’amico invidiato ha realizzato obiettivi molto al di là delle nostre possibilità attuali. Quando accade ciò, il cammino da percorrere è lungo, ma può giovare ricordarsi che ogni lungo percorso è punteggiato da tappe intermedie, che possono diventare traguardi possibili.

E se invece balza all’occhio che proprio si sta inviando un amico che non potrà mai essere raggiunto?
L’estremo rimedio, in questa circostanza, è smettere di frequentare chi rappresenta per noi una continua e infruttuosa fonte di dolore… sia per il bene nostro che per il suo!
Siete d’accordo?

A cura di Marina Roveda
Autore di Le Regole dell’Amicizia

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4 Commenti a “Come l’invidia può guastare i rapporti di amicizia”

  1. Alberto Consoli

    L’invidia è una brutta bestia, penso che innanzitutto bisogna pensare che c’è abbondanza per tutti e che non tutti vogliamo le stesse cose!
    Bisogna guardare gli altri pensando, bè cavolo se ce l’ha fatta lui posso farlo anch’io quindi mi modello a lui!

    A presto

    Alberto

  2. Gian Piero Turletti

    Mentre leggevo le prime frasi dell’articolo, ho pensato quanto poi precisato nella seconda parte, cioè trasformare l’invidia in un qualcosa di positivo, al fine di emulare, se ed in quanto possibile, chi si sta invidiando.
    Talora questo non è possibile, ed in questi casi si pone l’alternativa se continuare o smettere determinate frequentazioni.

    C’è anche da dire che non sempre è facile mettere in pratica tutto ciò, sopratutto con riferimento a certi contesti aziendali ed a talune dinamiche imprenditoriali.
    Può infatti capitare che, ad esempio, certe promozioni e posizioni lavorative non siano tanto il frutto di meritocrazia, quanto piuttosto di posizioni di potere, nelle quali il merito non ha un grande ruolo.
    Questo significa dirigenti scelti per giochi di potere, o per amicizia, conoscenza, parentela, piuttosto che per clientelismo.

    L’alternativa sarebbe cambiare posto di lavoro.
    Ma questa scelta, sopratutto nell’attuale situazione economica, è spesso un terno al lotto, e d’altra parte, se non cambi lavoro e sopratutto datore di lavoro, devi continuare a frequentare chi stai invidiando.

  3. Tommaso D'Angelo

    Gran bell’articolo Marina!
    Mi permetto di aggiungere che spesso proprio l’invidia può essere la causa dei nostri insuccessi, perché ammettiamolo pure: prima o poi la persona invidiata se ne accorge dei sentimenti dell’altro e quindi se non è l’invidioso ad allontanarsi, sarà l’invidiato a farlo. O no?

  4. Marina Roveda

    Verissimo.
    Infatti nel post scrivo che gli invidiosi spesso si condannano alla solitudine cone le loro stesse mani…

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